Berlusconi, addio a Palazzo Grazioli: trasloca nella villa che prestò a Zeffirelli

Lunedì 29 Giugno 2020 di Mario Ajello

Non è una fine, è un nuovo inizio. Almeno così lo vede Berlusconi. E nella risistemazione personale e politica di tutto - «Il Covid è uno spartiacque», ripete lui - rientra, nell'ottica del Cavaliere, la scelta di eliminare certe spese. E alcuni doppioni. Ovvero - come si sta chiedendo l'ex premier in questi giorni - ha ancora senso stare in affitto a Palazzo Grazioli, ormai non usato quasi più, quando s'è liberata la bella villa tra Appia Antica e Appia Pignatelli dove abitava e dove è morto lo scorso anno Franco Zeffirelli? Il maestro grande amico di Silvio - e infatti la dimora era piena di immagini dell'ex premier anche in formato matrioska e pure in compagnia di Dudù, mentre si chiama Dolly il Jack Russel che fu adorato da Zaffirelli - non stava neppure in affitto. Nel 2001, il Cavaliere comprò quella bella casa dove viveva scespirianamente Zeffirelli, soprannominato non a caso Scespirelli, la pagò 3 miliardi e 775 milioni di lire e la prestò per sempre al grande regista ed ex parlamentare forzista che ha sempre ripetuto: «Silvio è la persona più generosa al mondo». Certo, il luogo è decentrato ma la bellezza della dimora in un grande comprensorio che risale agli anni 30 è assoluta e soprattutto saranno sempre più sporadiche, come dicono i suoi, le visite dell'ex premier a Roma.

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Dopo l'estate dovrebbe cominciare il trasloco da Palazzo Grazioli, che di affitto costa 40mila euro al mese, e entro la fine dell'anno si chiuderà la lunga storia, dal 96, che lega il Cavaliere e la politica italiana dall'inizio della Seconda Repubblica a questo edificio. La cui grandezza è stata nell'ossimoro: un edificio monarchico e anarchico, esattamente come il Cavaliere. Ora ci sono soltanto quattro segretarie, un autista, alcuni uffici (quello di Valentino Valentini, quello di Sestino Giacomoni, la cosiddetta zona Letta), le stanze a disposizione di Confalonieri e Paolo Berlusconi quando pernottano a Roma, le sale riunioni, la sala da pranzo (soprannominata «lo scannatoio» considerando le litigate tra maggiorenti forzisti che lì si sono svolte sulle candidature), la cucina dove troneggiava il cuoco Michele (per i pranzi e cene tricolori che facevano dire a Bossi: «Qui si mangia poco e male») e i salotti, i salottini, i corridoi damascati del piano nobile in cui Putin lanciava la pallina a Dudù e tutto il resto. Compresi i divanetti in cui s'addormentava Paolo Bonaiuti quando Silvio lavorava fino alle 3 del mattino. O la grande stanza con la tivvù in cui si vedevano le partite ma anche dove capitava che il sovrano desse da mangiare al cagnolino reale e qui ha sempre troneggiato tutto l'anno, insieme a un plastico del Colosseo, l'albero di Natale alto oltre due metri e forte della preziosità di essere Swarowski.
 


Naturalmente in tutte queste stanze oltre a decidersi le liste elettorali e a stabilire chi comandava - una volta due super-big azzurri s'accapigliarono a colpi di dossier giudiziari e Verdini li dovette dividere: «Ma proprio qui dentro si fa il peggior giustizialismo? Ma siete impazziti?!» - si svolgevano feste e divertimenti. Come quando, per restare nella sfera politica, si affollarono di bella gente questi saloni, con i palloncini che volavano, per esempio per celebrare la vittoria del 2008. E chi non ricorda il vecchio parlamentino forzista nel palazzo? E l'ammezzato in cui si sfornava il Mattinale? E l'ansia bonaria di Berlusconi quando Tatarella andava in bagno: «Lo lascia sempre in disordine»? E la spending review della Pascale contro i leggendari fagiolini («Troppo carestosi!», esclamava in slang napoletano) a 80 euro al chilo? Ma questi sono i fasti di un tempo. Quando in piena notte se Silvio leggeva sui giornali freschi di stampa qualcosa che non gli garbava, chiamava l'Ansa. Gli passavano i dimafoni e lui: «Sono Silvio Berlusconi». E loro, per nulla colpiti dal calibro dell'interlocutore: «Va bene, titolo?». Ora è tutto un po' crepuscolare. E siccome Silvio non viene quasi più, il partito lavora nella sede di Piazza in Lucina.

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Nel sintonizzarsi sul nuovo, nell'esigenza di andare all'essenziale, che riguarda anche un tipo sensibile come Berlusconi agli stati d'animo collettivi, rinunciare a Palazzo Grazioli è nelle cose. E come molti strappi sentimentali può fungere anche questo come una spinta verso il futuro. Tra Arcore, la villa di Marina in Provenza dove Silvio si trova benissimo e la voglia di frequentare Bruxelles come padre nobile del popolarismo europeista, per Berlusconi Palazzo Grazioli è una spesa non più essenziale come un tempo. E la ex villa di Zeffirelli, svuotata purtroppo di tutti i cimeli che sono andati nella Fondazione intitolata al maestro, è un posto magico dove recarsi quando serve, anche per lavorare con più concentrazione.

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