Gli scogli del Reddito di cittadinanza: pochi posti di lavoro, collocamento al palo, Regioni in allarme

Martedì 22 Gennaio 2019 di Di Branco, Pacifico e Bisozzi

Navigator “precari” e assunzioni a rilento
Il rebus dei Centri per l’impiego

«Vogliamo rassicurazioni sui tempi e sulle modalità, perché altrimenti si rischia il caos e i Centri per l’impiego non sapranno fare fronte allo tsunami che li attende, viste le potenziali richieste da parte di milioni di persone». Le Regioni sono in allarme in vista del lancio del Reddito di Cittadinanza. Secondo il coordinatore degli assessori regionali al Lavoro, Cristina Grieco, che ieri ha incontrato il vicepremier, Luigi Di Maio, restano in ballo molti punti oscuri. A cominciare dal reclutamento di nuovo personale, da aggiungere agli 8 mila dipendenti già in forza presso i Centri per l’impiego.

Si parla di una infornata di 10 mila persone, ma le formalità burocratiche da espletare non sono poche e le 4 mila assunzioni, da parte delle Regioni, dovrebbero arrivare solo a partire da agosto, mentre per i 6 mila “navigator” di Anpal, le procedure di ingresso e di formazione non si completeranno prima dell’autunno. Pasquale Tridico, consigliere economico del governo, ha spiegato che queste figure «avranno un contratto di collaborazione per due anni ma che resta l’impegno a stabilizzarli». In ogni caso, serve una forte accelerazione: il decretone assegna ai tutor un ruolo decisivo già da maggio, quando passati 30 giorni dall’attribuzione del Reddito, i beneficiari dovranno essere convocati dai Centri per l’impiego per firmare il patto per il lavoro. «Portare a casa tutto il pacchetto nei tempi individuati è la nostra grande sfida» ha riconosciuto Di Maio. L’inquietudine delle Regioni, che hanno chiesto a Palazzo Chigi un accordo, da siglare in sede di Conferenza Stato-Regioni sulla questione dei navigator, è strettamente collegata con il timore che la macchina amministrativa pubblica possa trovarsi impreparata. Di Maio ha detto che dal primo febbraio ci sarà un sito con le istruzioni per il reddito. Il Reddito può essere richiesto dopo il 5 di ogni mese e che il primo mese utile è marzo. Il sussidio potrà essere richiesto via web ma chi non ha dimestichezza con il mondo dell’online potrà andare agli uffici postali o al Caf.

Entro 10 giorni lavorativi i dati devono essere comunicati all’Inps. Ancora un’altra tappa: entro 5 giorni l’Inps dovrà verificare i requisiti. E il via libera arriverà entro la fine del mese successivo. Le perplessità si concentrano in particolare su quei 5 giorni entro i quali l’Inps deve accertare che il richiedente abbia le carte in regola. Uno spazio temporale troppo breve. Non solo, per poter rientrare tra i beneficiari, bisogna autocertificare un Isee inferiore a 9.630 euro e nel governo promettono il carcere per chi dichiarerà il falso sgonfiando la reale consistenza del proprio indice economico. Ma per poter stanare le frodi occorrono controlli e, mediamente, ogni anno se ne sviluppano circa 20 mila. Intanto in queste ore è emerso che la dotazione complessiva del Reddito è stata ridotta all’ultimo momento per finanziare il fondo Imu-Tasi per i Comuni. 
(Michele Di Branco)

Ridotti i paletti ai Caf per accelerare sull’Isee
Allentata la stretta anche per i patronati

Il governo si mostra generoso con Caf e patronati. Cioè gli organismi che saranno chiamati a un surplus di lavoro per le pratiche da certificare nel reddito di cittadinanza e il pensionamento anticipato di Quota 100: il calcolo dell’Isee e l’accettazione della domanda del sussidio sul primo versante, la valutazione dell’assegno, nell’altro. Con una serie di emendamenti al disegno di legge Semplificazione al vaglio del Senato, ci sono infatti due importanti “regali” al settore, che soltanto per redigere i 730 e similia si vede girare dallo Stato oltre 700 milioni di euro all’anno: saltano le soglie minime per aprire queste strutture, vengono ridimensionate le sanzioni che i centri di assistenza fiscale pagano in caso di errori formali nelle dichiarazioni trasmesse all’Agenzia delle entrate. Nel 2014 il governo targato Pd aveva inserito una serie di paletti per limitare il proliferare di questi centri. Ma Cinquestelle e Lega sembrano andare in direzione opposta. In un emendamento di marca grillina si prevede che questi organismi, per essere autorizzati a operare dal ministero dell’Economia, non dovranno più rappresentare associazioni con almeno 50.000 iscritti.

Soltanto per i Caf, poi, viene anche deciso di cancellare i limiti legati alla loro produzione: trasmettere almeno 160.000 modelli 730 in un anno. Va da sé che in questo modo si rischia una decuplicazione sul territorio di centri di assistenza fiscale e di patronati. Giovanna Ventura, da poco nominata alla guida dei Caf della Cisl, chiede però «che per salvaguardare la qualità dell’offerta, aumentino i controlli da parte dell’Agenzia delle entrate, soprattutto legati ai nuovi obblighi di formazione e all’inquadramento con contratti stabili degli addetti ai lavoro».
LE REGOLE
Arrivano regole meno stringenti anche per l’autorizzazione dei patronati. L’attuale normativa prevede che devono realizzare «per due anni consecutivi attività rilevante ai fini del finanziamento in una quota percentuale accertata in via definitiva dal ministero del Lavoro e delle Politiche sociali inferiore all’1,5 per cento del totale». La soglia viene portata a una quota «inferiore allo 0,75 per cento». Rispetto al passato cambiano anche le modalità di erogazione delle sanzioni legate alla presentazione di atti con errori formali o dichiarazioni mendaci. In passato il Caf pagava di tasca propria, per poi doversi rivalere sul contribuente, sia la sanzione sia la parte di tributo non versato. Una disposizione che, soltanto per l’anno 2014, ha visto comminare ai Centri per l’assistenza fiscale sanzioni per oltre 6 milioni di euro. Le nuove disposizioni prevedono che, se l’organismo si accorge dell’errore e lo rettifica, la multa viene versata direttamente dal contribuente e si riduce della metà minimo indicato dalla legge (tra i 516 e 5.165 euro). Intanto Caf e Patronati battono cassa per le nuove mansioni che acquisiranno con il reddito di cittadinanza e Quota 100. Nel decretone, ma soltanto per i Centri di assistenza fiscale, ci sono 20 milioni di euro in più per calcolare i redditi Isee. Troppo pochi per il comparto, che l’anno scorso per il Rei ha redatto cinque milioni e mezzo di queste pratiche, vedendosi riconosciuti 100 milioni dall’Inps. 
(Francesco Pacifico)

«Nel 2019 si rischiano 500 mila posti in meno»
Le previsioni di Adecco sul decreto dignità

Mentre gli occhi sono tutti puntati sui centri per l’impiego, chiamati nel giro di pochi mesi a trovare un’occupazione ai beneficiari del reddito di cittadinanza, i numeri in possesso delle agenzie leader nel settore del recruiting fotografano un forte calo della domanda nel mercato del lavoro: «Stimiamo che nel 2019 le agenzie di reclutamento impiegheranno nel complesso quasi mezzo milione di italiani in meno del previsto». A lanciare l’allarme è Andrea Malacrida, amministratore delegato di Adecco in Italia, per il quale le aziende hanno già smesso di assumere. Pesano le nuove norme introdotte con il decreto dignità, entrato definitivamente in vigore a novembre. «A dicembre noi di Adecco abbiamo preso quindicimila persone in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente», spiega il manager. Il 2019 insomma sarà un anno da incubo per chi cerca lavoro. Già a novembre le assunzioni di Adecco erano risultate in calo di diecimila unità rispetto al 2017.
EFFETTO BOOMERANG
Secondo l’amministratore delegato, i numeri ricordano quelli registrati all’inizio della crisi: «Nel gennaio del 2009, pochi mesi dopo il crack di Lehman Brothers, perdemmo trentamila posizioni in un colpo solo». A questo ritmo l’agenzia di lavoro assumerà quasi cinquantamila persone in meno del previsto nel primo trimestre del 2019. «A maggio, quando spariranno del tutto gli incentivi che finora hanno permesso di calmierare l’emorragia, si toccherà definitivamente il fondo», prosegue Malacrida. Prima del decreto dignità il gruppo stabilizzava il 20 per cento della sua forza lavoro al termine del periodo a tempo determinato, mentre il 40 per cento veniva assunto dall’azienda dopo 24 mesi. «L’obbligo di rinnovare a tempo indeterminato i contratti a termine dopo due anni ha generato un effetto paralisi. Le aziende hanno paura: oltre a non assumere a tempo indeterminato i lavoratori già formati, perché spaventate da una possibile recessione, non rinnovano per un altro anno i contratti a tempo determinato giunti alla fine dei primi 12 mesi perché temono di diventare vittime di future vertenze». Oggi il rinnovo prevede l’obbligo delle causali. Affinché la proroga sia lecita si devono verificare una serie di condizioni legate a esigenze produttive temporanee e oggettive, oltre che documentabili, estranee all’ordinaria attività. Però non è solo Adecco a lanciare l’allarme. Preoccupano gli ultimi dati Istat: tra ottobre e novembre, prima della fine del periodo transitorio, il numero degli occupati è calato di quattromila unità, con un lieve aumento dei contratti a tempo indeterminato (+15 mila) e un calo di quelli a termine (-22 mila). Tra settembre e novembre, ovvero da quando il decreto dignità è stato convertito in legge, le più penalizzate sono state le donne (-36 mila) e i lavoratori giovani (-95 mila). 
(Francesco Bisozzi)
 

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