Gli occhi scandiscono il nostro orologio biologico: il rapporto tra la vista e la routine quotidiana

Lunedì 19 Ottobre 2020

Sarebbero gli occhi a regolare i nostri ritmi cardiaci, a determinare i processi fisiologici più importanti nella vita dell'organismo, quali il sonno e la fame. È quanto emerge da una ricerca del Salk Institute for Biological Studies di La Jolla, California. I risultati sono stati pubblicati su Science e sebbene altri fattori determinano le percezioni dell'essere umano, come temperatura e luce, gli occhi rivestono un ruolo fondamentale nella regolamentazione dell'orologio biologico. 

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Il tema particolarmente interessante è al centro del settimo Congresso “Nutraceutica e occhi” che si svolge, con il patrocinio dell’Università di Roma La Sapienza e della SiNut (Società Italiana Nutraceutica), il 17 ottobre in forma virtuale e in presenza presso le Aule del Building, Facoltà di Medicina e Psicologia dell’Ospedale Sant’Andrea di Roma.

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Pubblicato da OSVI - Osservatorio per la Salute della Vista su Lunedì 9 marzo 2020

Al Congresso partecipano i maggiori esperti del settore tra cui farmacologi, biochimici, nutrizionisti ed oculisti e verranno trattate le principali tematiche legate all’alimentazione, all’ integrazione alimentare e alle più diffuse applicazioni cliniche dei prodotti nutraceutici nelle patologie oftalmiche.

L'appuntamento si arricchisce di attualità, in quanto, con l’arrivo dell’autunno, la diminuzione delle ore di luce e l’aumento del buio mettono in crisi i nostri ritmi. «Sono stati identificati dei recettori specifici dei ritmi circadiani a livello retinico», spiega Gianluca Scuderi, professore associato del Dipartimento di Neuroscienze, Salute Mentale e Organi Di Senso-Nesmos della Sapienza Università di Roma e responsabile dell’Unità operativa di oculistica dell’Ospedale Sant’Andrea. «Le cellule ganglionari retiniche sono specializzate nella percezione dell’ "informazione non visiva" della luce e nella sua trasmissione alle vie centrali per l’ attivazione del sistema circadiano». Dunque, al pari dell'orologio circadiano molecolare nel sistema centrale nervoso, anche la retina è dotata di meccanismi molecolari che coinvolgono diversi clock genes. Nei mammiferi, la retina è stata il primo tessuto descritto al di fuori del Scn con proprietà di orologio circadiano, in grado di sintetizzare e rilasciare la melatonina in vitro con una ritmicità variabile in un ciclo di 24 ore.

I ritmi circadiani giocano un ruolo anche nell’ambito della neuroprotezione in oculistica: «Sappiamo già che la pressione oculare ha un suo ritmo circadiano e non è costante nell’arco della giornata: se la misuriamo alle 8, alle 12 e alle 20 notiamo che ci sono delle oscillazioni anche nelle ore notturne. Queste variazioni si verificano in tutti ma sono più marcate nei pazienti affetti da glaucoma. Per questo si ipotizza che il ritmo circadiano possa avere anche un risvolto dal punto di vista neuro-protettivo».

 

I ritmi circadiani vengono messi in crisi anche dal cosiddetto ‘jet lag sociale’ descritto in uno studio pubblicato su Current Biology come la sindrome dovuta alla mancata coincidenza del nostro orologio biologico con la nostra routine giornaliera: «E’ una condizione sempre più prevalente di allontanamento dai nostri ritmi fisiologici per cui diamo a noi stessi un fuso orario ‘anarchico’ dormendo o mangiando in orari lontani da quelli canonici», spiega  Piero Barbanti, professore associato di Neurologia presso l’Università San Raffaele di Roma. «La forzatura dei nostri bioritmi è corresponsabile di un aumentato numero di infarti e di malattie cardio-cerebro-vascolari legate alla liberazione di elevate quantità di cortisolo, ormone dello stress con effetto ossidante e pro-infiammatorio costituendo così indirettamente un fattore di rischio anche per malattie neuro-degenerative come l’Alzheimer e il Parkinson».

Ma anche il glaucoma è oggi considerato a tutti gli effetti una malattia neurodegenerativa. Il tema è protagonista di una tavola rotonda al Congresso incentrata sulla neuro-protezione in oculistica. In tutte le patologie neurodegenerative, il Coenzima Q10 ha mostrato una sua funzione protettiva. «Il Coenzima Q10 - dichiara il professor Barbanti - fa funzionare il neurone e nel contempo lo protegge agendo da un lato come potenziatore delle attività metaboliche dei neuroni e dall’altro come spazzino dei radicali liberi». Queste azioni spiegano il grande interesse attorno al ruolo di questa molecola nelle malattie neurodegenerative. Da studi condotti su modelli animali per patologie neurodegenerative, il Coenzima Q10 ha mostrato proprietà benefiche ed effetti protettivi molto promettenti», conclude Barbanti.

Il Coenzima Q10, noto anche come ubiquinone, è una molecola ad attività bioenergetica e potente antiossidante che viene prodotta anche dal nostro organismo ma purtroppo i suoi livelli nella retina umana si riducono del 40% con l’età.  Attualmente il Coenzima Q10, oltre che in formulazione collirio, è disponibile anche in formulazione orale e dagli studi è emerso come la somministrazione orale di CoQ10 possa avere una efficacia nelle malattie neurodegenerative e nelle malattie cardiovascolari. La somministrazione orale di CoQ10, oltre ad avere un alto profilo di sicurezza, è risultata in grado di aumentare le concentrazioni plasmatiche di CoQ10. Inoltre, potrebbe migliorare l’aderenza alla terapia nei pazienti anziani che hanno difficoltà a mettere i colliri. La stretta connessione tra vista e ritmi circadiani potrebbe avere un impatto anche sull’orario di somministrazione dei nutraceutici: «Si sta studiando se rispettando il giusto timing alla luce del ritmo circadiano possa migliorare l’assorbimento di specifici nutrienti e rispecchiare la fisiologica produzione di nutrienti endogeni”», prosegue Scuderi. Si parla, infatti, di crono-assorbimento degli integratori.

Ultimo aggiornamento: 15:26 © RIPRODUZIONE RISERVATA