Covid, i padrini dei Casalesi
restano al carcere duro

Martedì 28 Aprile 2020 di Mary Liguori
I «pezzi da novanta» della mala casertana non sperano nel covid per lasciare il 41 bis, né nell’età avanzata o in una qualche patologia che potrebbe consentir loro d’inserirsi nella breccia che si è aperta a favore dei detenuti patologici e che viaggia parallela allo svuotacarceri del Cura Italia che, tra reati ostativi e durata pena, per loro è off limits. Né Francesco «Sandokan» Schiavone, detenuto nel carcere di massima sicurezza di Parma, né Michele Zagaria che invece è a Tolmezzo, hanno presentato istanza per i domiciliari. Una battaglia, quella che sta agitando i peggiori spettri del nostro Paese e alimentando anche i più scontati populismi che, evidentemente, i due mammasantissima non intendono intraprendere soprattutto in considerazione delle scarse possibilità di vittoria. Sandokan, 66 anni, sta scontando tredici ergastoli e non presenta un quadro clinico tale da poter scrivere ai giudici di sorveglianza per chiedere il trasferimento ai domiciliari. Oltretutto, visti i procedimenti non ancora definiti che sta affrontando, dovrebbe presentare le sue eventuali richieste anche ai collegi giudicanti che se ne stanno occupando. Schiavone, che non si è piegato allo Stato neanche dopo il pentimento del primogenito Nicola e l’adesione al programma di protezione da parte della quasi totalità della sua famiglia (resta a Casal di Principe solo l’ultimo dei figli del boss, Ivanhoe) è difeso dall’avvocato Mauro Valentino.

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Compirà 62 anni il mese prossimo, invece, l’ex primula rossa dei Casalesi, Michele Zagaria. Né il suo quadro clinico - gode di buone condizioni di salute - tantomeno la posizione giudiziaria - sta scontando tre ergastoli - hanno consentito al suo difensore, l’avvocato Paolo Di Furia, di presentare istanze di scarcerazione che, com’è prevedibile, avrebbero scatenato polemiche e indignazione. Zagaria, che in questi anni si è più volte lamentato per le condizioni carcerarie di superdetenuto, dunque, non spera nella libertà, al pari del suo parigradi, Schiavone Sandokan, che pure vive una condizione carceraria eccezionale. Si trova nell’area riservata del settore carcerario destinato ai detenuti al 41bis, un regime detentivo ancor più restrittivo del carcere duro che prevede la presenza nella cella delle telecamere a infrarossi accese h24. Sandokan può usufruire di due ore di «svago», una per il passeggio e l’altra di socialità con un altro detenuto ristretto nelle stesse condizioni. Condizioni proibitive che hanno piegato tantissimi camorristi e mafiosi e che, per tanti esponenti della società civile e della magistratura, sono le sole che possono tenere certi territori al riparo dalle aggressioni criminali di soggetti di così alto profilo di pericolosità.
 
A Casapesenna, cittadina natale di Zagaria, non si spengono le polemiche per il differimento ottenuto, venerdì scorso, da Pasquale Zagaria, fratello del capoclan, malato di cancro, cui il tribunale della sorveglianza di Sassari ha concesso cinque mesi di domiciliari per garantirgli cure che, in questa fase di emergenza sanitaria, pare che né il penitenziario né gli ospedali del comprensorio in cui esso si trova, potevano somministrargli. Già ieri, Zagaria jr è arrivato in provincia di Brescia, a Pontevico (140 casi di covid e 23 morti su 7mila abitanti) paese natale della moglie. Il fratello del capoclan sta scontando 21 anni di carcere per estorsione e associazione mafiosa. Il fine pena è previsto per il 2023. Per il tribunale sardo che aveva chiesto, peraltro, al Dap di indicare un istituto di pena alternativo senza ottenere risposta alcuna, l’esigenza di tutela del diritto alla salute è dunque prevalso su quella dell’ordine e della sicurezza pubblica.
 
Una chiave di lettura che non soddisfa, ovviamente, chi vive nei territori maggiormente colpiti dalla piaga dei Casalesi. «Qualcuno ha sbagliato in questa storia», tuona l’ex sindaco di Casapesenna, Giovanni Zara che, per minacce, trascinò in tribunale il boss Michele Zagaria, assolto con formula piena, poi, da quelle accuse, dopo oltre sei anni di processo. «La scarcerazione di Pasquale Zagaria è rischiosa per la caratura criminale del personaggio che, dagli arresti domiciliari, potrà riprendere i contatti con i parenti e riorganizzare il clan. È uno schiaffo alle vittime dei Casalesi». «Zagaria è stato sempre curato in carcere, bastava trasferirlo in strutture carcerarie del continente che hanno a disposizione reparti ospedalieri, visto che in Sardegna è tutto destinato al covid. Che senso ha metterlo ai domiciliari peraltro in una zona così in prima linea sul fronte dei malati e dei decessi come Brescia? Qualcuno ha sbagliato in tutta questa storia», conclude Zara.
  Ultimo aggiornamento: 18:57 © RIPRODUZIONE RISERVATA