CrimiNapoli/2: Joe Petrosino, il poliziotto buono che arrestava ​camorristi e mafiosi emigrati in America

Venerdì 22 Ottobre 2021 di Gigi Di Fiore
CrimiNapoli/2: Joe Petrosino, il poliziotto buono che arrestava camorristi e mafiosi emigrati in America

Volle dare la maggiore pubblicità possibile all’arresto di Enrico Alfano, il famoso «Erricone» capintesta della camorra napoletana fuggito a New York. Così, quel 21 aprile 1907 Joe Petrosino allertò i cronisti di nera della città. Alfano era latitante, ricercato per la nota mega-inchiesta sulla camorra scaturita dal delitto Cuocolo-Cutinelli. Si era imbarcato a Marsiglia sul piroscafo «Turaine» e solo pochi giorni prima era arrivato a New York. Il tenente Petrosino, originario di Padula e in polizia dal 1883, era diventato l’incubo di mafiosi e camorristi emigrati in America. Aveva messo su una squadra di 22 uomini, tutti rigorosamente di origini italiane. L’aveva chiamata «Italian branch», insediandola per esigenze organizzative in un appartamento di un vecchio edificio a Waverly Place. Ufficialmente era la sede di una società di import-export, di fatto era la base operativa di tutte le indagini sulla «Mano nera», la pericolosa organizzazione mafioso-camorristica di New York.

Petrosino, figlio del sarto Prospero emigrato in America come tanti suoi connazionali, aveva 13 anni quando arrivò a New York con la famiglia. Si diede da fare appena possibile e aprì un chiosco di giornalaio e lustrascarpe, lavorò per il Comune per poi entrare in polizia. Il 19 ottobre 1883, ricevette l’agognata placca di agente numero 285 e la divisa confezionata su misura per i suoi 90 chili in un corpo alto appena un metro e sessanta. Iniziò come agente di pattuglia per strada alla Tredicesima Avenue e poi, padrone dei dialetti degli emigranti e conoscitore della parlata dei criminali italo-americani che si accaparravano ogni genere di guadagni illegali alle spalle dei loro connazionali, si specializzò nelle indagini su quei gruppi mafiosi. Conosceva lo spirito di quella gente che veniva dalla sua stessa terra, la loro cultura, le loro debolezze. In poco tempo, con la sua squadra di agenti dalle sue stesse origini, divenne l’italiano in positivo più famoso di New York. Sventò anche un tentativo di estorsione al noto tenore Enrico Caruso, che stringeva troppe mani, anche di personaggi discutibili, senza fare attenzione. Una lettera firmata «Mano nera» aveva chiesto 5mila dollari al tenore e Caruso lo denunciò a Petrosino. La squadra del tenente allestì una consegna fasulla, con una borsa piena di carta di giornali. Si appostarono e presero l’estorsore. L’«Italian branch» arrestò 600 persone nel 1905, 400 nel 1906 e 750 nel 1907. Quell’anno, tra i nomi dei latitanti acciuffati c’era anche il capintesta della camorra napoletana.

«Erricone» era emigrato con un passaporto falso, in cui figurava il nome Enrico Alfonso. Era ospite di un piccolo camorrista emigrato, soprannominato Stucchetiello, in carriera criminale oltreoceano. Petrosino sfruttò subito la sua estesa rete di informatori e avviò pedinamenti per arrivare a individuare la casa. Quando tutto era pronto, con i cronisti già sul posto, il tenente salì nella casa dove «Erricone» si era nascosto armato dietro la porta con due complici. Con una spallata, Petrosino abbatté la porta e con i suoi agenti immobilizzò i tre. Il capintesta fu imbarcato per l’Italia come «persona indesiderata». Quello che non era riuscito agli investigatori a Napoli, lo aveva ottenuto il tenente italo-americano partito oltre 30 anni prima da Padula con il padre Prospero, i tre fratelli, le due sorelle e la matrigna Maria Mugno con cui il genitore si era risposato dopo la morte della mamma di Joe. Dal Vallo di Diano in provincia di Salerno alla grande metropoli americana, che cominciava ad affollarsi di emigranti italiani, non tutti animati da buoni propositi.

 

Con la sua squadra, Petrosino divenne il volto onesto dell’immigrazione italiana. Con i suoi uomini neutralizzò e rispedì in Italia centinaia di camorristi e mafiosi, che vivevano alle spalle della povera gente con angherie e soprusi. Quando il console generale Massiglia lo convocò per consegnargli un orologio d’oro, omaggio e riconoscimento con dedica personale del presidente del Consiglio italiano Giovanni Giolitti, il tenente Petrosino capì che l’eco delle sue imprese era ormai arrivato anche nel suo Paese. Ed era convinto che fosse sempre lì, a Napoli come in Sicilia, la vera radice della «Mano nera». Per questo, si fece assegnare un’indagine a Palermo per cercare e arrestare i capi mafiosi che avevano intrecciato con i loro soci emigrati in America affari sul contrabbando, lo sfruttamento della prostituzione, le estorsioni al porto come nei mercati di New York e Boston. Furono gli ultimi giorni della sua vita, Arrivò a Palermo sul piroscafo «Slavona», alloggiò all’Hotel de France, mangiava alla trattoria Oreto e ogni giorno incontrava i colleghi della Questura cercando notizie in Tribunale. Lo avevano pedinato e fu ucciso in piazza Marina il 12 marzo 1909. Aveva 49 anni. In tasca, gli trovarono l’orologio regalo di Giolitti da cui non si separava mai. L’indagine sul delitto finì con un nulla di fatto, con 15 proscioglimenti tra cui quello di don Vito Cascioferro. Neanche le successive rivelazioni, 23 anni dopo, di Antonio Musolino portarono a qualcosa di concreto. Petrosino, eroe irruento e deciso, fu una delle prime vittime della mafia. A Padula, viene ricordato con una casa-museo che ricostruisce la sua storia e i suoi ambienti, allestito con la supervisione di Marcello Ravveduto. Poi libri e anche due film televisivi, con Adolfo Celi a interpretare il suo ruolo nello sceneggiato Rai del 1972, seguito da una serie sempre Rai nel 2006 stavolta con Beppe Fiorello protagonista. Figlio onesto di una terra dove in tanti combattono le camorre, ma non sempre si ricorda. Ucciso per decisione della mafia, anche se nessuna sentenza è riuscita a sancirlo.

Ultimo aggiornamento: 12 Novembre, 13:07 © RIPRODUZIONE RISERVATA