Ischia, le macerie di Casamicciola: a 4 anni e mezzo dal terremoto cantieri fermi e abitanti in fuga

Sabato 22 Gennaio 2022 di Gigi Di Fiore
Ischia, le macerie di Casamicciola: a 4 anni e mezzo dal terremoto cantieri fermi e abitanti in fuga

Inviato a Ischia

È come camminare in un’area archeologica moderna. La zona in alto di Casamicciola, che fu un antico borgo tra piazza Majo, via D’Aloisio, la Rita fino al Pantano, è da 4 anni e mezzo un agglomerato di case fantasma. Solo silenzio, tubi Innocenti, puntelle di legno, macerie ed edifici oppressi da crepe, che si tengono in piedi per scommessa. Tutto è assenza, bloccata da quel 21 agosto del 2017 quando un terremoto di 6 secondi mise in ginocchio memorie, ricordi, esistenze. Tornare sui luoghi di quel dramma è come guardare il fermo immagine inanimato di una storia, rimasta alle 20,57 di quel 21 agosto.

«La vita di Casamicciola, le attività commerciali, sono ormai tutte concentrate nella zona della Marina e del Perrone, dove vivono e operano quattromila persone», dice Peppino Mazzella, giornalista nato, e da sempre residente, a Casamicciola. Basta inerpicarsi da via Garibaldi sino all’area chiamata la Rita, che fu oasi di turismo termale, per capire come lo sfollamento si sia compiuto. L’edicola votiva dedicata a Santa Rita, incastrata tra le puntelle in legno del palazzotto bianco di due piani che fu pensione turistica, è l’emblema di un passato felice. Crepe e transenne tra i due edifici affiancati si accavallano. Palazzi vuoti, come tutte le case bianche, le villette con cancelli che furono elettrici, le piccole abitazioni di campagna tra via D’Aloisio e a destra la stradina del Pantano. L’ingegnere Antuono Castagna, docente universitario in pensione, ha qui due case. Viene spesso, come tanti, a controllarle. Sono inagibili. Per rimetterle in sesto occorrerebbero sostanziosi contributi del Commissariato per la ricostruzione, ma l’ingegnere Castagna non ha voluto presentare progetti di ricostruzione e spiega: «Mi sembra inutile, senza prima un piano di ricostruzione che, dopo oltre quattro anni, non esiste. C’è un recente preliminare regionale, senza indicazioni precise. Non si sa neanche chi debba presentare il piano, se la Regione, il Comune o il Commissariato. Non sappiamo se le case di tutta questa area sia meglio delocalizzarle». In tanti la pensano allo stesso modo, se dal 2019 al 2021 il Commissariato ha firmato solo 14 concessioni di contributi per danni lievi alle case, con altre 14 richieste in istruttoria per un totale di 2 milioni di euro.

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Area sismica, che ha avuto solo nell’800 ben sei terremoti. E allora si spiega come in molti hanno dubbi sulla convenienza a ricostruire la propria casa dove si trova adesso. Di fatto, anche se formalmente residenti a Casamicciola, sono circa 1400 le persone che abitano altrove. In case in affitto nella parte bassa del Comune, o a Ischia porto. Fuori la sua abitazione al Pantano, c’è Ciro Del Sole. È disoccupato, passa qui a dare da mangiare alle galline e al cane, che sono gli unici esseri viventi rimasti in questa piccola casa. Dice Ciro: «Prima, con la mia famiglia, mi sono spostato in fitto a Ischia porto. Poi, costava troppo e ora siamo ospiti di una mia sorella nella parte bassa di Casamicciola. Stiamo stretti, ma così va, senza possibilità».

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La «nuova Pompei» è via D’Aloisio che sale a piazza Majo. Fino a qualche mese fa era zona rossa, con accesso vietato. Ora, tutta puntellata, ha solo case inagibili, vuote, a volte con mura crollate e macerie, ma i residenti possono venire per tenere d’occhio le loro proprietà. È l’unica vita possibile, un alterno viavai, triste e malinconico, di chi passa a controllare la casa che non abita più da quasi cinque anni. Come Giovanni Di Costanzo, marittimo in pensione. Osserva la sua casa, danneggiata al piano terra, e racconta: «Ho una figlia farmacista, lascia a me e mia moglie i suoi bambini. Viviamo in affitto tutti insieme. Le nostre case sono inagibili. Il terremoto ha scatenato la criminalizzazione dell’isola, bollata come patria di abusivismo. Ci sono passato anche io, che ho condonato la casa, pagato le tasse, iscritto al catasto tutta l’area. C’è stato anche questo a ostacolare i rimborsi destinati a chi ha la casa in regola».

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Chi è costretto a trasferirsi in una residenza in affitto riceve contributi anticipati dal Comune rimborsati poi dal Commissariato. La stima dei contributi del 2021 è stata di 4 milioni di euro. L’anno prima, il Commissariato ha rimborsato oltre 5 milioni di euro. Contributi variabili in rapporto al numero dei componenti della famiglia, da un minimo di 400 euro a un massimo di 800. A Casamicciola, tra settembre e novembre dello scorso anno, il Comune ha riconosciuto contributi a 804 richieste. Facile capire come la stima dei circa 1400 residenti che non vivono più nella zona terremotata sia reale. Nonostante le residenze formali, che risultano diminuite solo di 293 persone rispetto all’anno del terremoto. «Numero che inganna, senza un ufficio statistico comunale - spiega Peppino Mazzella - Di fatto, la residenza formale va mantenuta per non perdere la legittimità ai contributi». A conferma, fa riflettere il calo di iscritti a scuola che, tra primarie e medie, risulta diminuito di 300 bambini. Un numero su cui fa da monito lo spettacolo dell’edificio rosso, il palazzo delle scuole ex Dux, trionfo di vetri rotti, crepe, ferite. Un paperotto disegnato sulle mura dell’ingresso ricorda giorni che sembrano lontani, quando qui venivano i bambini. Ma a Casamicciola, con 7 scuole chiuse e inagibili, ne funziona solo una, la «De Gasperi», nella parte bassa del Comune.

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Una mamma con la sua bambina cammina a piedi sotto una insolita galleria in via D’Aloisio. È uno spettacolo da anomala installazione artistica di tubi Innocenti, indispensabili a tenere in piedi gli edifici. Creano insolite gallerie, in totale sono sei intervallate da brevi spazi privi di tubi. Ne sono investiti l’hotel terme Vinetum, il Villino La Pinta, il centro massaggi Leoshiatsu, la pizzeria Pauluccio, l’Hotellerie Tusculum, l’azienda di ceramica Keramos, che si è trasferita a Forio, la pizzeria Katarì. Tutto chiuso da oltre 4 anni, senza speranze. Per trovare anima, si deve arrivare a piazza Majo. Al bar Monti dei coniugi Giuseppina e Tommaso Conte. Hanno riaperto a giugno del 2018, raccomandano all’ingrsso le mascherine anti-Covid. È il ritrovo antico di memorie e famiglie storiche, discendenti di contadini e piccoli artigiani, che animarono il borgo di Casamicciola. Si conoscono per soprannomi: Beresina, Bannera, Senghina. Accanto al bar, dal 2017 c’è la baracca sull’area della chiesa di Santa Maria Maddalena che crollò nel terremoto del 1883. Fa da sentinella contro l’inerzia e l’abbandono: «Basta chiacchiere, vogliamo i fatti», dice il cartello all’ingresso. Franco Mattera, artigiano e custode di memorie, dice: «Trovano un milione per i tubolari, invece di rimettere in sesto tutto». E, pochi metri più avanti, in via Montecito, sono sempre lì le macerie delle case ai numeri 13 e 9. «Nessuno le ha mai rimosse» denuncia Peppino Mazzella. Sulla barriera di cemento che separa dalla strada le macerie e quel che resta delle case, c’è chi ha scritto: «E mo’ chi pava». Segnali di vita, in un borgo ormai inanimato.
 

Ultimo aggiornamento: 24 Gennaio, 20:29 © RIPRODUZIONE RISERVATA