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Venezia, il padre fu deportato dai nazisti: il figlio chiede i danni alla Germania

Venerdì 19 Agosto 2022 di Gianluca Amadori
Venezia, il padre fu deportato dai nazisti: il figlio chiede i danni alla Germania

VENEZIA - Ha citato a giudizio la Repubblica di Germania e il ministero dell’Economia italiano per ottenere il risarcimento di tutti i danni subiti dal padre conseguentemente alla sua cattura, deportazione, internamento e lavori forzati dal 1943 al 1945: crimini di guerra e contro l’umanità perpetrati dalle forze armate tedesche contro i soldati italiani, considerati traditori, all’indomani dell’Armistizio. 

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Il padre fu deportato, figlio chiede i danni alla Germania

Un pensionato veneziano di 75 anni ha avviato la causa giudiziaria di fronte al Tribunale di Roma con gli avvocati Matteo Miatto di Treviso e Marco Seppi di Venezia prima che maturi il termine di improcedibilità - il prossimo 30 ottobre - stabilito dall’articolo 43 del decreto legge 36 dello scorso aprile con cui il governo Draghi ha istituto un apposito fondo per risarcire gli aventi diritto per conto della Germania, che ha già indennizzato l’Italia per quei fatti nel 1960. Il governo italiano si è affrettato ad istituire il fondo dopo che le prime cause avviate da ex deportati o dai loro eredi erano arrivate a sentenza definitiva e, lo scorso marzo, erano stati eseguiti alcuni pignoramenti su beni dello Stato tedesco, sollevando le vibranti proteste della Germania.

Il padre del pensionato veneziano è scomparso nel 2010 senza essere riuscito ad ottenere alcun risarcimento per le sofferenze patite durante la prigionia. L’uomo era stato arruolato in Fanteria nel 1940, all’età di 20 anni, nel 56° Fanteria di stanza a Mestre. Il 12 settembre del 1943, successivamente al proclama Badoglio, le truppe tedesche lo catturarono e lo caricarono, assieme ad una sessantina di commilitoni, su un vagone bestiame ferroviario con il quale, dopo 5 giorni di viaggio, fu internato nel campo di prigionia Stammlager XI-A, poco distante da Magdeburgo, dove rimase per quasi due anni in condizioni quasi disumane. Fu costretto a turni di lavoro massacranti con l’obbligo di marce di decine di chilometri per raggiungere all’alba il luogo di intervento e per rientrare al campo a sera inoltrata.

Danni indelebili

All’uomo, come a tutti i militari italiani, non furono riconosciuti i diritti contemplati dal diritto internazionale umanitario vigente: era relegato in una baracca priva di riscaldamento, in cui 60-80 persone stipate in giacigli di paglia infestati da pidocchi, in condizioni igienico-sanitarie precarie, con un vitto insufficiente, vestito della sola divisa estiva con la quale ha dovuto fronteggiare ben due inverni con temperature rigidissime.
Quei due anni di prigionia hanno lasciato segni indelebili condizionando pesantemente la sua vita e quella dei familiari: il risarcimento richiesto dal figlio ammonta a circa 200 mila euro, somma quantificata sulla falsariga di una delle poche sentenze passate in giudicato in relazione ad un caso simile, emessa dal Tribunale di Treviso (circa 235 euro al giorno a titolo di danno morale), oltre al dovuto per la mancata retribuzione del lavoro forzato. La prima udienza della causa è stata fissata per il 16 febbraio del prossimo anno.

Ultimo aggiornamento: 09:41 © RIPRODUZIONE RISERVATA