Processo Becciu, il Revisore dei Conti in Tribunale: «ero sconcertato, non si usano così i soldi dell'Obolo di San Pietro»

Processo Becciu, il Revisore dei Conti in Tribunale: «ero sconcertato, non si usano così i soldi dell'Obolo di San Pietro»
Venerdì 30 Settembre 2022, 16:32 - Ultimo agg. 16:57
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Città del Vaticano - «Venivano utilizzati strumenti d'investimento 'non liquidi', non quotati, di difficile visibilita' e valutazione dall'esterno, fondi chiusi, una sorta di 'hedge fund', peraltro con persone in conflitto d'interessi. Non era quello il modo di usare i soldi dell'Obolo di San Pietro! ». Cosi' il revisore generale della Santa Sede, Alessandro Cassinis Righini, ha definito l'investimento della Segreteria di Stato nel palazzo di Sloane Avenue, a Londra, al centro del processo in corso in Vaticano.

Cassinis Righini, nella 27esima udienza del processo sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato, era il secondo testimone convocato dall'accusa, e l'8 agosto del 2019 fu il firmatario di una delle due denunce - l'altra era dello Ior - che diedero il via all'inchiesta sull'acquisto del palazzo di Londra e quindi al presente processo. Per due ore esatte ha risposto alle domande prima del promotore di giustizia aggiunto Roberto Zannotti e poi delle parti civili e delle difese.

Cassinis ha ricordato anche il clima non proprio favorevole incontrato in Segreteria di Stato dall'estate 2018, quando papa Francesco lo aveva incaricato di una "revisione specifica" in quel Dicastero per consegnare una "fotografia dell'esistente" al nuovo sostituto che doveva insediarsi il 15 ottobre, monsignor Edgar Pena Parra, successore del cardinale Angelo Becciu, che nel frattempo aveva lasciato l'incarico.

Cassinis ha ricordato che quell'episodio era preceduto, peraltro, dall'opposizione rivolta tra il 2015 e il 2016 a una revisione in Segreteria di Stato affidata alla societa' internazionale Pricewaterhouse Cooper. «Noi siamo abituati a controllare, non ad essere controllati» disse allora Becciu, mentre per il capo dell'Ufficio amministrativo, monsignor Alberto Perlasca, «nei bilanci meno si scrive e meglio e'».

«Quando iniziammo la nostra attivita' - ha riferito Cassinis Righini, si mostrarono immediatamente alcune cose molto strane, che poi sono diventate anche oggetto della nostra segnalazione. Mancavano perizie indipendenti sul valore degli immobili, relazione sui rapporti con le banche, bilanci: li chiedevamo ripetutamente e non ci venivano mai forniti». Mai arrivato, ad esempio, dall'Ufficio amministrativo il "contratto di pegno" per il prestito di 250 milioni di euro dal Credit Suisse dando in pegno 516 milioni di euro della Segreteria di Stato (i legali nel corso dell'udienza hanno pero' parlato di 564 milioni). Cassinis, tra l'altro rimase «molto stupito» quando l'Ufficio prese in considerazione l'investimento petrolifero in Angola «in totale contrasto con i criterio ambientali della Laudato si'» e non certo «in una specchiata democrazia, come tutti sanno».

Il denaro non utilizzato per quel progetto fini' poi nell'investimento nel Fondo Athena di Raffaele Mincione per il palazzo di Sloane Avenue. «Lei e' certo che fu utilizzato l'Obolo di San Pietro?», ha chiesto espressamente Zannotti. «Si'», ha esclamato senza esitazione Cassinis, che ha confermato in aula il contenuto della sua denuncia. Ha ribadito anche «l''atteggiamento passivo», di palese resistenza opposto dall'Ufficio amministrativo a tutte le richieste di documenti, atti, bilanci. «Ci si lamentava, magari anche a ragione, di non avere sufficiente personale - ha ricordato -. Ma li' soprattutto era un problema di competenza. La contabilita' era un disastro. Non si capiva assolutamente nulla».

La "revisione specifica" aveva anche portato alla luce che la disponibilita' di allora della Segreteria di Stato era di 928 milioni di euro («ne erano al corrente i superiori, ma il Papa sicuramente no») e, di questi, «750 milioni erano versati in istituti bancari fuori dal Vaticano, in particolare il Credit Suisse. Le risposte che ci venivano date era che storicamente, dagli anni '90, c'erano rapporti col rappresentante in Italia Enrico Crasso». E sul fatto che gli strumenti d'investimento «concentravano il rischio e duplicavano i costi - con le doppie commissioni dei fondi chiusi - venivano date risposte evasive». «Si trattava di prodotti speculativi, senza una quotazione di mercato trasparente. prodotti non facilmente negoziabili ne' vendibili, non 'liquidi' ma di particolare 'vischiosità'». E sul fatto che allora non si seguivano particolari criteri etici negli investimenti - resi obbligatori solo nel giugno scorso - Cassinis ha rievocato che «anche l'Apsa aveva investimenti contrari alla Dottrina sociale della Chiesa, in particolare in case produttrici di anticoncezionali e della pillola del giorno dopo. Noi allora lo facemmo presente e subito hanno provveduto a vendere». Ultimo aspetto, il fatto che fin dal 26 novembre 2018 il revisore aveva segnalato che nel contratto per passare dal fondo di Mincione a quello di Gianluigi Torzi, quest'ultimo manteneva mille azioni con diritto di voto, a discapito della Segreteria di Stato, con tutte le conseguenze, persino rocambolesche, che ne derivarono. «Allora suggerimmo di non dare esecuzione all'accordo, che invece fu chiuso il 3 dicembre - ha concluso Cassinis Righini -. Ma perche' tutta quella fretta?».


Gli avvocati del cardinale Becciu, Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo hanno spiegato che la sospensione della consulenza di revisione contabile PwC nell’aprile 2016 non fu una scelta autonoma dell’allora Sostituto monsignor Becciu ma una posizione assunta dalla Segreteria di Stato, ribadita peraltro con lettera a firma del Cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin.  «Quanto poi alla secolare autonomia della Segreteria, anche sotto il profilo finanziario, essa venne ribadita con rescritto pontificio del 5 dicembre 2016, rilasciato in mani del medesimo cardinale Parolin. 
Tanto, a dimostrazione della piena legittimità del comportamento del cardinale Becciu, sempre improntato alla massima correttezza istituzionale». 

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