Libano, gli scenari dopo le dimissioni del governo. Quale ruolo per l'Italia nel Mediterraneo

Mercoledì 12 Agosto 2020 di Erminia Voccia

«Questa è una crisi diversa dalle precedenti. Il disastro del 4 agosto, unitamente alla ripresa della protesta, cambia drasticamente il panorama della politica libanese». La pensa così Nicola Pedde, Direttore Institute of Global Studies (IGS) di Roma ed esperto di Medio Oriente. Pedde delinea il quadro della situazione in Libano, partendo dai retaggi del passato e aprendo alle prospettive di un paese in crisi economica e in lotta contro la corruzione della politica. L'analista spiega quale ruolo potrebbe rivestire l'Italia nel Mediterraneo, se ne avesse le capacità, e le iniziative di altri paesi, come Francia e Cina.

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Quali sono, secondo lei, gli scenari possibili in Libano dopo le dimissioni dell'esecutivo del premier Diab?

«Ora ci sarà sicuramente un tentativo di valutare la presenza di maggioranze che possano assicurare la formazione di un nuovo governo. Ma grave errore della politica è stato fare finta che non esistesse una protesta libanese e questo ha portato a un inasprimento fortissimo delle tensioni e dei risentimenti. I fatti del 4 agosto, che sono certamente riconducibili a un incidente e non a una intenzionalità o alla presenza di armi, hanno rappresentato l'ultimo elemento di una relazione davvero critica tra società e istituzioni. Questa volta per poter funzionare un nuovo governo libanese deve essere rappresentativo delle richieste dell'opinione pubblica, altrimenti si rischia una situazione di violenza paragonabile a quella della lunga guerra civile. Tuttavia, i vecchi vertici politici di quella guerra sono gli stessi che oggi governano il Libano. Una piccola minoranza autoreferenziale che tiene ingabbiato il paese all'interno delle dinamiche confessionali e politiche. Se il nuovo governo non terrà conto delle urgenze sul piano sociale, temo che in primo luogo non sarà possibile formare una maggioranza, in secondo luogo non potrà esserci un'accettazione silenziosa da parte dell'opinione pubblica.
 
Il modello Libano, ovvero quel modello che avrebbe dovuto garantire la coabitazione e la rappresentatività delle diverse componenti etnico-relogiose, a questo punto non è più valido?
 
«No decisamente non lo è più. Tutti sanno che gli equilibri creati sul censimento degli anni Trenta sono ormai definitivamente saltati. Nessuno ha mai avuto il coraggio politicamente di proporre una revisione del sistema per non toccare l'insieme di equilibri che hanno permesso a questa élite di continuare a fare il bello e il cattivo tempo in Libano. Ma le generazioni più giovani sanno benissimo che la comunità musulmana per numeri è notevolmente al di sopra di quella cristiana e soprattutto che all'interno di questa la componente sciita ha i numeri maggiori. La ricerca di equilibri confessionali oggi è veramente anacronistica. Bisogna andare in direzione di un mutamento istituzionale che vada a premiare i virtuosismi della politica libanese. I libanesi devono iniziare a scegliere chi eleggere come presidente, come primo ministro come presidente del Parlamento attraverso una rosa di candidati che reputano validi, non più quelli espressi dalle comunità. Infatti, è interessante notare come la protesta sia trasversale e metta insieme cristiani e musulmani. Tali proteste in Libano sono parte di un fenomeno che interessa tutto il Medio Oriente fino al Nord Africa. Le proteste algerine, irachene, giordane, libanesi, sono diverse tra loro ma hanno un tratto comune, che le differenzia dal 2011 e dal 2015, ovvero essere non confessionali e scarsamente legate all'ideologia.
 
Le dimissioni del governo libanese sono grande problema per Hezbollah?

«Hezbollah, fino a poco tempo fa, è stato quantomeno il partito con la maggiore credibilità sul piano della politica, perché forse uno dei più recenti e meno coinvolti negli scandali. Però anche Hezbollah non ha più quell'aura di intoccabilità data dallo spirito rivoluzionario e dal porsi come un partito che lotta contro la corruzione. Anche se meno degli altri partiti, inizia a essere visto come parte dell'establishment e dunque come parte del problema. Per Hezbollah, le dimissioni del governo sono un problema grosso. Hezbollah dovrà cercare di mettere mano a una serie di equilibri politici che, a mio avviso, sono ormai del tutto compromessi e difficili da raggiungere anche in caso di nuove elezioni. Se non ci sarà una riforma costituzionale forte, non saranno certo nuove elezioni a mutare il contesto. Il problema si ripresenterà ciclicamente, come è già successo. Hezbollah è soggetto a un embargo pesantissimo. La partecipazione alle forze di governo rappresenta una garanzia di poter agire anche al di fuori di questo sistema di pressione che dipende dall'embargo imposto dalla comunità internazionale. E in questo risiede il primo paradosso del nostro approccio al Libano: trasformare il partito di maggioranza in un'organizzazione terroristica e poi avere la pretesa di ragionare con questo paese in termini normali. L'altro è guardare al Medio Oriente sempre attraverso la lente dei nostri interessi nazionali. In quanto occidentali o europei, non possiamo entrare a gamba tesa nelle dinamiche mediorientali con la nostra lista dei buoni e dei cattivi, dove i cattivi sono quelli di Hezbollah e i buoni sono tutti gli altri.
 
Quale può essere il ruolo dell'Italia in Libano, considerata la rilevanza della missione Unifil?
 
«Noi abbiamo come sempre grandi opportunità. La prima è capitalizzare la nostra esperienza sul piano della partecipazione alla missione Unifil perché siamo riconosciuti come una delle forze più capaci all'interno di questo contingente, militarmente e sotto il profilo decisionale. Dall'altro, avremmo anche un capitale politico non indifferente da poter spendere: non abbiamo un passato coloniale in Libano, non siamo compromessi con questi nefasti trattati che dalla fine della Prima Guerra Mondiale in poi hanno diviso il Medio Oriente ad uso e consumo delle potenze coloniali. Abbiamo la possibilità di poter intervenire sul piano della diplomazia e della mediazione scevri da qualsiasi considerazione sul nostro retaggio. Servirebbe però un'azione politica forte, una capacità di indirizzo e di azione che ora non stiamo vedendo in politica estera, non perché sia un problema di questo governo in particolare. La mancanza di definizione degli interessi nazionali si traduce nell'impossibilità di esprimere una strategia. Il Libano è parte dei nostri interessi nazionali perché rappresenta un tassello significativo per la stabilità del Mediterraneo».
 
Chi ci sta provando è invece la Francia, nonostante il passato coloniale.
 
«La Francia ha provato immediatamente a porsi come interlocutore privilegiato del Libano. Una missione dal loro punto di vista molto ben strutturata, espressione di una visione che noi non abbiamo. Dall'altra parte, la missione di Macron in Libano non è stata priva di commenti negativi perché il fardello della Francia non può essere cancellato con un maquillage di marketing politico».

Quali sono i margini di manovra della Cina nell'ambito della ricostruzione del porto di Beirut?
 
«Pechino prima della tragedia aveva iniziato a interloquire con le autorità libanesi per porsi quale partner per lo sviluppo del Libano in quanto hub di movimentazione delle merci all'interno delle Nuove Vie della Seta. Ma siamo davvero ancora in uno stato iniziale. Al di là dell'offerta immediata di denaro, per la Cina c'è l'ostacolo rappresentato da una serie di condizioni e di clausole non sempre compatibili con gli ordinamenti nazionali e con gli interessi economici di un paese. Vero è che all'indomani del 4 agosto, con la necessità di ripristinare il prima possibile le infrastrutture portuali e tutta l'economia che ruota intorno al porto di Beirut, l'offerta cinese diventa più interessante. Se, come purtroppo sta accadendo, i paesi europei e gli Stati Uniti non si affrettano a dare al Libano un'offerta di aiuto, la Cina diventa quasi una scelta obbligata. Se in particolare l'Italia, come temo, non sarà in grado di creare un partenariato reale nel Mediterraneo, basato su interessi condivisi, poi non potremo certo lamentarci dell'ingresso di nuovi attori come appunto la Cina».
 


 
 

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