Renato Zero contro l'erede Achille Lauro: «I miei lustrini erano vita»

Giovedì 24 Settembre 2020 di Federico Vacalebre

Generazione di fenomeni. La sua (ancora?) amica Loredana Bertè ha appena compiuto, il 20 settembre, settant’anni, lui, Renato Fiacchini, per tutti Zero, li compirà il 30. Lei si è nascosta, social a parte. Lui si è dato in pasto ai media, rughe comprese, paure, comprese, dischi compresi. Tre: perché si ricomincia sempre da tre, e non solo perché Troisi docet: «3, 2, 1, Zero» è il conto alla rovescia che i suoi fans mettono in scena da sempre prima di dar via al rito - oggi vietato dalla pandemia - del live, del travestimento, del personaggio in cerca di autore, dell’autore che ha inventato mille personaggi. «Zerosettanta - Volume tre» esce, inevitabilmente, nel giorno del suo compleanno. Gli altri due album, il secondo e il primo/terzo, arriveranno a un mese di distanza esatto l’uno dall’altro, il 30 ottobre e il 30 novembre.

Quaranta brani, tre album, per un mercato così bloccato non sono troppi, Renato?
«Pensando al mercato sì, avrei fatto meglio a farne uno solo di sicuro. Pensando alla mia voglia di rubare tempo, di sfruttare i secondi che mi restano proprio no, anche perché toglierò il disturbo molto prima di quanto si immagini. Avevo da dire, avevo da dare, volevo ribadire chi sono, cosa sono, come sono. Ho approfittato dei momenti di stasi imposti dal coronavirus per consolidare rapporti artistici e personali. Operazioni necessarie, da cui attingere materia e valore aggiunto e da trasformare in pagine musicali: non compilation languide e nostalgiche, molto meglio emozioni inedite, se possibile. Io guardo avanti, il mio compleanno si festeggia così: con la penna ancora calda di scrittura e con il microfono acceso. Non è vero che sono un cantante. Non lo sono mai stato. Un osservatore pensante e parlante, sì. Un raccoglitore di anime, con un costante rispetto ed innamoramento verso la melodia. L’ispirazione stavolta è stata tanta e generosa. Che posso dire... Zero si rinasce!».

Partiamo da questi primi 12 pezzi?
«Questo primo/terzo disco ha per minimo comun denominatore il suono dei miei amici inglesi Phil Palmer (collaboratore, tra gli altri, di Elton John, Frank Zappa, George Michael, Dire Straits) e Alan Clark (Bob Dylan, Mark Knopfler, Eric Clapton, Tina Turner), musicisti straordinari. Parla di... me, di voi, di noi. Di fede, una compagna necessaria insieme alla coscienza. Di amore, in tutte le sue forme, della natura bistrattata, del mio rapporto con il mio pubblico, e non bisso a caso la parola “mio”».

E di Covid-19.
«Ha stravolto la nostra vita, privata e pubblica, a quelli come me ha rubato il mestiere, a quelli che lavorano per quelli come me ha rubato il pane. La pandemia è figlia del consumismo, della spesa gigantesca spesso infruttuosa e inutile».

Parlavi del tocco britannico su questo disco, che però è segnato anche dall’inizio della collaborazione con Antonio Pennino. Una maniera per ricominciare daccapo celebrando un giro di boa così importante?
«Sono orgoglioso di esserci arrivato a questi 70 anni, di aver regalato brividi ed emozioni. Non è il mio funerale, ma piuttosto la mia rinascita. Ho festeggiato pochi compleanni ma questo non me lo voglio perdere anche se la festa dovrà essere necessariamente rimandata e non sappiamo a quando. Ma dovranno esserci i miei colleghi, per vedere se anche loro hanno le mie stesse rughe, e il pubblico, che si merita un grande show. Gli artisti vanno omaggiati, non come si fa oggi».

Sembra di sentire un tono polemico. Ce l’hai con le radio, la rete, le tv, gli spettatori?
«Nelle radio mi è negato l’accesso, in nome del target. Mi piacerebbe fossero gli ascoltatori, e non chissà chi, a decidere se ho fatto un buon disco o la cazzata. Ma Guccini, De André, Lauzi e altri giganti così perché non devono essere presentati ai giovani?».

Con il fronte del palco proibito non rimane che la rete.
«Il live in streaming è come il sesso senza i preliminari. Certo, il web dà grandi possibilità ai giovani, lo so, ma so anche che noi facevamo la carboneria nelle cantine, e ne uscivamo preparati, mentre ora... i ragazzi si bruciano troppo presto e avere una seconda chance dopo aver toppato è difficile davvero, ora più che allora. Non si fa musica da soli davanti al pc, è un monologo».

Zero continua, invece, a credere nel dialogo.
«Sì, mi racconto come dentro un confessionale. Rivendico trasgressioni, lustrini, carboneria, mi hanno dato l’opportunità di far passare un pensiero e un modo di essere non convenzionale. Devo molto a Renato Zero, con il suo sacrificio mi ha consentito di resistere a certi condizionamenti anche discografici. In giacca e cravatta non sarebbe stato lo stesso».

Nemmeno per Achille Lauro.
«Lui riesce ad affermarsi con poca spesa, io mi sono fatto un mazzo così. Io con le piume non giocavo a fare il clown. Cantavo storie di pedofilia e le problematiche della gente di periferia, delle borgate, di chi veniva emarginato in tutti i sensi. Ma visto, che sono stato giudicato fino a stamattina, non posso certo permettermi di giudicare un altro artista. Amo tutti quelli che fanno questo lavoro a patto che non prendano per il culo il pubblico. Amo tutti quelli che vogliono fare questo lavoro, a condizione che sappiano che la gente non va presa per il culo».

Almeno la tv non si dimentica di te.
«È vero, ma la memoria è un problema anche in tv: si pensi alla Rai, ha un archivio con cose enormi, come Eduardo De Filippo e... Beh, non svicoliamo: Canale 5 trasmetterà il 29 le immagini dei concerti di “Zero il folle” tenuti al Forum di Assago di Milano l’11 e il 12 gennaio del 2020 poco prima della chiusura del mondo. Ci saranno amici a impaginare la mia storia e le mie canzoni».

Chi?
«Sabrina Ferilli, Giannini, Haber, la Guerritore, Serena Autieri, Lavia, Anna Foglietta, Giuliana Lojodice e Vittorio Grigolo. Mi piace superare le distanze tra le arti, in America avviene spontaneamente, da noi molto meno.
 

 

Torniamo al primo/terzo dei tuoi album dei 70 anni: si apre con «Il linguaggio della terra», di Lorenzo Vizzini, un po’ preghiera e un po’ Fossati. Poi il singolo di lancio «L’angelo ferito», «Come fai» su uomini che non ammettono di essere a disagio nei loro panni di uomini, diverse ballad («Poca vita», «Più amore», «È l’età»: «Fa che sia l’amore a vincere sulla follia / questo mondo sta morendo senza una carezza / questa vita è una sola esagerata e nostra»), il pop-folk «Chiedi scusa», l’onanismo di «Innamorato di me», il retromodernismo anni ‘80 di «Sognando sognando». E gli altri due volumi?
«Il secondo racconta il rapporto con il pubblico, il terzo/primo volume l’amore, che poi noi diciamo amore e subito pensiamo al letto o alla famiglia, ma dovremmo amare anche il capo-ufficio, se lui ce lo permette, anche una ragazza con cui non faremo mai sesso. Io, naturalmente, amo tutti i miei fan, spettatori, seguaci, sorcini. Dal palco li vedo uno per uno, sino all’ultima fila. Almeno in questo i 70 anni e il mio oculista non l’hanno avuta vinta su Renatino vostro».
 

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Ultimo aggiornamento: 17:44 © RIPRODUZIONE RISERVATA