Italia-Cina, il Sud fuori dalle rotte:
solo 3 imprese restano in gioco

Domenica 24 Marzo 2019 di Francesco Pacifico

Ieri a Palazzo Barberini, per l'Italy-China Business forum, c'erano soltanto tre aziende meridionali a firmare accordi con il governo cinese. Erano invece assenti le autorità portuali del Mezzogiorno. E tanto basta per temere che la Via della seta - la direttrice infrastrutturale verso l'Europa e l'Atlantico delle merci dell'ex Celeste impero non passerà né per i porti né per le aziende del Sud.
Il tema non è nuovo: già nel 2017, quando al governo c'era Paolo Gentiloni, ci furono polemiche dopo che in alcune missioni internazionali i cinesi si erano detti interessati solo ai porti di Genova e Trieste. Le proteste dei governatori e degli imprenditori meridionali spinsero l'allora ministro per la Coesione e il Sud, Claudio De Vincenti a promettere attenzione verso gli scali del Mezzogiorno. Ma a Palazzo Barberini c'erano soltanto i vertici dell'Autorità portuali di Venezia e Chioggia, di Trieste e Monfalcone e di Genova, Savona e Vado Ligure.

Non sembra preoccupato della cosa Pietro Spirito, che guida l'Autorità che controlla gli scali di Napoli e Salerno: «Ieri a Roma c'erano soltanto chi, come Genova e Trieste, ha fatto accordi con il governo cinese. Noi siamo già collegati con il colosso asiatico, visto che abbiamo delle linee settimanali con il Pireo, di proprietà del governo di Pechino. Personalmente, mi occuperei della nostra densità produttiva, deficit di cui sconta anche la portuali del Sud». Proprio questo gap incide in maniera negativa sui flussi commerciali. «A Napoli e Salerno - continua Spirito - arrivano dalla Cina un miliardo e mezzo di euro di merci, ma le nostre imprese esportano verso quel Paese soltanto per 121 milioni di euro. Come ha sottolineato il capo dello Stato c'è bisogno di un riequilibrio nell'interscambio, frenato da barriere di natura tariffaria (come i dazi) e di natura distributiva o sanitaria. Eppoi mi chiedo se sia lungimirante aprire i nostri porti soltanto ai cinesi, dimenticando il ruolo del Mediterraneo e che, soltanto da Napoli, esportiamo verso l'America per un miliardo e mezzo di euro».

 

LE IMPRESE
Come detto a Palazzo Barberini - eccezione fatta per i grandi gruppi come Leonardo, Eni o Enel o Ansaldo con stabilimenti anche al Sud - erano presenti soltanto tre aziende meridionali. La Cmd, player nella realizzazione di macchine per l'aeronautica, che ha il quartier generale nel Casertano, a San Nicola La Strada, e il cuore propulsivo ad Atella, nel Potentino, detenuto per il 67 per cento dalla Loncin Motor di Chongqing. Poi la Eemaxx, realtà nel campo dell'efficientamento energetico con sedi a Pontecagnano Faiano, Lamezia Terme, Spinoso e Messina. Infine la palermitana Owec, già presente in Cina per fornire servizi in campo ambientale. Più in generale nelle esportazioni dell'Italia verso la Cina (valore complessivo 13 miliardi di euro) il Sud copre circa il 10 per cento del business complessivo, per lo più creato dall'agroalimentare. Licia Mattioli, vicepresidente di Confindustria con delega all'internazionalizzazione, ricorda che al Forum di Palazzo Barberini «il governo ha invitato soltanto le aziende che erano in procinto di firmare accordi con realtà cinesi per garantirgli una cornice più istituzionale. Per il resto, credo che il Sud abbia tutte le competenze per attrarre i capitali cinesi». Da Napoli, il leader degli imprenditori campani Vito Grassi sottolinea che «il nostro mondo produttivo, nei rapporti con Pechino, si concentra nel Forum che teniamo ogni fine d'anno a Napoli». Più critico Gianni Capizzi, presidente e titolare di Cag Chemical, che in Cina gestisce la manutenzione della diga delle Tre gole e che con il suo brevetto ALE6 è il secondo produttore in Europa di solventi per il trattamento delle acque. «Le nostre aziende - spiega - fanno fatica perché non hanno una massa critica che possa interessare i cinesi e non hanno un marchio riconoscibile. Io invece ho successo per il mio know how e per le mie commesse a livello internazionale. Mercoledì sarò al Cairo, perché proprio un'azienda cinese vuole comprare il mio gruppo e io, che non ho eredi, devo pensarci. Noi produciamo 120 tonnellate di solventi all'anno, loro 1.200. Credo che alla fine gli interessi più il nostro marchio per entrare nel mercato europeo e piazzare i loro prodotti: a quel punto distinguere il made in Italy dal made in China sarà in impossibile».
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Ultimo aggiornamento: 17:22 © RIPRODUZIONE RISERVATA