Giallo sulla morte dell'agente Sissy: sulla pistola il suo Dna, famiglia non crede al suicidio

Domenica 31 Marzo 2019
Giallo sulla morte dell'agente Sissy: sulla pistola il suo Dna, famiglia non crede al suicidio

Un'agente penitenziaria morta per un colpo di pistola alla testa, un padre che non crede all'ipotesi del suicidio, un'indagine riaperta che, tuttavia, anche nell'ultima consulenza non svela sorprese che smontino la convinzione della Procura: suicidio. È la vicenda che ruota attorno alla strana morte di Sissy Trovato Mazza, l'agente penitenziaria del carcere della Giudecca a Venezia deceduta dopo un'agonia di due anni il 12 gennaio scorso. La donna, mentre era in servizio esterno nell'ospedale di Venezia, dove aveva fatto visita ad una detenuta, fu trovata in fin di vita in un ascensore, l'1 novembre 2016.

Sissy, licenziata mentre era in coma e liquidata con 6 mila euro: «Vogliamo la verità sulla sua morte»

Sulla testa la ferita di un colpo di pistola, quella di ordinanza, che aveva accanto. Ora la perizia dei consulenti di parte ha accertato che su quell'arma c'era solo il Dna di Sissy, di nessun altro. Inoltre, anche una verifica sul suo computer non ha trovato interventi di formattazione o anomalie di rilievo.



Un caso che sembrerebbe quindi avviarsi all'archiviazione, quella che il Gip di Venezia aveva respinto il 30 ottobre 2018, sollecitando un supplemento di indagine, tuttora in corso, per valutare l'ipotesi di istigazione al suicidio.

La famiglia di Sissy Trovato Mazza, di origini calabresi, non ha infatti mai creduto che la giovane si fosse tolta la vita. Anche sulla base di un scritto trovato in cassetto dopo la sua morte in cui la donna chiedeva un appuntamento alla direttrice della Giudecca, perché a conoscenza di «fatti gravi» su alcune sue colleghe. Si fece anche l'ipotesi di festini in carcere a base di droga.

Ma a fine gennaio 2019, l'ex direttrice della Giudecca, Gabriella Straffi, spiegò che queste 'confidenzè riguardavano un rapporto scorretto di un'agente verso una detenuta, e nessuna vicenda legata al traffico o all'uso di stupefacenti in carcere.

«Mi parlò - disse Straffi - di dichiarazioni confidenziali raccolte da alcune detenute e che riguardavano esclusivamente un comportamento scorretto di un'agente nei confronti di una detenuta. Mai, in nessuna circostanza, né in quel frangente e neppure in passato, l'agente Trovato Mazza mi riferì di scambi di stupefacenti». Adesso la perizia spiega che sull'arma non sono state trovate tracce biologiche di altre persone. Le due sole tracce ematiche nel lato posteriore destro della pistola d'ordinanza appartengono all'agente Trovato.

Tuttavia, per i consulenti, il «posizionamento e l'unicità» delle tracce di sangue potrebbero derivare anche da un imbrattamento nelle fasi successive all'evento. Per questo, affermano i legali della famiglia, saranno necessari ulteriori approfondimenti per stabilire l'effettiva dinamica del fatto.

Ultimo aggiornamento: 1 Aprile, 09:02 © RIPRODUZIONE RISERVATA