Ilva, Conte tratta con ArcelorMittal: un decreto per lo scudo

Martedì 19 Novembre 2019 di Alberto Gentili

Sarà per l'assedio dei pm e dei Tribunali e sarà perché «il fate presto, salvate l'Ilva» di Sergio Mattarella non può restare inascoltato, sta di fatto che Giuseppe Conte è tornato a sentire Lakshimi Mittal dopo giorni di silenzio e gelo. Tanto più che dal Quirinale filtra, di nuovo, l'allarme del capo dello Stato per il destino del sistema industriale italiano e per i livelli occupazionali. Senza però fornire, cosa che del resto non spetta al Presidente, indicazioni concrete: «La responsabilità è del governo e tale resta», fanno sapere dal Colle.

Sta di fatto che il signor Mittal e il premier ieri si sono parlati. C'è chi dice più volte. Il patron del gruppo franco-indiano avrebbe detto a Conte che è dispiaciuto dell'atteggiamento di Lucia Morselli: l'amministratore delegato che ha impedito l'ingresso venerdì ai commissari negli stabilimenti tarantini e che ha innescato, con il suo approccio muscolare, la reazione delle procure di Taranto e Milano e l'intervento del Tribunale meneghino.

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Una morsa giudiziaria che ha inevitabilmente indebolito e reso scomoda e rischiosa la posizione del gruppo franco-indiano. Soprattutto, il signor Mittal, avrebbe detto che la sua azienda è pronta a formulare una proposta e a restare in Italia se saranno soddisfatte «alcune condizioni»: la reintroduzione dello scudo penale, almeno duemila esuberi e la riduzione del canone di affitto, oltre alla garanzia dell'agibilità dell'altoforno 2. Quello su cui pende la mannaia della magistratura tarantina e di cui ieri sera l'azienda ha annunciato lo stop alle procedure di spegnimento.
Conte, raccontano a palazzo Chigi, non ha chiuso. Ha fatto presente che non è stato il governo italiano a innescare la guerra legale, ma il gruppo franco-indiano con l'azione di recesso. «Siamo stati costretti a reagire». E ha aggiunto che se davvero Mittal «si mostra disponibile a sedersi al tavolo, il governo c'è». Ed è disponibile a trattare. Tant'è che in serata è trapelata la notizia che Conte e Lakshimi Mittal torneranno a incontrarsi venerdì pomeriggio assieme ai ministri Roberto Gualtieri (Economia) e Stefano Patuanelli (Sviluppo).
Difficile però che la partita si chiuda venerdì. Conte ha fretta di uscirne, ma vuole uscirne bene. Per questo il premier, prima di arrivare a conclusione della trattativa, vuole attendere l'udienza fissata dal tribunale di Milano mercoledì 27 novembre. «Se i giudici meneghini, in via d'urgenza, dovessero definire infondato il recesso», spiega una fonte di governo che segue il dossier, «i Mittal sarebbero in un cul de sac e dovrebbero abbassare le pretese...».

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Proprio a questo punta Conte. Perché, visto che ha avocato a sé il dossier con la benedizione dei partiti di maggioranza, l'«eventuale vittoria sarebbe soltanto sua», dice chi ci ha parlato. E perché nella competizione sotterranea con Luigi Di Maio, risolvere il caso ex Ilva che l'ex ministro dello Sviluppo (ora alla Farnesina) ha contribuito non poco a complicare, un successo aiuterebbe il premier nella guerra di posizionamento dentro ai 5Stelle. E spianerebbe la strada al varo di un nuovo scudo penale, varato con decreto, osteggiato da una parte dei parlamentari grillini, cui però Conte è pronto a garantire nel quadro del risanamento e della tutela ambientale il «processo di decarbonizzazione» degli impianti siderurgici.
Mittal, nei diversi contatti avuti in giornata con il premier, avrebbe mostrato «piena disponibilità» ad accogliere Cassa depositi e prestiti (Cdp) nell'azionariato di Am Investco Italy (la società che gestisce l'ex Ilva). Sia per ridurre il peso economico dell'operazione, sia per condividere i rischi e avere un chiaro segnale di attenzione da parte del governo italiano. Ma sempre ieri, a margine delle celebrazioni per i 170 anni di Cdp, l'ad di Cdp Fabrizio Palermo e il presidente Giovanni Gorna Tempini in un colloquio durato 40 minuti hanno fatto presente a Conte e Gualtieri che per statuto la Cassa non può entrare in un'azienda in perdita. Questo per tutelare il risparmio postale. «Potremmo scendere in campo solo in presenza di una nuova cordata».

LE ALTRE SOLUZIONI
Conte e Gualtieri non hanno però intenzione di lasciar andar via ArcelorMittal. Le incognite per il successivo salvataggio dell'ex Ilva sarebbero troppe e troppo costose. Dunque premier e ministro non vogliono saperne (al momento) di una nuova gara e di una nuova cordata. Così dal Mef esce un input deciso rispetto a Cdp: «Le decisioni le prende il governo, non la Cassa», controllata all'82,7% dal Tesoro, «ma si può star certi che qualunque decisione che coinvolga Cdp sarà compatibile con la sua missione». Che può anche essere quella di coinvolgere Fincantieri, Leonardo, Eni, Terna, Snam, Saipem e le altre partecipate da Cdp per la creazione di stabilimenti e opportunità di lavoro non distanti dall'acciaieria, su cui far confluire gli operai e i dipendenti in esubero. Il Cantiere Taranto, appunto, su cui lavora Conte.
 

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