Senza fissa dimora, il Comitato per l'Albergo dei poveri sollecita il Comune: «Dopo l'area docce e bagni, ora si passi alla fase due del progetto»

di Donatella Trotta

Una casa - vera - dentro l’Albergo dei Poveri, struttura borbonica monumentale perennemente incompiuta che troneggia con la sua maestosa facciata in piazza Carlo III a Napoli. Un approdo per i tantissimi senza fissa dimora, esercito di invisibili che si incrementa di giorno in giorno, progressivamente, con l’aumentare delle iniquità sociali (e dei relativi disagi). Dopo l’attivazione dell’area docce e bagni dal lato di via Bernardo Tanucci, inaugurata la sera del 7 maggio scorso e realizzazione della prima parte del grande progetto «Una casa dentro l’Albergo», elaborato dall’architetto Francesca Brancaccio, scende nuovamente in campo il Comitato per l’Albergo dei Poveri (composto inizialmente da Emilio Lupo, Aldo Policastro, Antonio Peduto, Gerardo Toraldo e Giuseppe Marmo del Kodokan - palestra dove da sempre si svolgono gli incontri del gruppo – poi allargato negli anni ad altre presenze, tra le quali Alex Zanotelli, Luigi Cagnazzo, Felicetta Parisi, Giovanni Mantovano e Pietro Alonzo).

E sollecita l’Amministrazione comunale a proseguire in tempi ragionevoli la realizzazione della “fase due” del progetto: «L’apertura dell’area docce e bagni, che abbiamo salutato con gioia e sollievo  è però solo l’inizio, dopo diciassette anni di attesa a favore dei tanti (sempre più, ahinoi) costretti a vivere per strada, a Napoli», sottolinea lo psichiatra Emilio Lupo, di Psichiatria Democratica. «Ci ha tuttavia colpito – aggiunge - il mancato coinvolgimento del mondo del volontariato autentico, che a centinaia abbiamo incontrato, con cui abbiamo scambiato esperienze e condiviso la lunga e faticosa marcia, negli anni, di avvicinamento all’obiettivo di offrire una vera casa per i senza dimora nell’Albergo dei poveri, con l’Orto sociale che restituisca anche un po’ di quel verde sottratto al quartiere. Ma c’è anche un altro “ma”». Quale? «Aver “dimenticato” – sottolinea Lupo - di invitare per l’occasione l’architetto Francesca Brancaccio, capace e generosa professionista che ha elaborato, immaginato e disegnato, di intesa con il Comitato, il grande progetto di cui è andato in porto solo un primo piccolo segmento».

Di qui, le richieste del Comitato all’Amministrazione comunale: «Essenzialmente – spiega Lupo – occorre attivare senza indugi la fase due del programma. Non vi è dubbio alcuno, infatti, che la piena realizzazione del progetto di via Tanucci 9 è una occasione importantissima di riscatto partecipato per Napoli e, pertanto, chiediamo che la città stessa venga da subito coinvolta - in tutte le sue articolazioni funzionali - in questo concreto e visibile progetto di lotta all’emarginazione e di inclusione reale e, così, dispiegare tutta la sua grande umanità e volontà trasformatrice», conclude. Ma quali sono i punti concreti dell’appello? Li sintetizza una nota del Comitato: primo, «garantire l’apertura del Centro tutti i giorni attraverso una gestione pubblica, accanto ad una programmazione e un coordinamento delle sue attività, ad opera del Comitato, così come previsto dalla stessa delibera comunale, cui, fino ad oggi, non è stato dato seguito».

Secondo, «la predisposizione dell’organigramma e l’individuazione di tutte le risorse umane necessarie al pieno funzionamento del Centro (responsabile del Centro, assistenti sociali, personale amministrativo, di custodia e di pulizia, pasti, animatori sociali e di comunità etc.) e - attraverso chiari protocolli d’intesa - la presenza puntiforme di avvocati di strada organizzata dei volontari (questi ultimi adeguatamente formati e provenienti da diverse realtà cittadine) per la realizzazione di progetti diversificati, in grado di fornire risposte nuove, in osmosi con la città e non un nuovo cronicario assistenzialistico, di borbonica memoria».

Terzo, «quantificare le risorse necessarie per essere, da subito, in grado di dare risposte multiple e differenziate a quanti saranno costretti a ricorrere a vari servizi», tra i quali distribuzione dei pasti, pulizia personale e cambio abiti, consulenza e assistenza sociale e giuridica, individuazione di percorsi per garantire - attraverso la ASL - risposte ai eventuali bisogni di salute con possibilità di usufruire, come tutti, dei servizi territoriali, recapito postale e attività di sostegno, realizzazione di progetti di reinserimento lavorativo e, quindi, di autonoma collocazione di vita e abitativa.

Infine, il quarto punto: «Il coinvolgimento di tutte le realtà industriali, artigianali, economiche, culturali e associative che si facciano carico di integrare (attraverso donazioni liberali mirate, effettuate dai propri associati come dai singoli) le risorse pubbliche, al fine della concreta attivazione, progressiva, di tutte e tre le fasi del progetto con la fornitura del materiale di arredo (mobili, sedie, lampade, elettrodomestici etc.) e /o di altri beni necessari (igienici, stoviglie, biancheria…) preventivamente individuato». Un percorso, complesso ma non impossibile, di sussidiarietà attiva.
Giovedì 24 Maggio 2018, 13:27
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