Gigi Di Fiore

Memorie di via Chiatamone

di Gigi Di Fiore
Quando si fanno le valigie, con stanca rassegnazione, i ricordi volano senza ordine preciso. Chi scrive di storia e nello studio della storia trova la sua principale cassetta degli attrezzi professionale sa che i luoghi sono memoria, identità. I luoghi identificano idee, storie, progetti. E non sono soltanto spazio fisico, ma vita. Come le strade e i palazzi.

Era la sede inaugurata nel 1962 da Giovanni Ansaldo, prestigioso direttore d’altri tempi, descritto dai più anziani con i suoi fondi scritti su risvolti delle buste da lettera. A penna, perché rifiutava l’uso della macchina da scrivere. E solo un linotipista ne riusciva a interpretare la fitta grafia.

Era la sede cui Giancarlo Siani affidò i suoi sogni, nell’estate di lavoro in attesa dell’assunzione definitiva. Da qui partì, quando fu ucciso quel tremendo 23 settembre 1985. E in questa sede, al secondo piano, c’è la sala a lui dedicata. La sala del premio Siani, pronta a chiudere.

Era la sede dove lavorò, seppure per poco, Gino Palumbo, maestro del giornalismo sportivo e non solo, che insegnò il mestiere a tanti. Prima qui, poi a Milano.

Era la sede dove si stampava il giornale e, quando i camion con le bobine di carta depositavano il loro carico notturno, si fermava via Caracciolo e il benzinaio all’angolo sospirava.

Era la sede dove si festeggiarono nel 1992 i primi 100 anni del giornale, l’anniversario più significativo. E dove vennero consegnate le medaglie-ricordo con l’immagine del galletto a chi già allora lavorava in redazione.

Era la sede dove fu ideato e stampato lo storico titolo “Fate presto”, oggi ricordato in tutto il mondo, nei giorni del terremoto del 1980.

Era la sede dove vennero girate le riprese di “No, grazie il caffè mi rende nervoso”, o “Fort Apache”. Era la sede di cui parla Elena Ferrante nei suoi libri.

Era la sede dove, nell’ultimo maquillage con investimenti affidato all’architetto Nicola Pagliara, si rifece il palazzo per renderlo funzionale e più bello per la redazione.

Era la sede dove passarono a consegnare i loro pezzi dattiloscritti Mimì Rea, Michele Prisco, Riccardo Pazzaglia, Leonardo Sinisgalli, Antonio Ghirelli.

Era la sede dove sono entrati in visita tutti i presidenti della Repubblica.

Era la sede dove si disse addio alle macchine da scrivere per far posto ai computer del primo sistema Atex.

Era la sede dove uno degli ultimi linotipisti, Sasà Di Meglio, lasciò una commossa poesia al mondo del sistema tipografico a caldo che se ne andava.

Era la sede dove nel 1970 Peppino Di Laurenzio, Mario Siano, Antonio Troncone, Franco Pappalardo e poi il giovane Guglielmo Esposito si riunirono a fondare l’agenzia fotografica legata al giornale.

Era la sede, riconoscibile e riconosciuta, da dove partivano le copie fresche di stampa dalla rotativa al piano terra, per distribuirle alle edicole notturne a mezzanotte in via San Pasquale a Chiaia, via Toledo, via Duilio. O anche le copie da affidare agli strilloni, che le vendevano agli automobilisti in coda in piazza Vittoria.

Era la sede dove la storia ricominciò nel 1976, dopo una pausa tecnica di un mese per un cambio societario.

Era la sede dove una vigilanza di polizia assicurava l’incolumità a capocronisti minacciato da un capo camorra e dove capitava che un cronista fosse inserito negli elenchi delle Br come possibile bersaglio.

Era la sede da cui partirono le copie dell’edizione straordinaria sul primo scudetto del Napoli nel 1987. Era la sede dove storiografi dell’istante lasciavano tracce della storia cittadina e dove passavano tutti i giornalisti d’Italia nei giorni del terremoto per essere guidati.

Era la sede… meglio non proseguire, anche se ce ne sarebbero ancora centinaia e centinaia da ricordare. Quando la storia calpesta se stessa, resta solo la memoria individuale. Il resto è solo chiacchiericcio quotidiano.
Giovedì 13 Settembre 2018, 19:50
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