Colella da Pino Mauro a Pino Daniele:
«C'è razzismo verso i neomelodici»

Lunedì 11 Gennaio 2021 di Federico Vacalebre
Roberto Colella

Quando Roberto Colella, frontman di La Maschera, ha postato sui suoi social «T'agg purtato na rosa» i fan della band simbolo del newpolitan power non sapevano neanche che fosse di Marco Calone, o forse lo sapevano, ma non sapevano chi fosse Marco Calone, o forse sapevano anche questo (in fondo è figlio d'arte, di Cinzia Oscar e Franco Calone, gli «Al Bano e Romina di casa nostra»), ma mai avrebbero pensato che la voce di «Vicolo e l'alleria» e «ParcoSofia» si sarebbe misurato con una canzone postmelò. Lo stesso Colella pensava si trattasse solo di un divertissement per superare la seconda clausura, quella imposta dal coprifuoco, dall'Italia del nuovo tricolore (rosso, arancione e giallo). Poi, però, le reazioni del pubblico - il suo, ma anche quello di Calone - e qualche altra canzoncina che aveva messo in cantiere recluso in casa a Giugliano, insieme all'entusiasmo del suo discografico, Luciano Chirico, dell'indie newpolitana Full Heads, che sta festeggiando i suoi primi dieci anni di attività, lo hanno convinto a dare alle stampe - si fa per dire, le copie fisiche sono solo 400, esaurite già all'annuncio della pubblicazione, per tutti gli altri c'è il digitale - il suo primo album solista, «Isolamente», gioco di parole tra napoletano («'I solamente») e italiano («isola-mente»), ma anche gioco di lingue e culture.
Nessuno mai aveva messo insieme Pino Mauro e Manu Chao.
«E aveva fatto male: Nun t'aggia perdere è un capolavoro melodico assoluto, La vida tombola è arrivata da sola, l'ho registrata di getto, sconcertato, quando è morto Maradona».
«Nun t'aggia perdere» è una melodia dolente che Pino Mauro cesellava e cesella ancora con orgoglio verace. Tu la spogli come una ballata dell'amore tradito.
«Credo che sia arrivato il momento di guardare alla canzone di Napoli, anzi alle canzoni di Napoli, per quello che sono, non per schieramenti. In troppi hanno preconcetti sui neomelodici, ma quella di Calone è una gran bella canzone, punto. Per non dire quella di Pino Mauro, che poi è di Villaricca, terra di Sergio Bruni, e pure mia».
Il problema è che anche i neomelodici iniziano a prendere le distanze da se stessi, dopo che è quasi passata l'equazione neomelodici=camorristi.
«In scaletta c'è anche Te credevo sincera di Gianni Celeste: è brutta? è camorrista? Subito dopo arrivano Simon & Garfunkel con The sound of silence, e non è solo una provocazione».
«Senza te songo na vela stracciata»...
«Sì. Su Instagram, per superare la cattività impostaci dalla pandemia, giocano a sdoppiarmi. C'era un me che era fedele ai suoi gusti di sempre, rock, grandi cantautori, Led Zeppelin... E un altro me che tifava per Gianni Celeste: i follower lo hanno ribattezzato Ernesto».
Quindi è Ernesto che sceglie il versante più verace del disco? C'è un classico come «Tu ca nun chiagne», ma anche una stranita «Senza giacca e cravatta» in cui Nino D'Angelo si adagia sulla melodia di «River flows in you» del compositore sudcoreano Yiruma, uno degli esperimenti più interessanti del disco, anche se in qualche modo incompleto.
«L'album nasce per caso, registrato in casa, con una scheda audio, un microfono e gli strumenti che avevo. Qui il pianoforte è campionato, altrove una chitarra o un mandolino portano il mondo a Napoli, Napoli nel mondo».
Già perché ci sono anche il tuo amico Vitorino («Vou me embora») o il classico sardo «No potho reposare».
«Vitorino, maestro ancor prima che amico, mi ha spinto a scoprire altri suoni e altre canzoni, per me diventate importanti come il brano che ho scoperto nella versione di Andrea Parodi. Credo sia importante viaggiare in musica, l'ho fatto letteralmente negli anni scorsi, dall'Africa al Portogallo, al momento possiamo farlo solo con le orecchie e la fantasia».
In fondo è questo il messaggio di questo lavoro.
«Sì. Abbiamo conosciuto il gelo della solitudine, il terrore di un abbraccio... Abbiamo imparato termini come assembramento e distanza sociale (espressione in sé abominevole). Ci siamo sentiti dei criminali si pe' scennere a munnezza dimenticavamo a casa la mascherina. Le arti sono state declassate a beni non necessari, ma a me m'ha salvato a musica. Suonare, scrivere, registrare, in casa e con pochi mezzi, mi ha regalato una sensazione di libertà assoluta, trasformando la zona rossa e l'isolamento in un'isola felice».
Oltre alla Napoli veteromelodica e postmelodica c'è anche la nuova Napoli di Pino Daniele e Claudio Mattone.
«Lazzari felici chiude il disco non a caso. Non l'ho toccata, non si può, dice tutto da sola, chitarra e mandolino e le voci del mercato del mio quartiere. Carcere e mare, da Scugnizzi, è un altro esempio di quello che dicevo prima: quante canzoni diverse ha Napoli?».
E La Maschera?
«Stavamo lavorando al terzo album quando ci hanno chiuso in casa, riprenderemo appena possibile. Dentro ci saranno Napoli e il mondo, Thomas Sankara, il leader rivoluzionario burkinabè noto anche come il Che Guevara d'Africa, e Pasquale, un senzatetto che è morto a Natale, senza nemmeno qualcuno che ne reclamasse il corpo. Non mi chiedeva mai soldi, voleva libri di poesia, glieli portavo...».
© RIPRODUZIONE RISERVATA

© RIPRODUZIONE RISERVATA