MARIO DRAGHI

Draghi, la condizione per restare: maggioranza unita sul Colle

Mercoledì 22 Dicembre 2021
Draghi, la condizione per restare: maggioranza unita sul Colle

«Il presidente Draghi ha detto con chiarezza che la cosa fondamentale è l’unità della maggioranza. Se la maggioranza resterà compatta nell’elezione del nuovo capo dello Stato e non si spaccherà, resterà a palazzo Chigi». A sera, dopo che soprattutto Matteo Salvini e Silvio Berlusconi hanno alzato un muro di fronte all’ipotesi del trasloco dell’ex presidente della Bce al Quirinale, fonti dell’esecutivo indicano la soluzione. Suggeriscono la linea per superare una pericolosa impasse che potrebbe portare all’uscita dalla scena politica del presidente del Consiglio: garantire la sopravvivenza del patto di unità nazionale. Sia per il Quirinale, sia per il governo. Da parte sua il premier non si chiamerà fuori da palazzo Chigi, in quanto frenato sulla strada del Colle. In quanto «non c’è alcuna candidatura» da parte del «nonno al servizio delle Istituzioni».

Se l’unità nazionale salterà, l’epilogo è scontato. E l’ha indicato Draghi in persona durante la conferenza stampa di fine anno: nel caso in cui la maggioranza da Leu alla Lega andasse a carte quarantotto sulla partita del Colle, un minuto dopo sarebbe la fine dell’esecutivo. Dunque addio a Draghi, addio al personaggio più autorevole della scena nazionale e internazionale su cui il Paese può contare. E via sparati verso le elezioni anticipate.

Emblematica a questo riguardo la domanda che il premier ha rivolto ai giornalisti: «Avendo detto che per il Quirinale ci vuole una maggioranza ampia, anche più ampia di quella attuale, affinché l’azione di questo governo continui, è immaginabile - e questo lo chiedo soprattutto alle forze politiche - una maggioranza che si spacchi sull’elezione del presidente della Repubblica e si ricomponga magicamente quando è il momento di sostenere il governo?». La risposta ovviamente è un no. Se non vi fosse un’intesa bipartisan sull’elezione del successore di Sergio Mattarella, Draghi sarebbe costretto a farsi da parte. Anzi, sarebbe la maggioranza stessa a sbriciolarsi.

La levata di scudi di Salvini & C. è letta da fonti di governo in tre modi. Il primo: «Forse la conferenza stampa di Draghi è servita per ricompattare i partiti sull’idea che si debba trovare un capo dello Stato diverso da Draghi, in quanto vogliono Draghi al governo. E quindi in modo compatto continueranno a dare sostegno all’esecutivo di unità nazionale». Il secondo: «I leader politici si sono spaventati perché non sono ancora pronti e cercano di guadagnare tempo per individuare un percorso comune». Il terzo: «I partiti hanno interpretato erroneamente le parole di Draghi come un’autocandidatura per il Quirinale e quindi, a questo punto, qualcuno mette uno stop. Ma il Presidente non ha detto: ”Eccomi, mi candido al Colle”».

 

 

 

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La condizione per restare

Le stesse fonti confermano che se si raggiungesse «il risultato alto di un presidente della Repubblica di garanzia eletto da una maggioranza ancora più ampia di quella che sostiene il governo», chiaro il riferimento a Giorgia Meloni, «si sarebbe ottenuto un ottimo risultato». Ma subito dopo bisognerebbe verificare «se le stesse forze continuerebbero a sostenere il governo in modo compatto. Questa cosa andrà misurata pragmaticamente sul terreno».

In ogni caso, Draghi segue la questione «con distacco». Resta alla finestra. Tant’è che ha detto che devono essere i partiti e il Parlamento a decidere il destino del patto di unità nazionale. Poi, tirerà le somme. 
Tanto più che la levata di scudi di Salvini & C. è più complicata di quanto sembri. Perché, come dice un’altra fonte dell’esecutivo, «porre il tema dell’unità della maggioranza sta creando dei problemi a chi non vuole proseguire con l’unità nazionale. Chi invece la vuole, è contento della disponibilità del presidente del Consiglio». 
 

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Ultimo aggiornamento: 23 Dicembre, 11:12 © RIPRODUZIONE RISERVATA