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Prima guerra mondiale, la copertina storica del Mattino oggi in regalo: il gran sogno italico che annunciava l'orrore

Lunedì 15 Agosto 2022 di Gigi Di Fiore
Prima guerra mondiale, la copertina storica del Mattino oggi in regalo: il gran sogno italico che annunciava l'orrore

La grancassa della retorica nazionale si scatenò. Il 24 maggio del 1915 fu un'altra delle giornate da ricordare nella storia unitaria italiana. Una data che sarebbe stata inserita, tre anni dopo, anche da E. A. Mario, al secolo Giovanni Ermete Gaeta, nella sua «Leggenda del Piave», in cui celebrò il fiume della battaglia decisiva nella prima guerra mondiale descrivendolo «calmo e placido, al passaggio dei primi fanti, il ventiquattro maggio». Era l'ingresso in guerra anche per l'Italia, che si schierò al fianco di Germania, Russia e Gran Bretagna, contro Germania e impero austro-ungarico. Un rimescolamento di alleanze, uno dei tanti nella cinica storia italiana. Preceduto da mesi di polemiche di piazza per la contrapposizione tra «interventisti» e «pacifisti» che aveva causato persino una mini-scissione nel Partito socialista dove Benito Mussolini, direttore de «l'Avanti», interventista convinto, aveva salutato i suoi compagni per fondare un suo movimento e il suo giornale.

Il re Vittorio Emanuele III, educato nella retorica risorgimentale di cui erano intrise le sue memorie familiari, dopo il sì del Parlamento ai «poteri straordinari al governo in caso di guerra», il 23 maggio firmò la dichiarazione di guerra che considerava la «quarta d'indipendenza» per l'annessione all'Italia delle «terre irredente», con Trento e Trieste. Uno scenario in cui fu costretto ad adattarsi Eduardo Scarfoglio. Tornato a tempo pieno a dirigere «Il Mattino» lasciato per tre anni dal 1904 al 1907 nelle salde mani dei figli durante la parentesi alla direzione de «L'Ora» di Palermo, ormai da dodici anni separato nella vita privata come in quella professionale da Matilde Serao, Tartarin, come si firmava nei suoi pungenti fondi di prima pagina, mise subito in discussione le sue posizioni politiche sulla guerra, espresse nei mesi precedenti al 24 maggio 1915.



L'anno prima, il 29 giugno del 1914, «Il Mattino» aveva dedicato l'intera prima pagina all'attentato mortale di Serajevo, dove erano stato uccisi da uno studente serbo l'erede al trono d'Austria, l'arciduca Francesco Ferdinando, e la moglie. Fu la causa scatenante della guerra. Facile profeta, aveva scritto Tartarin già nell'incipit del suo commento: «Le pistolettate di Serajevo hanno portato nella politica di questa vecchia Europa la convulsione che una violenta mareggiata porta sopra un litorale tranquillo». Il direttore-fondatore, che aveva ormai in redazione al lavoro i figli Paolo, Carlo e Antonio, leggeva foschi presagi sul futuro degli Asburgo e anticipava sconvolgimenti che avrebbero travolto i precari equilibri europei. Si schierò contro l'ingresso in guerra dell'Italia, a favore dell'alleanza con Austria e Germania. Fu smentito dai maneggi politici italiani e dovette fare marcia indietro e rivedere le sue convinzioni in cui vedeva per l' Italia «fermenti criminosi in ebollizione con il conglomerato sociale minacciato dall'isterismo demagogico». Patriottico il titolo di prima pagina il 24-25 maggio 1915 che, dopo aver dato la notizia secca dell'annuncio diffuso dal ministro degli Esteri, Sidney Sonnino, concludeva con un «Evviva l'Italia!». Era un atto di fede, nella conferma della linea che avrebbe sempre tenuto il quotidiano nel seguire gli eventi bellici.

La prima pagina di quel giorno storico privilegiava le notizie ai commenti: l'annuncio dell'ingresso in guerra riproducendo integralmente in neretto il comunicato del ministro Sonnino; la reazione dell'Austria con la sua «presa d'atto». E poi una serie di altre informazioni di approfondimento nelle pagine a seguire, dove si spiega nei dettagli la «legislazione dello stato di guerra» e si raggruppano le reazioni all'estero dell'iniziativa italiana.

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Una delle concessioni a una scelta di campo a favore della guerra contro l'impero austro-ungarico, nel giornale di quel giorno fu una definizione al plurale: «ingiurie». È inserita nel titolo che riporta, a una colonna, le reazioni dei giornali di Berlino: «Ingiurie tedesche». Un titolo-commento, giustificato dal tenore degli articoli tedeschi riprodotti, in cui si legge: «Se è vero che l'Italia muove in guerra per non rimanere isolata, sarà tanto più isolata quando, vinta con la spada spezzata e l'onore macchiato, essa avrà ereditato il frutto della sua politica attuale».

Difficile non pensare che, con quelle posizioni, Scarfoglio un po' non fosse d'accordo. Lui, che non aveva mai avuto in simpatia la politica della Francia e della Gran Bretagna, accettò l'alleanza contro l'Austria per amore di patria. E, nei due anni di guerra in cui rimase in vita fino al 1917, non mostrò mai esitazioni nell'appoggiare l'esercito italiano. Visse due anni di guerra, appunto, stanco dopo una vita intensa, scriveva i suoi fondi che inviava al 


Inviati al fronte sarebbero stati i figli Carlo e Antonio, che avevano già scritto molti reportage nella guerra italo-turca tra il 1911 e 1912. Avrebbero raccontato diversi momenti delle battaglie sull'Isonzo. In quel numero del 24 maggio, ancora informazioni: sulle classi anagrafiche destinate alla «chiamata alle armi» e sulle reazioni a Napoli all'annuncio della dichiarazione di guerra. Più delle altre, la quarta delle sei pagine totali di quel numero del «Mattino» sostituiva la fredda informazione alla presa di posizione a favore della guerra. Era la pagina della cronaca di Napoli, dove si parlava di «gran sogno italico» con un'analogia da interpretazione storica: «La più bella domenica napoletana dopo quella del 7 settembre 1860». E naturalmente il richiamo e il riferimento era all'ingresso di Garibaldi a Napoli, avvenuto 55 anni prima. Il 7 settembre 1860, appunto. In apertura di pagina, la riproduzione del manifesto firmato dal sindaco Pasquale Del Pezzo duca di Caianello. Era un invito all'unione, alla compattezza di tutti nel sostenere l'Italia in guerra, che si concludeva così:

«Nell'ora solenne, un solo pensiero, la patria ci chiama al dovere, al sacrificio. Siamo pronti stringendoci intorno al vessillo Nazionale e intorno al Re». L'enfasi delle prime ore, nella guerra che avrebbe visto morire in totale oltre otto milioni e mezzo di uomini, con più di 21 milioni di feriti, molti anche mutilati. Ben 650mila i morti italiani e 947mila i feriti. Quel 24 maggio 1915 iniziava anche per noi la grande mattanza della prima guerra mondiale.
 

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