'Ndrangheta Roma, le mire dei boss sui bar del Vaticano: «Altro che Cafè de Paris»

Giovedì 12 Maggio 2022 di Valeria Di Corrado e Camilla Mozzetti
Operazione dei Carabinieri contro la criminalità organizzata

Non bastava aver messo le mani su ben 24 società da Torpignattara al Tuscolano, aver iniziato a stringere accordi pure con i Moccia per spartirsi i locali da “rifornire”, la locale di ‘ndrangheta capeggiata da Vincenzo Alvaro e Antonio Carzo, finiti in carcere insieme ad altre 75 persone tra la Capitale e la Calabria a seguito dell’ultima maxi-operazione “Propaggine” della Dda e della Dia, puntava a consolidare il proprio potere e ad espandersi ancora, conquistando catene di supermercati e bar di lusso intorno al Vaticano. Avendo chiaro come a Roma bisognava però muoversi con cautela considerata l’esistenza di una Procura composta da tutti «quelli che combattevano dentro i paesi nostri... Cosoleto... Sinopoli... tutta la famiglia nostra...», dirà proprio Carzo ad un suo interlocutore facendo riferimento agli ex procuratori Giuseppe Pignatone, Michele Prestipino e Renato Cortese (un tempo dirigente della Squadra Mobile) e per questo definiti «maledetti». 

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'Ndrangheta Roma, le ambizioni

Ma oltre agli affari c’era pure l’ambizione di entrare nella massoneria o almeno era questo il desiderio di Domenico Carzo, figlio di Antonio che di fronte a due medici - ritenuti dei validi condotti per entrare in una loggia - negherà che suo padre, suo zio e suo nonno siano o siano stati elementi di spicco della criminalità. Ma al netto di quelle che potevano essere le “pulsioni” e le “intraprendenze” dei singoli, sempre Carzo tenderà più volte a ribadire come nonostante gli screzi, avuti o probabili, la loro è una «famiglia». E la famiglia non si tradisce, la si protegge e le si dà da “mangiare”. Il pasto prediletto restavano i locali da acquisire tramite prestanome e “teste di legno” al fine di riciclare soldi sporchi provenienti da più fronti. Ed è così che tra gli “obiettivi” rientra la catena di supermercati “Elite”. Il cognato di Vincenzo Alvaro, Giovanni Palamara, parlando con Giuseppe Penna veniva informato da quest’ultimo della ristrutturazione di uno dei supermercati della catena e che grazie a questo sarebbe stato possibile inserirsi per ottenere una fornitura. Palamara si mostra subito interessato: «Digli per la pasta Pino… abbiamo la pasta fresca... all’uovo... la facciamo sotto vuoto anche per i supermercati... io gliela porto ai supermercati» e il Penna che, a distanza di qualche ora, manda un messaggio: «Gianni cercamo di farti prendere Elite ho saputo che porta prodotti di prima scelta a 56 punti vendita su Roma tu e chi per te venite a parla prossimamente». Poi c’è l’avanzata verso altri bar, stavolta mica al Quadraro o a Torpignattara, ma in pieno centro a due passi dalla Basilica di San Pietro. Un’operazione ghiotta per chi come Vincenzo Alvaro era riuscito a fuggire dall’operazione sul caffè de Paris. Sempre il Penna, che trattava affari per importanti locali di Roma, propone alla locale di rilevare delle attività sequestrare ad un “compaesano” di Vibo Valentia. Nello specifico si tratta di un bar tabaccheria in via del Mascherino, di altri due bar e di un ristorante sempre nella zona del Vaticano e di un’osteria a Trastevere. «Per avere 3 bar al centro storico... scusate, io non sono uno scemo, al centro storico di Roma, i bar più prestigiosi del mondo... avoglia a dire che tieni per le mani bar California e Cafè de Paris... - dice Penna - a questi che ha questo gli fanno una pip... ci siamo salvati tutti i parenti e tutti gli amici...». 

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Forte degli anni passati in carcere, Carzo commissiona al figlio Domenico e ad un altro affiliato il pestaggio di un uomo che doveva rientrare di ben 250 mila euro. «Penso che dopo ‘sta passata...di cazzotti ... poi a cuccia... poi glielo dici... gli devi dire “la prossima volta ti va peggio con l’a...ha detto mio padre che vuole tirarti l’acido in faccia per bruciarti». Parlando con il malcapitato debitore gli dirà: «se ti piglio ti scanno come un capretto...». Anche per gli affiliati che sbagliano non c’è pietà: chi vìola le “regole” del clan deve rispondere al “Tribunale della ‘ndrangheta” in una sorta di processo con relative sanzioni. Intanto oggi un giudice vero, quello che ha ordinato gli arresti, interrogherò Alvaro e Carzo.

 

 

Ultimo aggiornamento: 13 Maggio, 09:48 © RIPRODUZIONE RISERVATA