La Pelle di Napoli | L'altra Capodimonte, tra sacro e profano

Venerdì 17 Aprile 2015 di Pietro Treccagnoli
Foto di Sergio Siano

Si fa presto a dire Capodimonte. Il Parco, napoletanamente il Bosco, con il museo, al limite l’Osservatorio astronomico, e si chiude il discorso.

Ma c’è una Capodimonte (intesa al femminile, come collina) nota solo a una parte della città, una Capodimonte che aggira e talvolta penetra il Parco. È la collina dell’acqua santa che scorre in vetta in monasteri e ritiri, e quella dell’acqua laica, che scorre sotto nei grandi tubi dell’acquedotto. Ma è anche la Capodimonte dell’amore: quello spirituale e quello terreno.

Un luogo di ritiro, di pace campagnola con un’aura toscana (forse per la torre Palasciano del Moiariello, ispirata a Palazzo Vecchio di Firenze), senza i cipressi ma con una selva di edifici che incombe, a debita distanza, poi viadotti che conducono a Scampia e oltre, l’aeroporto di Capodochino a un tiro di decollo e atterraggio. Se non fosse per il frastuono del passaggio dei veivoli, che scandisce partenze e arrivi, la modernità si potrebbe metterla tra parentesi.

Chi abita in questa pace metropolitana, in questa oasi contadina all’interno della area urbana, ha fatto il callo al rumore. Aspetta che passi e riattacca a parlare. Dopo qualche ora, manco ci fa più caso.

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Ultimo aggiornamento: 23:59 © RIPRODUZIONE RISERVATA