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CrimiNapoli/4: Carmine Giuliano, il boss di Forcella: ecco la vera storia della conchiglia di Maradona

Venerdì 5 Novembre 2021 di Gigi Di Fiore
CrimiNapoli/4: Carmine Giuliano, il boss di Forcella: ecco la vera storia della conchiglia di Maradona

«Sono un acceso tifoso di Maradona, un ultrà come tutte le persone fotografate con lui»: parola di Carmine Giuliano, agli inizi del settembre 1989. Parola di un tifoso particolare, uno dei fratelli della famiglia che 32 anni fa dal quartiere di Forcella controllava tutti gli affari illeciti nel centro storico di Napoli. Estorsioni, droga, commercio di prodotti falsificati, ma soprattutto corposi guadagni attraverso il totonero che era stata un’invenzione di Luigi, detto Lovigino. Il capoclan. Era stato proprio Lovigino a ideare le scommesse illegali parallele sulle partite di calcio: pronti contanti, “bollette” clandestine, pagamenti immediati in caso di vincita, esattori in strada a Forcella. Guadagni lievitati nel tempo a centinaia di milioni, allora di lire.

Nel 1989, Carmine Giuliano aveva 36 anni. Abitava in via Forcella e appena un anno dopo l’arrivo di Maradona a Napoli era stato tra i promotori di un club di tifosi nel quartiere. Era riuscito, attraverso giri intrecciati che arrivavano a persone vicine al grande campione, ad ottenere la presenza del “pibe de oro”, allora ignaro di chi ci fosse tra quei tifosi. «Dopo l’inaugurazione del club, Diego è stato a casa di tanti tifosi. Anche a casa mia», raccontò Carmine Giuliano. Tanta folla e festa, quel giorno. E Maradona a brindare nella casa dall’arredo kitsch. Non si sottrasse alle foto, per Diego quelli erano solo sostenitori del Napoli un po’ fuori le righe. Eccessivi e chiassosi, come lo sono tanti tifosi. Maradona si fece fotografare con Carmine nella vasca da bagno a forma di conchiglia dal gusto discutibile. E con la coppa di champagne avvicinata nel brindisi a quella di Erminia, detta Celeste, la sorella 34enne dei Giuliano. Donna bellissima, bionda e dagli occhi azzurri come il cielo. Una Chanel in anticipo rispetto alla protagonista della futura serie televisiva di tanti anni dopo. Poi anche una foto di gruppo con Carmine e l’altro fratello Salvatore. 

 

Tifosi. Di un clan allora egemone a Napoli città. I Giuliano erano una delle famiglie vincenti nella guerra contro la Nco, l’organizzazione criminale messa in piedi in carcere da Raffaele Cutolo contro i vecchi gruppi che gestivano il contrabbando di sigarette. Il padre di Lovigino e degli altri dieci tra fratelli e sorelle si chiamava Pio Vittorio e aveva iniziato nel dopoguerra proprio con la borsa nera e il contrabbando di sigarette. L’illecito passava per Forcella, la famiglia divenne presto potente clan camorristico. Lo scettro passò a Lovigino, predestinato nella fortuna criminale se, dopo aver rubato con l’amico Peppe Misso un’auto americana, nel cofano vi trovò vagonate di dollari. “Sei fortunato, figlio mio, tu farai strada” gli disse Pio Vittorio.

Il ritrovamento 

Le foto di quella giornata di festa, con le immagini di Maradona, furono scovate da Peppe Fiore, funzionario della Squadra mobile di Napoli, il 27 febbraio 1986 durante una perquisizione a Forcella. Cercavano droga, a casa di due sospettati, Emilia Troncone e Raffaele De Clemente. Trovarono 71 foto, comprese quelle con Maradona. Scrisse il funzionario di polizia nel suo rapporto, poi avallato dal suo capo Matteo Cinque: «Non sfugge a questo ufficio la strana presenza del Maradona in compagnia di pregiudicati inquisiti per associazione camorristica, ritenuti organizzatori del lotto e totocalcio clandestino, fonte primaria di sovvenzione dell’organizzazione camorristica». Si suggerivano verifiche. Furono fatte, nulla sapeva di quegli affari illegali il grande campione. Per lui, quelli erano solo tifosi con soldi. L’anno dopo, il Napoli vinse il primo scudetto. Quando nell’estate del 1989, Diego denunciò dall’Argentina timori per la sua famiglia ritardando il suo rientro a Napoli, ebbe una telefonata da Carmine Giuliano: «Stai tranquillo, torna, ti proteggiamo io e i miei fratelli». Molti anni dopo, lo avrebbe raccontato proprio Maradona al “Maurizio Costanzo show”. 

Il quartiere Stato

Il giudice Corrado Guglielmucci parlò di Forcella come “quartiere-Stato” di Napoli, governato dalla famiglia dei Giuliano. I traffici illegali uniti alla “direzione ideologica” del clan nel quartiere, anche con “ritualismi collettivi posti in essere dalla famiglia, come feste collettive per le assoluzioni, organizzazioni della tifoseria per la squadra di calcio, celebrazioni dei funerali dei notabili”. 

Solo dieci anni dopo la pubblicazione delle foto sul “Mattino” avvenuta il 6 settembre 1989, i fratelli Giuliano scelsero la strada della collaborazione con la giustizia. Si pentì prima il più giovane Raffaele, poi Salvatore, Guglielmo, infine Lovigino tra tentennamenti e esitazioni. Lo fece solo dopo l’omicidio, con un avvertimento tutto interno alla famiglia, del suo avvocato difensore Anyo Arcella. Anche Carmine, in cura agli arresti in una clinica di Cassino da cui evase per essere subito ripreso, si mostrò disponibile a collaborare con i magistrati. Ma, convinto dalla moglie Amalia Stolder rimasta segnata dal pentimento del fratello bollato come “infame”, fece marcia indietro. «Tutto quello che ho detto finora è il risultato di un mio stato confusionale, non posso apportare nulla di nuovo con le mie dichiarazioni», dichiarò il 21 aprile 1999 in Tribunale. Fu l’unico dei fratelli a rifiutare la collaborazione con i magistrati. Morì per un tumore alla gola il 2 luglio 2004. Tra i fratelli, era stato soprattutto lui, dipendente dalla cocaina, ad avere avuto rapporti con Maradona. La moglie Amalia Stolder sarebbe morta il 31 marzo 2011, sempre per cancro, a vico Pace a Forcella. Il suo fu l’ultimo funerale barocco con carrozza nera e cavalli, cui partecipò l’intero quartiere. Sono collaboratori di giustizia Lovigino, Guglielmo, Raffaele e Salvatore, che pure appare nelle famose foto con Maradona, e vivono tutti nel Lazio in attesa del definitivo cambio di identità. Altra storia, invece, per Erminia Giuliano che, dopo il pentimento dei fratelli, aveva cercato di gestire quel che restava del clan a Forcella con esiti infelici. Nel 2016 si era trasferita a Formia. A giugno scorso, una condanna definitiva a 14 anni doveva riportarla in carcere. Ma, malata di cuore e con una pericolosa miocardite, sta scontando la pena ai domiciliari a Formia. Quando era stata arrestata nel 2000, chiese agli agenti una cosa sola: «Fatemi prima andare dal parrucchiere per una messa in piega». Vezzo femminile, nel clan che portò un ingenuo “pibe de oro” a Forcella. «Andammo all’inaugurazione di un club di tifosi nella popolare Forcella, la Casbah napoletana dove è possibile acquistare di tutto», scrisse Guillermo Blanco, portavoce del giro di Maradona. Disponibilità ingenua di un grande campione. Era il 1986. L’anno dopo sarebbe arrivato il primo scudetto del Napoli.

Ultimo aggiornamento: 12 Novembre, 13:07 © RIPRODUZIONE RISERVATA