Vergogna Mergellina, i giardini
sono un bivacco vista mare

Domenica 13 Gennaio 2019 di Giuseppe Crimaldi

Nel cuore della notte, quando il carro della Mortuaria era già giunto a destinazione per depositare la salma in una cella frigorifera dell’obitorio, qualcuno ha posato un fiore sul marciapiedi dove Mohammed El Hanati Sghir è morto. Una rosa bianca senza stelo. Forse era uno dei tanti giovani che la sera si prendevano cura di quest’uomo alto quasi due metri che per casa aveva scelto le aiuole egli chalet di Mergellina. Invisibile tra gli invisibili.
 


SENZA PASSATO
Scavare nella sua vita è apparso subito un’impresa anche per la polizia. Ci sono volute quattro ore per identificarlo: perché Mohammed era un irregolare, uno dei cento, mille sans papier e perciò stesso un fantasma. C’è voluta la tragedia per accendere un algido cono di luce su di lui, sul suo aggressore, e sulle condizioni di disperazione che - in fondo - scorrono ogni giorno sotto i nostri occhi, e dovunque. Già, perché oggi quel sottobosco umano costretto a vivere (per scelta o necessità che sia) ai margini non è più triste prerogativa della Ferrovia, di via Marina o di certe periferie dimenticate: e certi gironi infernali popolati da invisibili fantasmi in carne ed ossa sono ormai impiantati anche nei «salotti buoni» di Chiaia, di Posillipo e del Vomero. Tra le persone che conoscevano e assistevano in strada Mohammed c’era persino chi - fino a sabato sera - pensava che quell’omaccione che negli ultimi mesi si era fatto crescere i capelli con il taglio dei «Rasta» fosse un russo; e un motivo in fondo c’era: perché nella sua tormentata vita - e il perché non si saprà mai - questo nordafricano aveva peregrinato in lungo e largo per l’Europa, approdando persino a Mosca, dove aveva avuto una figlia. Chissà quanto c’era rimasto, nell?Est: fatto sta che nel suo italiano smozzicato parlava con una netta inflessione che lo faceva sembrare «un russo».
 
 

IL QUARTIERE
Chiaia e Mergellina si risvegliano così: con un marciapiedi ancora invaso dal sangue raggrumato che nessuno - né un netturbino, né un residente - ha pensato di ripulire lanciando qualche secchiata d’acqua. Distratta, una folla di gente percorre quel tratto di strada e a stento si ferma a guardare dove si sono chiusi, per sempre, gli occhi di un essere umano. «Ah, è qui che è successo?», risponde un signore che abita due isolati più in là. Conosceva quest’uomo, lo aveva mai incrociato qui ai semafori? «No: io la sera torno presto a casa e sinceramente evito di uscire, soprattutto nel fine settimana quando questa strada (via Caracciolo, ndr) si trasforma in un carosello di auto impazzite». Proviamo a chiedere la stessa cosa a un’anziana signora accompagnata dalla figlia. «È vero - dice - qui ai semafori ci sono sempre stranieri a chiedere soldi, o ambulanti pronti a vendere di tutto. Ma non danno poi tanto fastidio. I problemi veri sono altri: guardate in che condizioni sono i giardini».

 

LO SCANDALO
Già, i giardini. Percorrendo il sentiero dell’aiuola in cui Mohammed «Zico» dormiva la prima immagine che balena in mente è quella della polvere nascosta sotto il tappeto della pi bella stanza di una casa. Al di là c’è via Caracciolo, con il mare, il panorama da cartolina, i suoi chalet sfolgoranti di luce e gli attici da un milione di eiro; al di qua c’è l’inferno. Un degrado fatto di miseri giacigli, cartoni, materassi, bottiglie rotte, escrementi, stracci sporchi. Mohammed viveva qui. E non era solo, a contare coperte e fornelletti a gas: ma quel che è accaduto l’altra sera deve aver messo in fuga anche tutti gli altri fantasmi. 

Ultimo aggiornamento: 14 Gennaio, 09:59 © RIPRODUZIONE RISERVATA