Janis Joplin, 50 anni fa
l'album postumo «Pearl»

Lunedì 11 Gennaio 2021 di Federico Vacalebre
Janis Joplin

Anche il 1971, discograficamente parlando, fu un anno importante per il rock. Il primo lp destinato a lasciare traccia uscì l'11 gennaio, 50 anni fa esatti: era «Pearl», album postumo di quella Janis Joplin (Port Arthur, 19 gennaio 1943 Los Angeles, 4 ottobre 1970) che ci aveva stregati con soli tre album: «Big Brother and the Holding Company» (1967), «Cheap thrills» (1968) ed il primo da solista «I Got dem ol' kozmic blues again mama!» (1969). Nel club dei 27, le leggende della musica morte a 27 anni, l'aveva preceduta Jimi Hendrix, che fu tra i suoi amanti, come Jim Morrison, che li raggiungerà tutti e due di li a poco. «Pearl», perla, come un nomignolo da puttana, perché così il mondo considerava quella texana dalla voce più nera della mezzanotte, tossicodipendente, alcolizzata, bisessuale, sgraziata e in carne eppure sex symbol generazionale, che saliva barcollando sul palco per scopare con la sua voce migliaia di persone tutte in una volta, unico aiuto una bottiglia di whisky piena di sciroppo alla codeina. Bullizzata da ragazza per l'aspetto, la votarono «ragazzo più brutto della scuola», e le idee antirazziste, nella sua breve vita Janis ha cantato più di quanto ha vissuto, bruciato relazioni, amicizie, rapporti sull'altare della sua ugola graffiante come poche. All'epoca non si parlava di bodyshaming, lei del suo corpo fu vittima e torturatrice, era nata brutto anatroccolo, cercò inutilmente di farsi cigno, portando sulla testa le piume come Bessie Smith, facendosi tatuare, trovando uno stile da freak stilosa che convinse persino «Vogue», Richard Avedon e «Harper''s Bazaar». Prima di morire pagò a sue spese la lapide proprio di Bessie Smith, il suo primo e vero modello di ispirazione con Big Mama Thornton: la sua tomba ne era sprovvista dal 1937, lei ci fece incidere sopra «la più grande cantante di blues nel mondo non smetterà mai di cantare».
E, a cinquant'anni dall'uscita di quel suo album postumo, anche Janis non smette di cantare: «Pearl» tornerà prima in versione «capsule collection» ispirata da Barry Feinstein, il fotografo che firmò l'iconica copertina, poi in vinile bianco. E arriveranno anche Pearl comix e Janis Joplin: days & summers - Scrapbook 1966-68: il primo è una graphic novel, il secondo una preziosa raccolta di poster, souvenir, ritagli stampa, fotografie, documenti autografi, comprese le lettere che scrisse alla sua famiglia ed un album di ritagli risalente agli anni delle scuole superiori 1956-59.
Ma «Pearl» basta e avanza, e l'edizione originale (poco più di 34 minuti rispetto ai quasi 60 di quella del 1999) parla da sola. Disperata, attaccata alla bottiglia (quando capì di essere diventata testimonial involontaria del Southern Comfort si fece compensare con una pelliccia di lince), sulla carta disintossicata dall'eroina (l'overdose che la uccise sarebbe dovuta essere l'ultima dose, ma era quasi pura, in quei giorni ci fu una strage di tossici), la Joplin aveva appena iniziato a lavorare con un nuovo gruppo: la Full Tilt Boogie Band. Aveva rodato il rapporto con il chitarrista John Till, il pianista Richard Bell, il bassista Brad Campbell, il batterista Clark Pierson e l'organista Ken Pearson in un tour estivo americano (in cui contò di aver avuto 65 rapporti sessuali in soli 5 giorni), concluso il 12 agosto 1970 a Boston, Massachusetts: il suo ultimo concerto.
E aveva messo a frutto l'intesa trovata entrando ai primi di settembre nei Sunset Sound Recorders di Los Angeles, produttore quel Paul A. Rotchild già al servizio dei Doors.
In «Pearl» Janis canta e incanta, urla con quanto fiato ha in gola, scrive «Move over», che apre la facciata A, e quella «Mercedes Benz», firmata con Bob Neuwirth e Michael McClure, che resterà in assoluto la sua ultima registrazione. Bobby Womack le regala «Trust me», «Cry baby» riprende un hit del 1963 di Garnet Mimms and the Enchanters vestito da rituale catartico. Un altro dei suoi tanti amanti, Kris Kristofferson, le presta «Me and Bobby McGee». Janis è blues, è soul, è rock, è uno sparo nella notte, è sacrificio senza motivo, è orgia e baccanale, è pianto e ululato, è maschio e femmina e anche molto di più, è dolce e cazzuta, tenera e violenta come lo era negli amplessi sadomasochisti, sabba pansessuale, tormento ed estasi, visione acida e sguaiata, con chitarre e tastiere psichedeliche a punteggiare i suoi voli pindarici d'ugola. «A woman left lonely» sembra parlare davvero di lei, che si diede a tutti e a nessuno, che si scopò chiunque le passasse a tiro con la paura che nessuno l'amasse. «Buried alive in the blues» - altro titolo profetico - rimase strumentale perché lei non fece in tempo ad incidere la sua parte. «Trust me» e «Get it while you can» sono chicche vintage. La preghiera stupidina di «Mercedes Benz», solo voce e batter di mani, spiega perché lei, davvero, cantasse i blues: qualsiasi testo le passasse per la bocca diventava blues, era blues. Musica del diavolo che ci rode dentro, corrode l'anima ammesso che esista, altrimenti si accontenta del corpo. Quando se ne andò il suo impresario Albert Grossman incassò il premio dell'assicurazione che aveva stipulato sulla sua vita (100.000 o 200.000 dollari, le fonti si dividono sulla cifra) e Leonard Cohen, un altro dei suoi tanti amanti, scrisse «Chelsea hotel #2»: «Ti ricordo bene al Chelsea hotel/ parlavi in modo così coraggioso e dolce/ facendomi un pompino sul letto disfatto/ mentre la limousine aspettava per strada./ Queste erano le ragioni, e questa era New York/ lottavamo per i soldi e per la fama/ e questo era chiamato amore, per quelli che scrivono canzoni/ probabilmente lo è ancora, per quelli rimasti./ Ah ma tu sei andata via, vero tesoro?/ Hai proprio voltato le spalle alla folla. / Tu sei andata via, io non ti ho mai sentito dire/ Ho bisogno di te, non ho bisogno di te/ Ho bisogno di te, non ho bisogno di te/ e tutte le altre prese in giro».
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Ultimo aggiornamento: 12:26 © RIPRODUZIONE RISERVATA
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