Lucio Dalla, le foto e il racconto della «Caruso» inedita per il film di Turturro

Domenica 27 Febbraio 2022 di Federico Vacalebre
Lucio Dalla, le foto e il racconto della «Caruso» inedita per il film di Turturro

Caro Lucio ti scrivo così mi distraggo un po' /e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò./ Da quando sei partito c'è una grossa novità,/ il mondo vecchio è finito ormai/ ma qualcosa ancora qui non va.

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Verrebbe voglia di scriverlo così questo personalissimo ricordo di Lucia Dalla a dieci anni dalla sua morte, da quell'1 marzo 2012, quando la notizia irruppe nelle redazioni inattesa, dolorosa. Verrebbe voglia di scriverla in forma di lettera- pastiche, per chiedergli scusa di un torto procuratogli sia pur senza volerlo, di un incidente che il piccolo uomo bolognese che si sentiva cittadino napoletano non aveva mai digerito. Non me ne voleva, non me ne faceva una colpa, ma, sì, gli era dispiaciuto molto.

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Era il 22 settembre 2009, a Castel dell'Ovo John Turturro doveva girare due delle canzoni napoletane scelte per il suo «Passione», film di cui ho firmato con il regista italoamericano il soggetto e la sceneggiatura. La mattina era in programma il ciak con Barra, alle prese con la «Don Raffae'» di Fabrizio De André, tragicomica storia ispirata alle ben poco comiche imprese di Cutolo. Con Max Casella coprotagonista, Peppe cesellò da par suo il suo contributo, introdotto poi nel film dalle immagini d'archivio del boss che completavano necessariamente il racconto.

Nel pomeriggio toccava alla «Caruso» di Lucio Dalla, altra perla del moderno canzoniere napoletano. Dopo le riprese di «Don Raffae'» salutai tutti sul set e raggiunsi Lucio Dalla, che stava pranzando al Circolo Savoia, uno dei suoi rifugi partenopei preferiti. Aveva accettato di partecipare al film, a titolo gratuito, e non vedeva l'ora di incontrare Turturro, di intonare il suo capolavoro lì dove il mare luccica e tira forte il vento, su una vecchia terrazza davanti al golfo di Napoli. Già, perché la sua scena era dietro il Castel dell'Ovo, tra un cannone e il panorama sul mare. Che, come spesso succedeva quando c'era in mezzo Lucio, regalò una sorpresa mozzafiato con il salto di una coppia di delfini a salutare le telecamere, ad aggiungere leggenda alla leggenda del tenorissimo, della canzone nata a Sorrento e ormai tradotta e cantata in tutto il mondo, dell'omino piccolo così.

La redazione del giornale al Chiatamone mi aspettava, per cui non rimasi, purtroppo, ad assistere e tornai al mio computer, agli impegni quotidiani. Ritrovai John, come tutte le sere/notti, all'hotel Parker's, base della troupe, per discutere del girato di giornata e di quello da preparare per l'indomani e le giornate successive.

Qualcosa era andato storto in «Caruso», Turturro non ne era contento, e sì che aveva fortemente voluto quella perla nel suo film, e si che l'incontro con il cantautore lo aveva profondamente impressionato: «Dietro quel pezzo c'è, e si sente, l'amore, il rispetto, lo studio, l'adesione per dna a quel piccolo mondo antico di cantaNapoli che grazie anche a lui continua a resistere», raccontava, curioso di scoprire meglio la produzione dalliana, ripromettendosi di recuperarne vinili e cd. Ma qualcosa nei ciak non l'aveva convinto, voleva dare un'occhiata appena possibile, capire come utilizzare il tutto.

Poi le riprese del film continuarono, in luglio con una coda in settembre, poi il montaggio affidato a Simona Paggi, poi l'anteprima del 4 settembre 2009 alla Mostra di Venezia, poi l'uscita nelle sale tra gli applausi della critica e degli spettatori. Ma «Caruso» nel film non c'era, era rimasta fuori, come un'intervista ad Andrea Bocelli in una trattoria di Santa Lucia, come una «Munasterio e Santa Chiara» intonata dalla californiana Patrizia Lopez, come tante riprese tra strade e vicoli, come il progetto - mai girato, ma registrato in audio - di una «Voce e notte» affidata a Lina Sastri e arrangiata nientepopòdimeno che da Ennio Morricone. 

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Dalla ci rimase male, anche perché dalla produzione si erano dimenticati di avvertirlo e andò a cinema a vedere «Passione» in compagnia di Eugenio D'Andrea, suo avvocato e ancor prima amico. Toccò a lui mitigarne la delusione, spiegargli che si sarebbe informato per capire che cosa era successo.

Lucio, che di cinema non era certo a digiuno, sapeva che quelle cose potevano succedere, ma se ne rincresceva, gli piaceva pensare che anche quel film avrebbe riconosciuto il suo contributo alla canzone napoletana, gli piaceva immaginarsi tra Peppe Barra e Fausto Cigliano, Massimo Ranieri e gli Almamegretta, Salvatore Di Giacomo e Pino Daniele.

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Tredici anni dopo, due foto dal set, opera di Gianni Fiorito e recuperate dall'archivio della Film Commission Regione Campania, raccontano per la prima volta quelle riprese inedite e quella «Caruso» negata, chiedono scusa per l'accaduto, emozionano per l'immagine del piccolo grande uomo che cammina verso la camera dietro cui sedeva Marco Pontecorvo, «si schiarisce la voce/ e ricomincia il canto»: «Te voglio bene assaje,/ ma tanto tanto bene sai/ è una catena ormai/ che scioglie il sangue dint' e vvene sai».

«Potenza della lirica/ dove ogni dramma è un falso/ che con un po' di trucco e con la mimica/ puoi diventare un altro»: senza il contributo di Dalla, «Passione» raccontò il mito di Caruso solo attraverso i ricordi dei fratelli Esposito, storici discografici della Phonotype, e con la sua voce nei titoli di coda del film.

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Quei delfini stavano salutando l'uomo che veniva dal mare, come fa oggi il murale realizzato a Sorrento da Jorit, unico tassello giusto di un omaggio incapace di dire davvero grazie, di segnalare davvero l'importanza, in particolare per la Campania Felix oltre che per l'Italia tutta, della lezione del piccolo grande uomo, cantautore prezioso per suoni e parole, per aver vissuto la canzone come un orologio del tempo, per aver accettato la sfida del mainstream senza mai asservirsi ad esso, per la curiosità nascosta dietro ogni brano, ogni mossa.

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La mostra «Lucio Dalla. Anche se il tempo passa» aprirà il 4 marzo, giorno in cui il Nostro avrebbe compiuto 79 anni, a Bologna, al Museo civico archeologico; arriverà a Napoli, dopo di Roma e prima di Milano, l'anno prossimo. Il tempo passa, ma l'orologio della canzone è fermo a quell'1 marzo 2012. E di delfini non ne abbiamo visti più.

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Caro Lucio ti scrivo, così mi scuso un po'/ e siccome sei molto lontano, più forte mi scuserò. 

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