Don Palmese: 10 anni di antimafia sociale con la Fondazione

di Don Tonino Palmese

Dieci anni di antimafia sociale con la Fondazione regionale POLIS. Dieci anni fa ereditammo una grande pro-vocazione riguardo le vittime innocenti della criminalità: se sono state uccisi è perché noi non siamo stati abbastanza vivi.

Ho messo il trattino nella parola pro-vocazione, perché intendemmo quella esclamazione così vera ma allo stesso tempo ci sembrava una vera e propria sollecitazione nel rispondere ad una vocazione pro qualcosa e qualcuno. Da quel giorno ci siamo interrogati nel come trasformare il lutto in vita, le lacrime in testimonianza vera e la disperazione in speranza storica, per un riscatto dalla sudditanza imposta dalla violenza mafiosa.

La “scoperta” della memoria e dell'impegno, ereditata da alcune realtà come LIBERA e successivamente il Coordinamento campano delle vittime innocenti della criminalità, ci ha permesso di fare comunità non tanto e non solo per elaborare collettivamente il lutto, quanto invece per realizzare una memoria personale e collettiva che diventasse proposta vera di lotta alla criminalità e di “scoprire” quanto le persone ammazzate fossero e sono più vive ed “efficaci” di quanto si possa immaginare. I familiari con la Fondazione sono diventati un luogo ideale per comprendere che la lotta alle mafie è determinata da diversi fattori ma non si può mai prescindere dal tema della memoria condivisa e dalla costruzione (in forza di tale memoria) di ponti che non solo ci fanno incontrare la città e i suoi abitanti (non sempre cittadini) ma addirittura chi per convincimento o per “disgrazia” ha scelto la strada del crimine come unica speranza per la propria esistenza. Abbiamo oramai una letteratura abbondante di questa necessaria strategia. Le lacrime, gli abbracci, i baci e le strette di mano fissando lo sguardo l'uno dell'altro sono i segni per una necessaria relazione tra vittime e colpevoli (in alcuni casi carnefici). La realtà della vittima che si fa incontro determina in tutti, innocenti e non, il bisogno di capire e di rivisitare la propria biografia di morte e di rassegnazione o peggio ancora di odio. Vittime e colpevoli si rassomigliano nella tentazione maligna della rassegnazione e dell'odio. Paradossalmente si diventa simili. L'incontro in memoria dell'innocente ucciso può determinare lo stesso una similitudine tra le parti ma finalmente di segno opposto: rassegnazione ed odio cedono il posto alla speranza e alla pace. Si ritorna ad essere umani.

Dieci anni di impegno nonostante i nostri tanti limiti. Dieci anni di compassione tra le mura di quelle istituzioni che spesso risultano cinicamente lontane dalla cultura della giustizia, non per il loro statuto (vedi la Costituzione), quanto per farraginosa burocrazia e di una politica che spesso si divide su ciò che dovrebbe essere una identità comune a tutti.

La cura delle vittime e dei loro familiari è una grande occasione per tenere unite le diverse e giuste visioni che possono esserci nell'analisi e nelle pratiche delle diverse realtà associative che fanno cultura della legalità. La vittima e i suoi familiari non devono essere sottoposti ai “se” e ai “ma”. Discernimento non deve mai determinare sofferenza ulteriore per chi resta o peggio ombra per chi ha dato la vita.



 
Lunedì 16 Luglio 2018, 09:50
© RIPRODUZIONE RISERVATA



COMMENTA LA NOTIZIA
0 di 0 commenti presenti

QUICKMAP