Emergenza culle vuote e lavoro delle donne: «Più asili nido gratuiti e flessibili per ripartire»

Sabato 19 Giugno 2021 di Maria Lombardi
Emergenza culle vuote e lavoro delle donne: «Più asili nido gratuiti e flessibili per ripartire»

Meno bambini e meno donne che lavorano. Avanti così e l'Italia si ritroverà un paese più povero e più piccolo. È come se ogni anno scomparisse una città della grandezza di Catania o Bari, 300mila abitanti circa. E se le lavoratrici una dietro l'altra finissero in un buco nero (su quattro posti perduti con la pandemia, tre erano loro). C'è da tremare. E da prendere nuove strade per invertire la rotta. Un'anomalia tutta italiana, quella delle culle vuote e della schiera di «non attive».
Nei Paesi dove le donne lavorano di più, come Francia, Svezia e gli altri paesi nordici, nascono anche più bambini. In Italia lavora una su due e ci sono sempre meno bebè. Basso sia il tasso di occupazione che quello di fecondità. «Se le donne non fossero l'anello più fragile nel mercato del lavoro e potessero contare su più servizi nascerebbero di sicuro più bimbi», Paola Profeta, docente di Scienze delle Finanze alla Bocconi ed esperta di economia di genere, lo va ripetendo da tempo. «Come rivelano alcune statistiche, in Italia il numero desiderato di figli è più alto di quello effettivo».

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LA RIPARTENZA
Il Paese della rinuncia alla maternità, insomma. Come si riparte? Un primo passo fondamentale, investire sugli asili nido: più numerosi, gratuiti e con orari flessibili. Sono 354mila i posti autorizzati in Italia (su una popolazione di un milione mezzo di bimbi 0-2 anni). Il nostro Paese è in grave ritardo: copre solo il 24,7% del bacino potenziale di utenza. Per L'Europa avrebbe dovuto raggiungere almeno il 33% già nel 2010. E se le mamme lasciano il lavoro spesso è perché non ci sono i nonni, e i nidi e le baby sitter costano troppo. Un'emergenza di cui hanno discusso la ministra per le Pari opportunità e la famiglia Elena Bonetti, l'economista Carlo Cottarelli, assessori regionali ed esperti ad un convegno organizzato da Crescere Insieme - Esperia, dedicato ai servizi per la prima infanzia.
«In Italia registriamo una pericolosa carenza in quest'area», sostiene Carlo Cottarelli. «Occupiamo gli ultimi posti in Europa come copertura di asili nido, con una media che si attesta intorno al 25% ma che si ferma al 10% in regioni come la Calabria, certificando preoccupanti squilibri territoriali». Gravi mancanze a cui il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza vuole porre rimedio con uno stanziamento intorno a 3,6 miliardi di euro per asili nido, in modo da spingere la copertura fino al 37%. «Questo risultato significherebbe un bel salto in avanti», ammette l'economista. «Ma non sarebbe sufficiente a risolvere i problemi legati alla carenza di servizi educativi nella fascia 0-6 anni e alla crescente denatalità. È necessario porsi come obiettivo quello di andare oltre il 37%».
Quello che hanno ripetuto per mesi, con i flash-mob nelle piazze, le attiviste del Giusto Mezzo, il movimento nato per chiedere che la metà del Next Generation Eu fosse destinato alle donne. «I fondi previsti per gli asili nido al massimo riusciranno a garantire un posto a un bambino su tre», ci volevano più soldi, secondo Azzurra Rinaldi, economista e co-fondatrice del movimento, «almeno 4 miliardi in più».
La direzione comunque è quella, assicura la ministra Bonetti. «Stiamo andando verso un investimento straordinario sui servizi all'infanzia, con lo scopo di arrivare alla media europea del 50% di risposta alla domanda», ha detto intervenendo al convegno. «L'Osservatorio nazionale per l'infanzia e l'adolescenza ha appena approvato un importante piano che si focalizza su azioni specifiche basate sulla tutela del diritto universale all'educazione per i bambini e che comprendono anche l'introduzione di materie innovative e il concepimento di un servizio nido come qualcosa da assicurare a tutte le comunità».
D'altra parte solo una cura-choc può davvero contrastare il calo della natalità. Record negativo nel 2020, quando si è toccato il minimo storico dall'Unità d'Italia, meno 3,8% rispetto al 2019. Un trend che vede calare a 1,18 il numero medio di figli per donna (era di 2,4 alla fine degli anni '70), e avrà catastrofiche conseguenze sociali ed economiche nei prossimi decenni. Tra 44 anni l'Italia sarà un Paese dimezzato, secondo una previsione della University of Washington.
IL MODELLO
«Gli asili nido forniscono alle mamme e alle famiglie un servizio essenziale e strutturale che permette di conciliare vita e lavoro», sostiene Domenico Crea, presidente Centro Studi Imparando Il Mondo Crescere Insieme. «L'integrazione tra l'offerta pubblica e privata, sostenuta dagli interventi previsti dal Recovery Plan, ormai già definito e all'attenzione dell'autorità Europea, consente di proporre un modello che preveda la gratuità dei nidi per una larga fascia di popolazione. Ricordiamoci che pagare quasi 500 euro per portare i bambini al nido è un ostacolo davvero grande. La gratuità, insieme agli altri provvedimenti del Family Act potranno davvero invertire il trend della denatalità e restituire il futuro a tutte le giovani coppie pronte a investire nella famiglia».
Nidi gratuiti e con orari flessibili, per venire incontro alle nuove esigenze delle famiglie, sono la ricetta per far crescere occupazione femminile e natalità anche per Francesca Bettio, fondatrice di inGenere e docente di politica economica all'Università di Siena. «I servizi all'infanzia sono cruciali perché consentono di stabilire definitivamente che si possono avere sia più figli che più lavoro per le donne. Questo è possibile perché da una parte liberano il tempo delle madri e dall'altra creano occupazione femminile. Tra i principali motivi per cui i genitori lasciano il lavoro dopo aver avuto figli c'è la mancanza di figure di genitori di supporto. I nonni, insomma. Questo accade perché i nonni sono gratuiti e flessibili!».
 

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