Pd-Italia Viva, Franceschini e Guerini frenano l'attacco: bisogna dare a Renzi un'ultima chance

Lunedì 17 Febbraio 2020 di Alberto Gentili
Franceschini e Guerini frenano l'attacco: bisogna dare a Renzi un'ultima chance

Sono stati in molti nel Pd, a cominciare da Dario Franceschini e da Lorenzo Guerini, a restare di sasso di fronte all'affondo di Goffredo Bettini. L'ala più moderata e governista dei dem coltiva una tattica ben diversa: è sbagliato annunciare urbi et orbi, come fa l'ideologo del Pd targato Nicola Zingaretti, l'intenzione di cacciare Matteo Renzi dalla maggioranza.

Meglio, molto meglio, aspettare che sia l'ex premier a chiamarsi fuori, «se questo dovrà essere l'epilogo». Perciò, ragiona Franceschini che è il capo delegazione dem nel governo, è preferibile offrire al leader di Italia Viva un'ultima occasione per correggere la rotta e dimostrare di non essere, come sostiene Bettini «un fattore di instabilità» e «uno strumento della destra per picconare il centrosinistra». Se poi l'operazione-ripescaggio fallisse, sarà più agevole spaccare il partito di Renzi, senza essere accusati di favorire il trasformismo e di promuovere operazioni di palazzo. «Bettini ha sbagliato, queste cose si fanno, non si annunciano», è il leitmotiv.
Insomma, né Franceschini, né Guerini, né altri esponenti dell'esecutivo come Giuseppe Provenzano e Anna Ascani condividono la linea del premier Giuseppe Conte, rilanciata da Bettini in nome e per conto di Zingaretti. «E' sbagliato mettere in discussione l'attuale maggioranza», sostiene il ministro della Difesa, «bisogna invece fare in modo che Italia Viva scelga una linea leale e solidale, rinunciando ai continui ultimatum da una parte e dall'altra. Mi auguro che Renzi chiarisca il suo atteggiamento verso il governo e che tutti, responsabilmente, facciano prevalere il dialogo nella ricerca di soluzioni condivise».

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Linea tale e quale a quella di Franceschini che, al pari di Guerini e di altri ministri, non apprezza l'idea di andare a caccia di responsabili per rendere irrilevante e dunque innocuo Renzi e neppure gradisce il piano (coltivato da Zingaretti e Conte) di strappare a Italia Viva un gruppo di senatori. Questo perché l'arrivo di parlamentari da Forza Italia o dai partitini centristi, prefigurerebbe un cambio di maggioranza - la nascita del Conte ter - con i conseguenti complessi e rischiosi passaggi parlamentari. Irriterebbe non poco i 5Stelle che nulla vogliono avere a che fare con i berlusconiani in libera uscita. E farebbe precipitare sui rosso-gialli l'accusa di imbarcare «gli Scilipoti e i Razzi di turno», come è già corso a denunciare il capogruppo renziano in Senato, Davide Faraone. «Tanto più», osserva una fonte vicina a Franceschini, «che noi al contrario di Salvini non abbiamo seggi da offrire agli eventuali responsabili. Inoltre sbattere Renzi fuori dalla maggioranza, vorrebbe dire rinunciare al piano di allargare il centrosinistra ai moderati e si renderebbe Matteo ancora più pericoloso». In sintesi: «Il quadro è bloccato, cambiare l'assetto non conviene a nessuno. E come dimostra il varo del lodo sulla prescrizione, si può andare avanti: l'ex premier aveva promesso sconquassi se l'avessimo fatto, invece ha ingoiato il rospo e non c'è stata alcuna crisi...». Segue chiosa: «In ogni caso abbiamo già alcuni renziani pronti a tornare nel Pd e se Matteo dovesse strappare, il governo sarebbe comunque in salvo».

Il problema di Franceschini, Guerini e dell'ala governista è che Renzi alza il classico muro di gomma. Cita Confucio e la «forza della pazienza». Rinvia la resa dei conti sulla giustizia, pur facendo sapere di avere «carica la pistola con la mozione di sfiducia a Bonafede». E fa sapere: «Mi caccino se vogliono, io non me ne vado».
E' la ragione per la quale Conte e Zingaretti bocciano la linea attendista e vanno all'attacco. L'idea del premier (a dispetto delle smentite di palazzo Chigi) e del segretario dem è di arrivare quanto prima a un «chiarimento definitivo» con Renzi. Perché «non si può essere ostaggi all'infinito, restando a metà del guado». E perché, come ha messo nero su bianco Bettini e come ha detto Conte sabato mattina a Sergio Mattarella, «con Renzi il governo rischia la fibrillazione permanente e lo stallo». Dunque, meglio cercare i senatori necessari per rendere l'ex premier «irrilevante» e dunque «inoffensivo».

La novità, rispetto all'iniziale ipotesi del Conte ter che prefigurava un vero e proprio cambio di maggioranza, è che sia il premier che Zingaretti puntano a tornare alla «formula originaria». A quel tripartito, formato da 5Stelle, Pd, Leu, che in settembre dette la fiducia all'esecutivo, salvo ritrovarsi pochi giorni dopo con un altro e sgradito commensale al tavolo rosso-giallo. Renzi, appunto, con la sua scissione. Perciò «niente responsabili, ma renziani che tornano nel Pd». Chiosa di un ministro dem: «E' facile giocare con il fuoco se, come Zingaretti, non escludi di andare a elezioni anticipate».
 

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