Giorgio, l'artigiano del caffè napoletano: «Il segreto nella tradizione»

Lunedì 29 Giugno 2020 di Maria Pirro

Sfida con gusto i colossi dell'industria. E lo fa, a mani nude, da quarant'anni. Negli ultimi, può contare su un alleato speciale: il figlio Danilo, 29enne, suo apprendista a tecnologia zero. «L'unico comando ammesso è quello vocale», certifica Giorgio de Crescenzo, napoletano di Fuorigrotta, 57 anni «passati», come li definisce l'artigiano del caffè che mette a punto e realizza macchinette per l'espresso in una bottega al 181 del corso Vittorio Emanuele. Dalla strada può sembrare un negozio di riparazioni, e già sarebbe uno dei pochi rimasti in città. All'interno assomiglia più a un museo degli utensili, se non fosse che tutti gli strumenti sono perfettamente funzionanti.

«Il tornio è in stile Flintstones, modello antenati», sorride De Crescenzo, mostrando l'angolo più nascosto dell'ambiente irregolare sorretto da due archi. Poi c'è il trapano, che ha più di 70 anni, e li dimostra tutti. E tante altre cose che servono per piegare il ferro e iniziare la produzione. «Si comincia dando forma al telaio, forando le barre: il pezzo va filettato e tagliato a misura e assemblato agli altri per costruire la struttura», spiega con sicurezza. Subito dopo, viene posizionata la caldaia, si formano gli attacchi per l'acqua, il vapore. Non resta che occuparsi della parte in acciaio Inox, la base, in modo da poter applicare i rubinetti. Non manca lo scaldatazze antico, posizionato in alto, ma le resistenze sono elettriche e le guarnizioni in silicone. Con variazioni su richiesta: una grossa macchinetta del caffè inviata, ad esempio, a Dubai è tutta colorata. Giallo, rosa choc. La più famosa è quella mostrata in tv nello spot di Francis Ford Coppola, una storica esposta a Pietrarsa. Ma la moda in voga prevede una teca in plexiglass per mostrare al cliente i congegni, come quelli appena spediti in Sardegna bagnati in oro, o le tubature in rame cromato denominate Posillipo. «A Londra e New York si utilizza pure l'alimentazione a gas al fine di rendere la bevanda itinerante: può essere venduta a bordo di una Apecar o Sidecar». Ma la moka più originale, sempre made in Naples, viaggia in bici ad Est, tra l'Ungheria e la Repubblica Ceca. E tante altre macchinette sono in Giappone, Alaska, Germania. «Mi risulta che ce ne sia una nella sede di Google, una in un castello scozzese, un'altra in una chiesa sconsacrata in Olanda». Con la classica leva a braccio, in legno (noce robusto ed elegante), preferita dai baristi partenopei. «Il prodotto è il risultato di tante modifiche, raccogliendo i suggerimenti di chi è dietro al bancone».

La Bosco esiste infatti dal 1960: fondata da due fratelli in principio concessionari di un grande marchio di cui oggi si occupa Roberta Bosco. «Mio padre Attilio ha reso possibile tutto questo, scoprendo per primo i difetti delle macchine industriali, segnalando ai manager dell'azienda del Nord come avrebbero dovuto essere adattate all'acqua di Napoli e facendo enormi sacrifici per affermare l'orgoglio del Sud, dimettendosi e mettendosi in proprio, quando gli dissero che del mercato partenopeo loro se ne infischiavano. Papà ha continuato a lavorare fino all'anno scorso, all'età di 85 anni. Con lo spirito di costruire le cose perché durino, come si faceva una volta», interviene lei. Da quarant'anni De Crescenzo è impiegato per la stessa ditta. «Allora non ero nemmeno 18enne, la passione per la meccanica era probabilmente nel mio Dna». Trasmessa al primogenito, gli altri due figli preferiscono invece le palestre e entrambi si sono iscritti a Scienze motorie. Ma qui l'esercizio è più impegnativo e quotidiano. Facile scommettere sul vincitore in famiglia a braccio di ferro, mentre è difficile immaginare che quest'uomo dai capelli sale e pepe non abbia a casa la sua creatura. «Mia moglie me la chiede da una vita, vuole mettere via le cialde: una battaglia persa», allarga le braccia. Ma Giorgio si riscatta provvedendo all'assistenza per tutti gli elettrodomestici: «A casa mia non entra nessuno». E il caffè è servito, dal sapore un po' meno aromatico ma deciso. 

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