Iraq, cardinale Filoni: «La guerra contro Saddam fondata sulle bugie, le armi batteriologiche non esistevano»

Mercoledì 3 Marzo 2021 di Franca Giansoldati
Cardinale Filoni: «la guerra contro Saddam fu fondata sulle bugie, le armi batteriologiche non esistevano»

Città del Vaticano – Altri razzi - proprio oggi - hanno centrato una base militare americana in Iraq facendo salire ulteriormente le tensioni interne. Il Paese resta instabile, precario, in alcune zone ci sono ancora sacche di miliziani dell'Isis che resistono. Papa Francesco ha confermato il suo viaggio a Baghdad dal 5 all'8 marzo, dicendo che «non si può deludere un popolo per la seconda volta», facendo riferimento a quando Papa Wojtyla vent'anni fa fu costretto a cancellarlo. Chi fa parte del seguito papale è il cardinale Fernando Filoni, Gran maestro dell'Ordine del Santo Sepolcro, la persona che in curia probabilmente conosce meglio di tutti l'Iraq. Fu il nunzio apostolico quando Usa e Gran Bretagna iniziarono la guerra preventiva. Wojtyla per impedire che il 19 marzo 2003 scoppiasse il conflitto destinato a cambiare per sempre il volto al Medio Oriente, mise in campo una azione diplomatica mai vista e tentò anche una mediazione con Saddam. 

Lei fu l'unico ambasciatore occidentale a non lasciare Baghdad e a restare sotto le bombe americane. Cosa ricorda di quei giorni? 

«Ricordo che uno dei primi missili colpì i telefoni e che le comunicazioni saltarono. Con monsignor Warduni, l'ausiliare del patriarcato, ogni mattina prendavamo la sua macchina e andavamo in giro nelle parrocchie per capire dove erano cadute le bombe, per assicurarci se i fedeli o i preti erano feriti o morti. Ogni giorno sfidavamo la realtà. Le chiese e i seminari restavano aperti per accogliere la gente e dare riparo dalle bombe. Due razzi caddero anche vicino alla nunziatura. Dopo la guerra una autobomba fu messa vicino alla nunziatura. Noi con la nostra bandiera eravamo un punto di riferimento».

Papa Wojtyla fece l'impossibile per impedire che gli Usa attaccassero...

«Già nell'estate del 2002 la nostra sensazione è che la questione bellica era già stata decisa. Lo sapevamo. La Santa Sede maturò la decisione di attivarsi per convincere le parti – gli Usa da una parte e Saddam Hussein dall'altra - ad arrivare a un accordo proprio per evitare il peggio». 

La situazione vi era così chiara? 

«Sapevamo che era una guerra fondata sulle bugie. Tutto quello di cui era accusato il regime non esisteva. Parlo delle armi di distruzione di massa, parlo delle forniture di uranio impoverito dal Niger e di possedere armi chimiche e batteriologiche. Lo dicevano anche gli ambasciatori a quel tempo. Lo ricordo bene. A me ne parlò anche l'ambasciatore della Russia. Purtroppo era una volontà che andava al di là delle ragioni, e l'obiettivo era di buttare giù il regime di Saddam Hussein. Intendiamoci: il fatto che fosse un regime dittatoriale era un dato di fatto, ma non era l'unico regime in quel periodo e in quella zona. Prevaleva la volontà di punirlo e toglierlo di mezzo». 

Saddam ha utilizzato il Vaticano come canale per mandare messaggi?

«Ha mandato segnali di disponibilità di intesa. Lui disse una cosa chiara: che non lo dovevano umiliare ed è un aspetto che non è mai stato preso in considerazione». 

Così Giovanni Paolo II fece un tentavivo in extremis di mandare il cardinale Etchegaray a Baghdad a parlare con Saddam e il cardinale Laghi a Washington da Bush..

«La missione del cardinale Laghi praticamente fu osteggiata e non ottenne nulla. Etchegaray vide Saddam e gli affidò un messaggio, disse che era disposto a trattare ma senza umiliazioni, che potevano chiedere e ne avrebbero discusso. Ricordo che Saddam fece approvare una legge contro le armi di distruzioni di massa in 48 ore, attraverso il Consiglio dei saggi delle tribù, una istituzione permanente dello Stato iracheno di allora, e di fatto mise al bando queste armi (che tra l'altro lui non possedeva). Come si vede di iniziative furono fatte, ma l'idea della guerra prevaleva su tutto. Oggi la Storia ha già formulato un suo giudizio». 

 

Che significava per Saddam non essere essere umiliato?

«Chiedeva che gli Usa non ponessero condizioni inaccettabili, per esempio di doversene andare, cedere subito il potere ad altri. Sarebbe ovviamente stato difficile anche perchè se se ne fosse andato ci sarebbe stato il vuoto. Dietro di lui non c'era nessuno. Era chiaro che occorreva preparare una transizione sul modello di quello che era già accaduto in Giordania o in Siria, con il passaggio del potere da Assad a suo figlio. Anche Saddam era nell'ordine delle idee di cambiare e, infatti, stava preparando il figlio più piccolo. Ci sarebbe voluto un po' di tempo». 

Il cardinale Etchegaray dopo l'incontro che cosa le disse?

«Uscì da quel vertice con la certezza che occorreva trattare senza calcare la mano e si sarebbe evitata la guerra. Saddam erano dieci anni che non incontrava nessun ambasciatore, fece una eccezione per Etchegaray che incontrò da solo, questo anche per non fare capire all'esterno dove si nascondeva. Per motivi di sicurezza cambiava sempre residenza». 

Poi però arrivò il 19 marzo 2003 e l'inizio dei bombardamenti e l'inizio del disastro..

«Soffrì tutto il popolo iracheno e non solo la comunità cristiana. Difficile descrivere tanto male. Giovanni Paolo II ci incoraggiava a portare aiuto alla popolazione, parlavamo con il satellitare che era preziosissimo. Per lui la guerra in Iraq è stata una enorme sofferenza. Ci incoraggiava a distribuire beni e aiuti a tutti, senza fare differenza. Le chiese restarono sempre aperte, giorno e notte, e così anche i seminari in modo da lasciare la possibilità alle persone di ripararsi durante i bombardamenti». 

Dopo la guerra ha avuto modo di incontrare gli americani a Baghdad?

«Sono venuti in nunziatura due o tre volte. Ho chiesto loro che lasciassero le armi fuori dall'edificio. Ho sempre difeso il fatto che era una ambasciata e che avevamo il diritto a essere rispettati secondo il diritto interazionale che ovviamente doveva prevalere su altre considerazioni».

Lei ha scritto un libro sulla storia della presenza cristiana in Iraq che termina con un interrogativo: ci sarà ancora un futuro di bene per questo paese e per i suoi abitanti?

 

«L'emigrazione cristiana non è iniziata con la guerra ma molto tempo prima. Già ai tempi delle sanzioni dell'Onu la gente ha iniziato a perdere speranza, c'erano problemi quotidiani, concreti. I cristiani iniziavano ad emigrare pensando al futuro dei propri figli. Dopo la guerra sono aumentati gli attentati, non c'era sicurezza, in tanti territori la presenza di bande incuteva paura, si era alla mercé». 

Poi è arrivato l'Isis...

«Io ero già stato richiamato a Roma, tuttavia non ho mai perso contatti con suore, preti, vescovi, comunità, laici. Dicevo loro che la loro presenza parlava di eroismo. Nel 2014 Papa Francesco mi ha inviato a suo nome dalle comunità cristiane che erano state cacciate dalla Piana di Ninive dall'oggi al domani. Furono costretti a fuggire senza nulla. In Iraq sono ritornato anche l'anno successivo, nel 2015, per celebrare la Pasqua. La diocesi di Roma mi fece arrivare 6 mila colombe da distribuire. Un segno di vicinanza». 

Il parlamento iracheno due giorni fa ha approvato una legge che contempla forme di risarcimento per le ragazze yazide violate...

«Quando andai ad Erbil incontrai anche la comunità yazida a nome di Papa Francesco. Era una forma di sostegno e di solidarietà, per loro si trattava del momento peggiore. Ho toccato con mano vicende terribili. Una ragazza fatta prigioniera dall'Isis e sottoposta a ogni genere di tortura e di violenza riuscì a mandare un messaggio alla sua famiglia. Ho incontrato altre famiglie e non dimenticherò lo sgomento, la paura, il terrore. Le ragazze yazide venivano vendute al mercato di Mosul. Chiesi alle suore che operavano nella zona di aiutarle in ogni modo, di assisterle, recuperarle, per superare il trauma. Il Papa mi aveva consegnato una consistente somma che fu divisa. Una parte andò ai vescovi, l'altra parte alla comunità Yazida. Consegnai il denaro ai Saggi di Lalish che ho incontrato due volte e mi hanno permesso di entrare nel loro tempio sacro». 

Per tornare al viaggio in Iraq e al futuro di questo paese dove i cristiani sono diminuiti drasticamente..

«Non bisogna mai dire agli iracheni quello che devono fare, dobbiamo avere rispetto: possiamo stimolare le loro riflessioni ma con i loro tempi, le loro metodologie. La presenza dei cristiani è essenziale per il futuro. Grazie a tutti loro per il sacrificio e il coraggio».

Ultimo aggiornamento: 21:33 © RIPRODUZIONE RISERVATA