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Franco Selvaggi, parlo di me: «Ho vinto il Mundial ’82 senza giocare un minuto ma non dite che ero l'ultimo»

Sabato 25 Giugno 2022 di Angelo Carotenuto
Franco Selvaggi, parlo di me: «Ho vinto il Mundial ’82 senza giocare un minuto ma non dite che ero l'ultimo»

Dei ventidue cavalieri che fecero l'impresa, Franco Selvaggi sembrava l'ultimo. Per il numero di maglia che portava, perché fu chiamato al Mundial 82 un attimo prima di partire e perché non giocò neppure un minuto. Eppure un ultimo non era. Partì per la Spagna come riserva di Paolo Rossi, unico ragazzo del sud nell'Italia campione del mondo, 23 anni, lucano di Pomarico.

Roma spingeva per Pruzzo, Milano per Altobelli. Lei chi aveva?
«Bearzot e basta. Mi aveva visto fare due gol con la Under 21 e gli ero piaciuto. Non ti esaltare, disse, e mi chiamò sempre. Lo racconto perché passo per uno raccolto in strada per caso. Ero tecnico, veloce, l'alternativa a Rossi più di Pruzzo. Le riserve erano Baresi, Massaro, Galli, Dossena. In allenamento contro i titolari, spesso vincevamo noi. Fummo leali. Nessuno alzò la voce contro un compagno. Bearzot aveva inculcato un'idea di fratellanza. Ero vicino di camera di Tardelli. Avevamo delle singole per l'insonnia. Quando alle tre del mattino mi ritiravo, Marco faceva: Franco, già te ne vai?».

Com'era Pontevedra in Galizia?
«Passava per un obiettivo degli attentati dell'Eta. La polizia vigilava da una torretta, ci teneva segregati in questa fazenda. Mia moglie mi aveva seguito in Spagna, incinta. Avevamo Marco, sarebbe nata Claudia. Era in compagnia delle mogli di Antognoni e Cabrini. Comprarono il biglietto di ritorno e invece passammo il girone. Alloggiavano poco distanti, altre nazionali le mogli le avevano in ritiro. Aspettavano in strada, lungo il tragitto del pullman verso il campo, ci salutavano da lì, noi con le mani poggiate ai vetri, a mandare baci. Ci incontrammo mezza volta. Facemmo una lunga passeggiata come due vecchietti. Claudia dice che aver respirato l'aria di quel Mundial dalla pancia di sua madre, le ha portato fortuna nella vita».

Come ha fatto un ragazzo di quel sud a diventare campione del mondo?
«A casa non eravamo ricchi. Cinque figli, papà aveva perso il lavoro di magazziniere alla diga di Alghero. A volte si saltava la cena, ma le famiglie del sud sanno cavarsela. Trovò un lavoro in ospedale. Pomarico era il classico paesino dove si vive di agricoltura e solidarietà. Ho avuto lo stesso un'infanzia felice. A volte mi pare che i giovani non sappiano cosa vogliono».

Lei cosa voleva?
«Giocare. Vivevo di amicizia e pallone, sette-otto ore in strada. Nelle scuole calcio, quando esagerano, sono tre. Non sono peggiorati i giovani, sono vittime di un sistema. Pomarico non aveva nemmeno un campo sportivo. Andavamo in una terra oltre un filo spinato, fondo sconnesso, un muretto intorno. La palla rimbalzava male e valeva tutto, sponde, rimpalli, il gioco non si fermava. Lo chiamavamo San Siro. Quando hanno inventato la gabbia, noi a Pomarico ce l'avevamo già».

Chi s'accorse che lei era bravo?
«La federcalcio organizzava dei raduni in Puglia. Ci davano in regalo un pallone e una magliettina rossa. Una volta, a Giovinazzo, ci misero a palleggiare sul palco alla festa del santo patrono. Chi ne faceva di più vinceva un viaggio a Coverciano. Vinsi io. Mi accompagnò il responsabile locale, Michele Andreolo, campione del mondo del 38. Non sapevo chi fosse. Lo avevo notato con la cravatta, che stoppava un pallone arrivato a duemila all'ora. Mi era parso un titano. A Firenze mi chiesero di palleggiare, tenni la palla per un tempo lunghissimo, mi parve un'ora, fecero segno: basta, basta. Mi erano venuti i crampi».

Com'è stato andar via di casa da adolescente per un sogno?
«Non facile. La mia squadretta si chiamava Gianni Rivera, il presidente impazziva per lui. Gli scriveva lettere per avere delle maglie. Non sono mai arrivate. Quando l'ho conosciuto, gliel'ho domandato. Rivera sostiene che nemmeno le lettere sono mai arrivate. I calciatori del Matera venivano a vedere noi piccoli. Uno di loro, Angelino Rosa, andò alla Ternana e disse ai dirigenti: a Matera c'è un fenomeno, prendetelo. Partii alle 4 del mattino con la 124 scassata del presidente Lo Capo, felice perché saltavo la scuola. Arrivammo un'ora prima, giocai con un piatto di pasta asciutta sullo stomaco».

Andò malissimo?
«No, andò benissimo. Lo Capo mi prese in disparte e disse: ti vogliono. Io devo tornare a casa, gli risposi. Tirò sul prezzo, a un certo punto sbagliò la mia data di nascita, stava saltando tutto. Due giocatori, Romano Marinai e Antonio Cardillo, si intromisero: se non volete spendere 3 milioni per Selvaggi, lo compriamo noi. Ero terrorizzato. Ma un milione lo davano ai miei e uno al presidente che era operaio. Pensai a loro e firmai».

Perché rimase fermo sette mesi?
«Successe a Taranto. Mi avevano accolto benissimo dopo la delusione della Roma. Ero andato per Scopigno, trovai una baraonda. Domenghini, Prati, Cordova: non erano l'idea del sacrificio. Dopo sette domeniche Scopigno si dimise e mi mandarono con la Primavera. Un impatto crudele. Avevano vinto lo scudetto l'anno prima e sulla mia maglia non lo mettevano».

Giocava senza scudetto?
«Sulla mia maglia non c'era. Ho le foto da qualche parte. Ero un intruso. Taranto mi accolse e in un torneo estivo mi spaccai il malleolo. Sbagliai a giocarlo. Mio fratello e gli amici mi pregavano: fallo per noi. Il presidente fu un signore. Al rientro mi diede un aumento. C'erano persone così. Taranto era bellissima, ricordo alberghi pieni di giapponesi e americani, il mare stupendo. Non esisteva ancora una cultura ambientalista intorno ai problemi della fabbrica. Ogni anno una grande squadra mi voleva».

Perché ci riuscì proprio il Cagliari?
«Gigi Riva aveva un debole per me e io per lui. Combinarono un incontro a Fiumicino, non avevo capito il motivo. Selvaggi come ha giocato, domandò lui a Giovanni Fico, il mio presidente. Diventai rosso. C'era sciopero dei ristoranti».

Come fa a ricordarlo?
«Perché Fico aveva una salsiccia nella borsa e la distribuiva. Non mangiava mai al ristorante, portava tutto da casa in un tovagliolo. Era ricco, possedeva macellerie, beveva il latte delle sue mucche. In un hotel di Arona, non so a quante stelle, tirò fuori una bistecca e chiese di cucinarla. Non si può, rispose il direttore di sala. Allora cambiamo albergo, disse. Non ne avremmo trovati e restammo. Lui però se ne andò a mangiare in villa».

Perché lei era Spadino?
«Dicevano che somigliassi a quel personaggio di Happy Days. Vado fiero di non essere mai retrocesso. Non conta solo lo scudetto. Se fossi andato alla Juve, grazie tante, ne avrei vinti anch'io. Potevo venire al Napoli nel 1984. Juliano tutte le sere chiamava me e Gentile. Lottava per salvarsi. Non me la sentii. Andai a Udine. Pagavano di meno, ma c'era Zico. Dopo seppi che arrivava Maradona».

I giornali del 1982 raccontavano della sua passione per la pesca subacquea e per Napoleone.
«La pesca subacquea? Mai fatta. I giornalisti nel 1982 sono stati terribili. La storia di Napoleone è vera. Ma ammiro pure De Gasperi e tutti i politici del dopoguerra, di sinistra e di centro. Venivano dal popolo, conoscevano il valore della solidarietà. Voltagabbana non ne vedevi».

Cosa farà l'11 luglio, quarant'anni dopo la finale?
«Ci hanno chiamato dovunque. Andremo al Campidoglio per la proiezione del docufilm. Abbiamo girato nell'hotel di Alassio dove ci preparammo prima di partire. Era stato rilevato da una contessa e l'hanno abbandonato. È bello essere ricordati dopo 40 anni. Era un altro calcio. Lei potrebbe mai farla un'intervista così a Ronaldo?». 

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