Congo, la polveriera africana: 25 anni di guerra fra petrolio, metalli e gorilla

Martedì 23 Febbraio 2021 di Valentina Errante
Congo, la polveriera africana: 25 anni di guerra fra petrolio, metalli e gorilla

Il petrolio, il cobalto, l’oro, il rutilio, le riserve di gas. Eccola la dannazione del Congo e dei congolesi, quella che, per dirla con le parole del giornalista e missionario comboniano Giulio Albanese, ha trasformato il paradiso in inferno. Un Paese dilaniato da una guerra che di fatto non si è mai conclusa, dove 160 milizie armate controllano il territorio e dove 800 uomini delle guardie ambientali, sono diventati un vero e proprio esercito equipaggiato.  

Addestrati dai belgi, hanno il compito di controllare e proteggere il parco nazionale del Virunga, 7.769 chilometri quadrati dichiarati patrimonio mondiale dell’Unesco, unici per la ricchezza della biodiversità, e remoto rifugio delle ultime specie di gorilla di montagna. La lotta in Congo è per la terra, per sfruttare le risorse e spazzare via la natura. E per questo, nel Nord Kivu, a Est del Paese, la guerra non si è mai conclusa. Non ci sono zone sicure. Nella stessa strada dove ieri sono stati uccisi l’ambasciatore Luca Attanasio, il carabiniere della sua scorta, Vittorio Iacovacci, e Mustapha Milambo, l’autista congolese del World food programme, nel ‘95, erano stati trucidati sei volontari italiani della ong “Mondo Giusto”.  

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«Dietro questa guerra civile gli interessi economici pesano sulla popolazione locale, con grandi responsabilità dei paesi limitrofi, ossia Uganda e Ruanda», spiega Albanese. E aggiunge: «È impossibile ipotizzare, adesso, chi sia stato a compiere l’agguato. Potrebbe essere stato chiunque, qualunque gruppo. Ma non credo che fosse un attacco all’Italia, Questa regione è completamente fuori controllo. I ribelli costringono alla migrazione i civili e poi i territori vengono sfruttati, con la complicità dei paesi confinanti. Il governo di Kinshasa non è in grado di garantire lo stato di diritto. Gli abitanti di quella terra potrebbero essere più ricchi del Canton Ticino. 

E invece vivono all’inferno. Al dramma della guerra e della disperazione si devono aggiungere le epidemie da ebola e covid. La verità - conclude il missionario - è che il Paese è stato parcellizzato dagli interessi stranieri, nell’indifferenza della comunità internazionale. C’è un contingente delle Nazioni unite che in questi anni non assicura l’incolumità dei civili». Albanese racconta che gli ambientalisti lo scorso anno sono riusciti a bloccare le trivellazioni nel Parco. «Ma intanto i cinesi continuano a estrarre il cobalto, oramai un materiale preziosissimo, che, al momento, viene stoccato in Congo».  

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La regione, al confine con il Ruanda, è stata teatro della cosiddetta grande guerra africana, combattuta tra il 1993 e il 1996 e poi, dopo un anno di tregua dal ‘98 al 2003, da allora il Virunga, è minacciata da parecchi gruppi armati. Secondo un bilancio diffuso dalle stesse autorità del parco, negli ultimi 25 anni almeno 200 ranger sono stati uccisi al suo interno per difendere animali e civili, gli ultimi sei lo scorso 10 gennaio. La maggior parte degli attacchi mortali compiuti ai danni delle guardie è stata messa a segno dai miliziani Mayi Mayi, che si contendono il controllo delle risorse, poi c’è il gruppo delle Fdlr, Forze democratiche per la liberazione del Ruanda (composto dai ruandesi hutu responsabili del genocidio che, dalla fine degli anni ‘90 è operativo in Congo) o dai Nyatura, una formazione scissionista dell’Fdlr. Secondo le stime ufficiali, il saccheggio di legna delle foreste del parco ha un valore annuo di 27,5 milioni di euro. Gli elefanti vengono uccisi per il loro avorio, venduto dai trafficanti attraverso i confinanti Ruanda e Uganda. I Mayi Mayi e le Forze democratiche di liberazione del Ruanda ogni giorno pretendono una tassa dai pescatori sulle sponde del Lago Eduardo. In tutto, ogni settimana, circa duemila piroghe pagano ai miliziani cinque euro in cambio di un gettone che autorizzi la circolazione.  

Nel Virunga si è anche diffusa un’altra attività altamente redditizia per i gruppi armati: il sequestro dei dipendenti delle Ong internazionali, ma anche di poveri contadini e soprattutto dei preti. I rapiti vengono liberati solo se le famiglie, in genere molto povere, riescono a pagare il riscatto, somme esorbitanti fino a 500 mila dollari. Infine, in Congo, c’è anche un gruppo jihadista, ma più a nord rispetto alla zona dell’agguato. «Gli europei in quell’area sono visti come bancomat, difficile distinguere tra gruppi armati e jihadisti - commenta il presidente del Cesi, Andrea Margelletti - essere un criminale non esclude l’adesione alla guerra santa».
 

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