ENRICO LETTA

Letta e Conte, i paletti del segretario del Pd all'ex premier: niente voto anticipato e aprire a Renzi-Calenda

Martedì 26 Ottobre 2021 di Mario Ajello
I paletti di Letta a Conte: niente voto anticipato e aprire a Renzi-Calenda

Gli stellati, molti dei quali hanno imparato a non amare Conte, esultano per il pranzo del leader M5S e di Enrico Letta perché quest’ultimo «ha fatto una lavata di capo a Giuseppe». Soprattutto per dirgli una cosa: «Draghi va sostenuto sul serio e non esiste il voto anticipato dopo l’elezione del nuovo presidente della Repubblica». Due temi sui quali il junior partner del Pd ha idee diverse rispetto al Nazareno. 

Il pranzo comunque, al ristorante prediletto di Conte, l’Arancio in via Monte d’Oro, dietro casa della fidanzata del leader stellato (Olivia Palladino) dove egli fa base tra Fontanella Borghese e via Tomacelli ed è stato Conte a invitare Letta, «è andato molto bene» assicurano i due commensali. Che del resto sono persone molto civili, anche nei loro dissensi. Che esistono eccome, ma - come dicono molti nel Pd - «Conte è un leader politico che ha appena cominciato e deve imparare ancora tante cose». 

Per esempio a non mettere i bastoni tra le ruote sul ddl Zan, tema a Letta carissimo, visto che i deputati e senatori grillini hanno ieri diramato una nota non in linea con il Nazareno. Quella che dice preventivamente alt alle trattative che Letta ha annunciato di voler condurre a 360 gradi, per approvare la legge sull’omotransfobia e che nel movimento di Conte viene considerata una resa a Renzi e un tentativo di «accordo al ribasso» che vanificherà tutto. Letta vuole garanzie da Conte perché i suoi non rovinino le possibilità di accordo e Conte chiede garanzie a Letta perché la proposta di legge, «che una larga parte della società italiana chiede», non venga snaturata. Su questo comunque l’intesa tra i due ex premier praticamente è fatta.  

Ecco, si volevano vedere i due leader - e lo hanno fatto per due ore parlando tra l’altro di Covid e post Covid e sulla strategia del Green pass vanno all’unisono - per confrontarsi sul voto amministrativo (nessuna tentazione di Letta di dare la colpa del flop grillino a Conte) e su diversi punti si sono trovati d’accordo. Su come procedere lungo l’iter della legge di bilancio (ma in questo caso come su tutto il resto l’impazzimento stellato può riservare qualsiasi sorpresa anche la più sgradita per il capo del movimento) e sul reddito di cittadinanza da rifinanziare come strumento di lotta alla povertà («Nella pandemia è servito ad alleviare le condizioni di tanti italiani», hanno convenuto i due) e da accoppiare al piano sul lavoro del ministro Orlando che prevede tra l’altro il salario d’ingresso. 

E ancora: Enrico ha ribadito a Giuseppe quanto l’impronta europeista e di serietà che egli ha impresso ai 5 stelle sia gradita al partitone alleato. Ma quando Letta ha detto al commensale che «i personalismi devono restare fuori dal progetto anti-destre che stiamo costruendo», il garbato discorso è risuonato anche come un invito al junior partner (M5S è ai minimi storici) di non lanciare più veti contro Calenda e contro Renzi come va facendo continuamente sfarinando il possibile Nuovo Ulivo prima ancora che esista. E del resto gli stessi parlamentari di Conte - spesso più vicini a Letta che al loro stesso leader - non fanno che sorprendersi per il muscolarismo «a vanvera» di Giuseppi e lo bollano così: «Ma siamo un partito ridotto ormai al 4 per cento e vogliamo pure fare la voce grossa!».  

«Serve un fronte ampio e una partecipazione dei cittadini la più larga possibile, per impedire che vincano Salvini e Meloni e vadano al governo», ha detto Letta a Conte e lui annuiva. «Ma certo, hai ragione Enrico...». Ma Enrico sa bene che, se Conte insiste sui veti anti-renziani e anti-calendiani, battere i sovranisti sarà quasi impossibile. Dunque, «un buon pranzo con un buon clima di concordia», ma l’elenco delle doglianze che il leader Pd affettuosamente muove al collega («La nostra alleanza va avanti e si svilupperà ancora» e reciproci complimenti sulle performance rossogialle a Bologna e a Napoli e ieri anche in Sicilia con due sindaci grillo-dem appena eletti) rappresenta un menu assai corposo. 

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Non solo sul no al voto anticipato e sul sì senza se e senza ma all’opera di Draghi, ma anche su altro - che un po’ ha accompagnato il pranzo e un po’ vi ha aleggiato - i due sono rimasti distanti. Conte accarezza l’idea del proporzionale, ma Letta - che già deve vedersela con i proporzionalisti del suo partito - non lascia spiragli su questo tema. E se sul Colle i due giurano di non essersi consultati, anche su questo le traiettorie divergono.

Conte vuole spedire Draghi al Quirinale, così cresce la possibilità di urne subito che per lui significa fare candidature proprie e personali e non essere più bersagliato da malpancisti e avversari interi (il primo dei quali è Beppe Grillo che non ha gradito la scelta dei 5 vicesegretari imposta da Giuseppi senza passare dal voto on line degli attivisti) e Letta vorrebbe invece il bis di Mattarella e Draghi premier fino al 2023. E insomma c’è un’unione d’interesse tra il leader dem e quello stellato, e la realpolitik è stata la vera pietanza nei piatti dei due. 

 

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