'Ndrangheta, il sistema violento della 'ndrina romana: i Fasciani erano gli esattori (e le vittime non denunciavano)

Martedì 10 Maggio 2022
'Ndrangheta, il sistema violento della 'ndrina romana. «Le vittime non denunciavano per paura di ritorsioni»

Le denunce contro il vasto e capillare sistema di estorsioni, intimidazioni e minacce messo in piedi a Roma dalla 'ndrangheta, dalle famiglie Alvaro e Carzo non sono arrivate. Chi poteva denunciare non lo ha fatto perché i boss calabresi arrestati oggi per effetto dell'indagine "Propaggine", condotta dai magistrati della Dda di Roma e della Dia, sono riusciti a impedire e a soffocare i tentativi di ribellione. I calabresi godevano inoltre di un appoggio locale come quello del clan Fasciani a cui avevano "appaltato" la pratica del recupero crediti.

Quando gli 'ndranghetisti facevano la voce grossa e dicevano al telefono «Dietro di me c'è una nave» o ancora «Siamo una carovana per fare la guerra», davano a intendere che esisteva un mondo di persone, e di violenza, pronto ad attivarsi in caso di ribellione. Lo scrive il giudice Sturzo che ha firmato l'ordinanza che ha portato oggi a 43 arresti a Roma. C'era molta paura a denunciare i soprusi, le sopraffazioni, i reati che il sistema criminale aveva organizzato in modo «stabile» a Roma. Gli indagati erano persone pericolose perché tra le varie accuse che sono piovute loro addosso c'è anche la detenzione e vendita di armi comuni da sparo ed armi da guerra aggravate. Ci sono le accuse di estorsione. La violenza non era solo mostrata a parole, dunque. 

Le connessioni con il clan Fasciani

Il boss ndranghetista romano Vincenzo Alvaro era di fatto il manager designato per operare su Roma sui cui aveva competenze criminali di primo piano. A lui spettavano «compiti di decisione, pianificazione e di individuazione delle azioni delittuose da compiere, degli obiettivi da perseguire e delle vittime da colpire, impartisce direttive alle quali gli altri associati danno attuazione». È quanto si legge nell'ordinanza del gip di Roma Gaspare Sturzo. Alvaro «concorre nella commissione di alcuni delitti, soprattutto in materia di intestazioni fittizie di attività commerciali, settore nel quale Alvaro è un autentico punto di riferimento non solo per tutti gli altri sodali, ma anche per soggetti appartenenti ad altre cosche e che intendono investire sul territorio della capitale» scrive il gip - e «mantiene i contatti con personaggi di vertice di altre cosche» tra cui Terenzio Fasciani, «rappresentante dell'omonimo clan, di cui si serve anche per riscuotere crediti delle attività commerciali fittiziamente intestate o per ottenere vantaggi illeciti nel settore ittico o in quello del ritiro delle pelli e degli olii esausti».

 

La paura delle ritorsioni

«L'insieme delle circostanze hanno dato prova del metodo mafioso e della paura di coloro che si sono trovati sulla strada dei capi e degli associati della 'localè» 'ndrina «che professava la sua aperta vicinanza alla ' ndrangheta («dietro di me c'è una nave»), impedendo alle vittime così di denunciare alle forze dell'ordine avendo paura di ritorsioni». È quanto scrive il gip di Roma, Gaspare Sturzo, nell'ordinanza con cui ha disposto le misure cautelari nell'ambito dell'indagine della Dda e della Dia.

Per il giudice «siamo di fronte ad un complesso di vicende che a partire dal 2015/2016 si sono sviluppate, alcune ancora in corso sino al settembre 2020 e comunque con effetti di permanenza quanto a società ed aziende ad oggi gestite con capitali di illecita provenienza, o oggetto di riciclaggio, mostrando come gli indagati sono stati in grado di impedire - scrive il gip - ogni forma di collaborazione con le autorità giudiziarie, sia delle vittime, come di professionisti non collusi con costoro, nonché degli stessi dipendenti delle aziende e società».

L'associazione Libera: «Non stupirsi ma rispondere sul piano sociale»

«Ci meraviglia chi si stupisce: da sempre obiettivo delle cosche è fare affari e non deve sorprendere la loro presenza dove è alta la possibilità d' investimento e profitto». Lo dice Libera, commentando l'indagine della Dda della Capitale e Dia. «L'importante operazione di oggi, frutto del lavoro di magistrati della Dda di Roma e della Dia, è un'ulteriore conferma della presenza capillare della criminalità organizzata nella Capitale. Una presenza plurale, che vede affiancarsi mafie autoctone e mafie tradizionali e che per la prima volta vede l'individuazione di un "locale" di 'ndrangheta operativo sul territorio di Roma, autorizzato dai massimi organi decisionali della  'Ndrangheta. Ci meraviglia chi si stupisce: da sempre obiettivo delle cosche è fare affari e non deve sorprendere la loro presenza dove è alta la possibilità d'investimento e profitto. Se è vero che le mafie sono ormai holding finanziarie, va da sé che puntino con forza anche su Roma e dintorni sapendo avvalersi anche della collaborazione di professionisti e colletti bianchi. Ma se la traccia da seguire per comprendere quanto sta accadendo a Roma è quella del narcotraffico, dei soldi investiti in attività di ristorazione, in locali della movida e dell'agroalimentare, la risposta non può essere solo repressiva ma deve articolarsi sul piano sociale, educativa e culturale. La lotta alla mafia come minaccia alla democrazia e questione di salute pubblica chiama in causa la coscienza, la responsabilità e l'impegno di ciascuno di noi», conclude Libera. 

 

Ultimo aggiornamento: 16:56 © RIPRODUZIONE RISERVATA