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Covid, la professoressa Francisci: «Con Omicron per i no-vax il rischio resta elevato. Risalita dei contagi era attesa, ma non in queste proporzioni»

Martedì 28 Dicembre 2021 di Fabio Nucci
La professoressa Daniele Francisci

PERUGIA Un’impennata di contagi era attesa ma non in proporzioni simili, con gli ospedali che iniziano a sentire la pressione dei ricoveri ordinari. Degenze che nell’80% dei casi riguardano non vaccinati cui sono riferite le situazioni più impegnative. Questo mentre la variante Omicron, insieme all’elevata contagiosità evidenzia anche un rischio clinico inferiore. Lo ricorda l’infettivologa Daniela Francisci, direttrice di Malattie infettive al Santa Maria della Misericordia di Perugia, sottolineando tuttavia anche la maggior capacità di reinfettare ex-positivi. Se è prematuro parlare di prologo all’endemicità del virus, nuove speranze per convincere i dubbiosi sono riposte sul vaccino Novavax.
Professoressa Francisci, come valuta questa fase epidemica, si aspettava una recrudescenza simile in termini di contagi? 
«Che con la stagione autunnale, complice l’abbassamento delle temperature che favorisce la vitalità del virus e la più frequente permanenza in ambienti chiusi, ci sarebbe stato un aumento dei contagi, era atteso. Ma l’arrivo della variante Omicron nelle ultime 2-3 settimane ha determinato un’impennata dei contagi con crescita esponenziale e questa era meno prevedibile, almeno in queste proporzioni. Ricordo che la variante Omicron ha una contagiosità elevatissima, 2-3 volte superiore a quella della variante Delta».
A livello clinico che tipo di situazione emerge? Quanto incidono i “no vax” sui ricoveri anche critici?
«I ricoveri dei pazienti Covid positivi stanno aumentando giorno dopo giorno. Abbiamo superato quota 100 ed è stato necessario aprire posti letto dedicati anche in altri ospedali umbri oltre a quelli di Perugia e Terni. I soggetti non vaccinati sono quelli che presentano i quadri clinici più severi e sono quelli più a rischio di finire in terapia intensiva. Si stima che oggi in Italia più dell’80% dei letti siano occupati da non vaccinati. I vaccinati, una minoranza, sebbene più anziani e spesso con più patologie, tendono ad avere un decorso meno severo. Va sottolineato che, secondo le recenti stime dell’Iss, una persona non immunizzata di età compresa tra i 60 e i 79 anni ha un rischio di finire in terapia intensiva 13 volte superiore rispetto al coetaneo vaccinato, rischio che sale a 85 volte, per gli over 80».
È corretto dire che i contagi da Omicron sono meno impegnativi dal punto di vista ospedaliero?
«Ci sono dati che provengono da fonti autorevoli, come l’Imperial College di Londra, che ci dicono come i pazienti infettati con Omicron hanno un rischio minore del 15-20% di essere ricoverati in ospedale rispetto ai pazienti infettati con la variante Delta. Dati pubblicati recentemente da ricercatori dell’Università di Hong-Kong sembrerebbero indicare una minore capacità della variante Omicron di replicare nei polmoni con conseguente minore severità di malattia. D’altra parte, Omicron ha maggiore capacità di reinfettare le persone che già avevano avuto il Covid, rispetto alle varianti precedenti».
La vaccinazione incontra sono titubanze anche da chi dovrebbe fare la dose addizionale, insieme alle misure di contenimento, può frenare la diffusione del virus?
«La risposta è sì: l’utilizzo della mascherina FFp2, il distanziamento, il ricambio di aria frequente, l’igiene delle mani e la somministrazione della dose booster sono gli elementi che maggiormente possono contribuire al contenimento di questa fase pandemica. Sappiamo dai dati Iss che la dose booster protegge al 93% rispetto alla malattia grave e al 75% rispetto all’infezione. Quindi la raccomandazione forte è procedere più rapidamente possibile alla vaccinazione con la terza dose».
Tale fase può essere un prologo all’endemicità del SarsCov2?
«Potrebbe essere così, questo è un fenomeno che si osserva spesso con i virus e cioè un progressivo adattamento all’ospite, al momento però questa affermazione potrebbe essere prematura».
Il farmaco Novavax, a base di proteine, potrebbe convincere dubbiosi e diffidenti della vaccinazione anti Covid?
«Il vaccino Novavax, approvato nei giorni scorsi da Ema, è un vaccino più tradizionale, utilizza proteine virali (proteina spike) ricombinanti con aggiunta di un adiuvante. Un vaccino simile a quello in uso da 30 anni per l’epatite B. Si è dimostrato efficace e ben tollerato, ha bassi costi di produzione e può essere conservato a +4° C, quindi non necessita della catena del freddo. È arrivato in ritardo, ma ha tutti i requisiti per essere considerato un ottimo vaccino alla stregua degli altri e forse più facilmente accettabile, proprio perché prodotto con tecniche tradizionali».

Ultimo aggiornamento: 09:53 © RIPRODUZIONE RISERVATA