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La cittadella di carta
e un secolo di memorie:
Emeroteca, che storie

Domenica 22 Maggio 2022 di Vittorio Del Tufo
La cittadella di carta e un secolo di memorie: Emeroteca, che storie

Nei libri ha incontrato l'universo (Jean-Paul Sartre)


Tutto ebbe inizio in un fumoso ammezzato di via Monteoliveto 75. In quell'edificio, oggi scomparso, aveva sede il mitico Sindacato Corrispondenti, la prima organizzazione giornalistica napoletana. Era il 1907: in via Monteoliveto 75, oggi un luogo della memoria, i giornalisti redigevano le corrispondenze sui fatti di rilievo nazionale, a mano a mano che essi accadevano, recandosi più volte al giorno a telegrafarle ai quotidiani. Per farlo bastava attraversare la strada ed entrare nello storico Palazzo Gravina, sede delle Poste e Telegrafi.

Bisogna partire da qui, da questo civico di Monteoliveto dove abitava anche il pittore Edoardo Dalbono, la cui casa era frequentata da artisti e letterati come Salvatore Di Giacomo, Pietro Scoppetta, Libero Bovio e Michele Cammarano, per riannodare i fili di una straordinaria storia napoletana, quella dell'Emeroteca Tucci. Storia di tutti, perché se a Napoli c'è un luogo che, come i bouquinistes parigini situati lungo la Senna, raccoglie la memoria del mondo, e la restituisce a chi voglia lasciarsene travolgere, quel luogo è l'Emeroteca Tucci, la più grande collezione di giornali e riviste provenienti da ogni angolo del pianeta.

È bene chiarire subito che, a dispetto della sua lunga e prestigiosa storia, questa cittadella magica del giornalismo non se la passa benissimo. Anzi se la passa decisamente male, nonostante gli sforzi di chi la conduce e la retorica della «salvaguardia della memoria» che affolla le promesse delle istituzioni cittadine e regionali. Promesse il più delle volte caricate a salve. Oltre trecentomila volumi comprendenti più di diecimila collezioni di periodici italiani e stranieri dal 1648, dei quali tremila introvabili in Campania (e, tra questi, circa 200 unici al mondo) e oltre 45mila libri tra i quali Incunaboli, Cinquecentine e Secentine. Tutto questo, oggi, è la Biblioteca Emeroteca Tucci. Un'eccellenza napoletana che continua a suscitare interesse tra gli studiosi di tutto il mondo ma è costretta da anni a vivere di stenti, a causa del mancato sostegno delle istituzioni. Fanno eccezione la Camera di Commercio, che nei giorni scorsi ha rinnovato l'impegno a sostenere economicamente l'istituzione, e l'Ordine dei Giornalisti.

Ma torniamo agli esordi. La piccola sede al piano ammezzato, concessa ai giornalisti corrispondenti dalla Direzione delle Poste che, per anni, l'aveva adibita a deposito di lettere e biglietti postali destinati al macero, affacciava sul «Caffè Molaro», antico bar demolito negli anni Trenta e prima redazione dei corrispondenti napoletani. Era il luogo dove Salvatore Di Giacomo dava appuntamento alla giovane fidanzata Elisa. Ed era il luogo dove giornalisti ed artisti cominciarono a intrecciare le loro passioni e i loro destini: un connubio destinato a proseguire per l'intero Novecento.

Il passato è un teatro di ombre. Chi furono i pionieri dell'Emeroteca? Tre giornalisti d'origine pugliese (Nicola Daspuro, Francesco Dell'Erba e Vincenzo Tucci), uno di origine lucana (Floriano del Secolo) e molti napoletani: Silvio Amoroso, Salvatore Aversa e Roberto Cantalupo (vice-corrispondente diciasettenne divenuto poi senatore e, infine, ambasciatore), Silvano Fasulo, Valentino Gervasi, Eugenio Guarino, Alfredo Lamb, Giuseppe Lomonaco, Ettore Lupo, Achille Mango, Gennaro Nappi, Pasquale Parisi, Saverio Procida, Luciano Ramo, Ernesto Serao, Mario Sergio. Il sodalizio fu fondato nell'agosto del 1907.
 


Crebbe in fretta, l'Emeroteca. Crebbe grazie ai lasciti di molti benefattori. Una delle donazioni più importanti arrivò dal napoletano Vincenzo Riccio, divenuto nel 1914 ministro delle Poste nel primo governo Salandra. Avvocato ma anche pubblicista, Riccio era un appassionato collezionista di giornali. Possedeva Il Lampo, Il Pungolo, Il Piccolo, Capitan Fracassa, Popolo Romano, La Tribuna e il periodico a giorni alterni Don Chisciotte. Donò tutto ai suoi colleghi partenopei. Un altro ministro, il piemontese Francesco Ruffini (uno dei dodici universitari che nel 1931 rinunceranno alla cattedra per non piegarsi al giuramento di fedeltà al fascismo) donò nel 1916, subito dopo essere stato nominato ministro della Pubblica Istruzione, la raccolta di tutte le opere di Giuseppe Mazzini, splendidamente rilegata in pergamena.

La prima sala per la consultazione pubblica e gratuita delle collezioni fu inaugurata il 25 giugno 1913 a Palazzo Gravina, grazie all'intervento del ministro delle Poste Teobaldo Calissano. Quattro anni più tardi il nuovo segretario, il pugliese Vincenzo Tucci, riuscì a ottenere dalle Poste come sede al piano nobile quattro saloni e altri due vani, che erano stati abitati dei principi Orsini; e dalle Poste ottenne anche librerie e sostegni finanziari. I maggiori artisti del tempo (Aprea, Balestrieri Carignani, Casciaro, Ciletti, D'Abro, Jerace, La Bella, Magnavacca, Parente, Passaro, Postiglione, Prisciandaro, Uva, Vetri, Viti) insieme con Comune, Provincia, Camera di Commercio e Banco di Napoli donarono dipinti (dei quali, un paio, andati distrutti nel bombardamento del 4 dicembre 1942). La volta del salone più grande ebbe due affreschi dell'originale pittore Ezechiele Guardascione, il cui figlio Franz negli anni Settanta avrebbe assiduamente frequentato l'Emeroteca e la Sala Stampa in qualità di presidente dell'Ordine dei Giornalisti della Campania. Ai dipinti, negli anni seguenti, fu aggiunto il dono di quattro sculture firmate da Achille D'Orsi, Saverio Gatto e Francesco Mercatali.


Nel 1936 la sede della Tucci fu eretta nel nuovo grande palazzo delle Poste di piazza Matteotti. Da allora molte generazioni di giornalisti corrispondenti si sono avvicendate nella gestione della struttura. In queste stanze ogni anno centinaia di giovani preparano le tesi di dottorato o di laurea al fianco di ricercatori provenienti dalle università degli Stati Uniti, del Giappone, della Gran Bretagna, della Germania, della Francia, dell'Australia, di Amsterdam, Caracas, Malta, Madrid, Pietroburgo, Toronto e Varsavia. Tra i visitatori più assidui della sede attuale ci sono stati Benedetto Croce, Norman Kogan, direttore del Dipartimento di storia dell'Università del Connecticut e autore di numerosi volumi stampati da Laterza, e Percy Allum, che occupò per molti anni una scrivania in un angolo tranquillo dove scrisse «Potere e Società a Napoli» e altri libri.


È un mondo difficile per l'Emeroteca Tucci: felicità a momenti e futuro incerto, per citare il celebre brano di Antonio de la Cuesta. Il «regno dell'introvabile» rischia di essere sepolto dai debiti e dalle inadempienze altrui. Eppure il 24 giugno 1999 l'Emeroteca Biblioteca Tucci fu dichiarata bene di «notevole interesse storico». Varata nel 1996, una legge della Regione Campania permise il potenziamento della Tucci fino all'anno 2001. Nel 2002 la Giunta decise immotivatamente di porre fine al finanziamento di quella legge. Per ripristinarlo (ma per un anno solo, il 2016) ci vollero quindici anni. La Società delle Poste Italiane ha compiuto un notevole sforzo per mantenere il distacco presso l'emeroteca di un gruppo di postini, divenuti negli anni archivisti e bibliotecari. Di quel gruppo, formato inizialmente da quattordici unità, ne resta oggi una sola. «Per pura ingratitudine», commenta Maffei utilizzando il titolo di un libro del suo compianto amico Oreste Del Buono. «Perché, spiega, senza la campagna di stampa avviata dal Mattino il 23 ottobre 2001 con una intera pagina firmata da Donatella Trotta e proseguita anche su Repubblica, Corriere del Mezzogiorno e altri giornali da indignati articoli di Cesare De Seta, Benedetto Gravagnuolo, Giancarlo Alisio, Ugo Carughi, Aldo Loris Rossi, Alfonso Gambardella, Alessandro Castagnaro, Arcangelo Cesarano, lo stupendo Palazzo delle Poste sarebbe stato venduto da disinvolti manager di quel tempo (alla Provincia per 150 miliardi di lire) come era già accaduto per gli edifici postali di Parma, Firenze e altre città».
È appena il caso di ricordare che la Tucci, vanta un altro primato: unica al mondo a non aver mai avuto un bibliotecario di professione, è pilotata invece da cinquantadue anni da un presidente che ne ha novantaquattro, l'inaffondabile Salvatore Maffei. Il quale, per salvare l'Emeroteca, non esiterebbe a incatenarsi davanti al palazzo delle Poste, o in quella via Monteoliveto dove tutto nacque (e stai pur certo, Salvatore, che noi ci incateneremo con te).

Ultimo aggiornamento: 13:41 © RIPRODUZIONE RISERVATA