Odissea Pronto soccorso «Molti pazienti
finiscono per rimanerci tre giorni»

Giovedì 12 Maggio 2022 di Antonello Plati
Odissea Pronto soccorso «Molti pazienti finiscono per rimanerci tre giorni»

In piena emergenza. Il pronto soccorso dell'Azienda ospedaliera Moscati di Avellino rischia il collasso. «La situazione è molto simile a quella del Cardarelli di Napoli», dice Carmine Sanseverino, medico d'urgenza a Contrada Amoretta e referente provinciale dell'Anaao Assomed (il sindacato dei medici e dei dirigenti sanitari).
A Contrada Amoretta mancano soltanto le barelle nei corridoi: «Ma i pazienti finiscono per stazionare in pronto soccorso anche due o tre giorni perché mancano i posti letto nelle corsie». Quindi, «il pronto soccorso del Moscati non è più luogo di osservazione breve, ma è stato trasformato, giocoforza, in un reparto vero e proprio con le persone che finiscono per farvi la degenza». Con buona pace di medici e infermieri che sono allo stremo: «Siamo sottodimensionati. Al pronto soccorso di Avellino mancano almeno 5 o 6 medici». Eppure i concorsi per le assunzioni a tempo indeterminato sono stati fatti: «Sì, ma nessuno vi partecipa oppure gli iscritti sono inferiori ai posti messi a bando. Parliamoci chiaro: molti colleghi non vogliono lavorare nei pronto soccorso. Tantomeno in uno messo così male come quello di Avellino dove bisogna fare turni aggiuntivi, anche 10 notti al mese, dove non si prendono ferie e non c'è tempo nemmeno per fare l'aggiornamento professionale».

L'Anaao Assomed, di fronte alla situazione del pronto soccorso, chiede misure straordinarie per evitare il collasso: «Le immagini del Cardarelli, che tanta indignazione hanno suscitato, sono figlie della crisi strutturale del sistema di emergenza-urgenza. E la latitudine non c'entra, visto che lo stato dei pronto soccorso è rimasto l'unico elemento nazionale di un servizio sanitario balcanizzato». Avellino, come detto, non è immune: «La trasformazione del pronto soccorso di Avellino da struttura deputate all'emergenza e all'urgenza in ambiente promiscuo per la degenza ha la sua prima causa nel fenomeno della lunga attesa di un posto letto che non c'è a causa dei tagli che hanno introdotto più moderni posti barella». In assenza di una contestuale riforma delle cure primarie che ancora latita: «La sottrazione progressiva e inesorabile di risorse umane ed economiche alla sanità pubblica ha lasciato aperta la sola porta del pronto soccorso per garantire il diritto a curarsi. In che condizioni per pazienti e medici e infermieri, costretti a vivere lo stesso dramma su fronti contrapposti, è sotto gli occhi di tutti».

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La tempesta perfetta si è poi scatenata quando il lavoro in pronto soccorso, caratterizzato da stress psico-fisico e numerosi turni di notte e nel week-end, è diventato gravoso per i medici oltre i 50 anni e non più attrattivo per i giovani: «La miscela - ribadisce Sanseverino - costituita da turni e orari senza limiti, rarefazione delle progressioni di carriera, burocrazia asfissiante, svilimento di un ruolo che una volta era professionale e oggi banale fattore di produzione, crescita dei rischi, in assenza di valorizzazione economica, ha portato al rifiuto dei giovani a entrare e alla fuga dei meno giovani». Questo spiega il flop dei concorsi, in Irpinia come altrove, e i soli 14 nuovi assunti in 4 anni con l'abbandono della metà degli iscritti al Corso di formazione specialistica in Campania. E come se non bastasse, «siamo ai margini dell'Europa come numero di posti letto per mille abitanti, palesemente insufficiente per una popolazione in piena transizione demografica come quella italiana, sotto la media europea per le risorse destinate alla sanità. E l'Irpinia e la Campania sono al di sotto dello standard nazionale».
Per invertire la rotta: «Servono investimenti per un adeguamento degli organici, sia in pronto soccorso che nei reparti, insieme con l'aumento dei posti letto ordinari, soprattutto per le specialità mediche. Serve creare le condizioni per rendere desiderabile il lavoro del medico, nel pronto soccorso e nelle corsie, riducendo il disagio, aumentando le retribuzioni, garantendo certezza attuativa al contratto di lavoro. Servono interventi strutturali, non provvedimenti tampone, per evitare che il diritto alla salute venga affidato alla carta di credito oltre che al luogo di residenza».
 

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