Sarri e la Juve, i migliori nemici:
dal dito medio all’accordo bianconero

Sabato 15 Giugno 2019 di Pino Taormina

Sarri non era Sarri prima di arrivare a Napoli. E in quei tre anni ha stupito, affascinato, condizionato il modo di vedere il calcio. E ha compreso (caso mai non lo sapesse già) cosa sia la Juventus per i tifosi azzurri. Non voleva aprire cicli, ma voleva fare solo il suo lavoro. Gli è scappato un po' tutto di mano. Se va alla Juve non lo fa per tradire i napoletani o per fare un dispetto a colui che non ha mai amato («L'unico De Laurentiis a cui voglio bene è Eduardo», disse nella sua intervista al Mattino del 5 settembre, la prima da tecnico del Chelsea): lo fa perché cerca una nuova straordinaria avventura da imporre al mondo. Si è ritrovato a divenire un dio pagano, a Napoli, adorato come pochi altri prima di lui. Forse gli è scappato un po' tutto di mano. Poteva ramificare il suo trono, capitalizzare il suo amore, ma quei rapporti sempre tesi con De Laurentiis hanno condizionato ogni cosa. Sempre L'Italia è abituata a quelli che si legano alle poltrone: lui, Sarri, proprio no. È andato subito a caccia di nuovi orizzonti. Come adesso, che pianta in asso il Chelsea che per prenderlo aveva licenziato Conte (con liquidazione costata 15 milioni di euro) e ingaggiato Jorginho per farlo felice (65 milioni di euro). Lui è fatto così: non è complice, non vuole lasciare eredità o altro. Chi trionfa, in genere, non cambia casa, anzi piazza meglio i mobili. Lui è il contrario. E questa sì è una lezione.

PAROLE COME BOOMERANG
Nella vita napoletana, quella in cui ha esaurito la dotazione personale di dolcezza, soavità e mitezza, il dio Maurizio aveva un chiodo fisso: la Juventus. Che di scudetti, sulla carta, ne ha soffiati almeno due. Le cose starebbero così, secondo Sarri: di là ci sarebbe il potere, col palazzo da prendere, di qua i rivoltosi pronti all'assalto. «A me hanno girato davvero i c...i quando esponenti della Juve parlavano di Higuain mentre era un nostro giocatore», disse dal ritiro di Dimaro nell'estate torbida del 2016 quando Gonzalo se ne andava a Madrid per le visite mediche all'insaputa (quasi) di tutti. Di Sarri, che lo aspettava in Val di Sole, sicuro. Il lupo si sa, perde il pelo perché tre anni dopo la Juve ha parlato con lui quando era ancora legatissimo al Chelsea. Nei tre anni da anti-juventino per proclamazione e per elezione indiretta delle curve (quelle che hanno esposto gli striscioni «Maurizio uno di noi») resteranno scolpite nella memoria frasi del tipo: «Lo scudetto lo abbiamo perso in albergo». Era la sera di Inter-Juventus, con l'arbitraggio di Orsato, certe scelte di Spalletti e le gaffe di Handanovic che consegnarono ai bianconeri lo scudetto 2017-2018. Una pugnalata. «Ci penso ancora», disse sempre da Cobham nell'intervista al Mattino.

Sarri ha raggiunto vette di sarcasmo (e veleno) che nemmeno Messner ha mai toccato quando dopo un Napoli-Udinese 1-0 parlando di un rigore negato esclamò: «Bisogna fare le maglie a righe per averne uno a favore». Certo, poi scoppiò in una risata. Ma disse esattamente quello che un tifoso napoletano qualsiasi (ma anche milanista, romanista, fiorentino e così via) pensa in ogni istante della sua giornata sportiva. Ovvio, che l'adorazione del culto pagano aumentò a dismisura. Tre anni con i toni sempre sobri disse. «Andrei fino al palazzo a prendermi il potere ma non è così semplice». Era appena terminata la gara al San Paolo con il Genoa quando pronunciò questa che sarebbe divenuta la sua frase cult, roba da scritta sulle magliette.

IL CALENDARIO PRO-JUVE
Fermo il piè e ritta l'alabarda, da tecnico della rivale numero uno all'interruzione della tirranide juventina, non ha mai teso la mano a quel mondo. Come quando a novembre del 2017 disse: «Chi gioca ogni tre giorni pratica un altro sport». Non ce l'aveva con la Juve, ma Allegri che non lo ha mai digerito rispose piccato: «A me piace giocare ogni tre giorni». Il mese prima si era attirato le ire funeste di mezza Italia. Persino il mai mite De Laurentiis lo invitò, inutilmente, alla calma. «Vorrei sapere il nome di chi, in Lega, decide i calendari. Questa è la tutela che in Italia danno alle squadre che giocano le coppe. Ogni volta giochiamo contro squadre che hanno almeno un giorno di riposo in più di noi e oltretutto giocare a Napoli a mezzogiorno il primo di ottobre non mi sembra una scelta intelligente». Sugli anticipi e i posticipi ha avuto una versione sempre assai limpida. «Vedendo il calendario - disse nel gennaio 2018 Sarri - penso ci sia stato un errore mastodontico fatto dalla Lega. In alcune gare si potevano creare soluzioni simili, quindi o giocare in contemporanea o fare giocare qualche volta prima noi. Si è verificata una combinazione su un milione. Mi dispiace, sono certo che si sia verificata in buona fede, ma un minimo di dubbio sulle capacità di chi deve organizzare queste cose mi viene». Ovviamente, nel mirino c'era sempre la Juve e il fatto che Maurizio ritenesse un vantaggio giocare prima. E infatti la risposta della Juve arrivò per bocca dell'anti Sarri per definizione. Ovvero il ripudiato Allegri. «Si ha sempre pressione, se giochi prima o dopo. Noi pensiamo a scendere in campo e vincere, altrimenti è il cane che si morde la coda. Siamo in un calcio globale, con diverse partite in differenti orari. Si tratta di diritti televisivi ed è giusto così, altrimenti si allena in Lega Pro, dove si gioca ogni 15 giorni».

Parole d'oro. Ma anche gesti d'oro. Come quando dal pullman che portava allo Stadium mostrò il dito medio all'indirizzo di quei garbati tifosi della Juve che sputavano e intonavano cori sul Vesuvio. «Non erano tifosi veri, con quelli abbiamo scherzato in albergo. Era gente che ci insultava in quanto napoletani. Il gesto era per loro, non per tutta la tifoseria». Magari ora che è alla Juventus potrà svolgere anche un'opera di integrazione e di comprensione nei confronti di quelle due curve così sempre tenere nei confronti di Napoli e del suo vulcano.

 

VINCONO SEMPRE GLI STESSI?
Difficile dargli torto quando disse polemico che «il rischio è perdere tanti appassionati che hanno la sfortuna di tifare squadre che sanno di non vincere mai». Aveva e ha perfettamente ragione. Ma come la mettiamo adesso? Di sicuro su una cosa non ha mai fatto un passo indietro. «Il mio obiettivo è la bellezza, divertirci e divertire: se questo poi corrisponde a dei risultati fa più piacere, se volessi solo lavorare allora sarei rimasto in banca». Vero, è grazie ad allenatori come lui che vale la pena mettersi in fila per andare allo stadio. Ma approda, probabilmente, nel posto sbagliato, dove lo slogan della casa è «vincere è l'unica cosa che conta». Non a caso ci arriva proprio dopo la stagione in cui ha dimostrato di saper anche trionfare. Di sicuro non ha mai fatto come Fabio Capello che a febbraio 2004 disse che «mai sarebbe andato alla Juve per una sua scelta di vita» e l'estate dopo era lì sulla panchina dei bianconeri. Certo se lui, con riferimento alle maglie, nel dicembre 2017 disse che avrebbe sperato «di morire prima di vedere Napoli-Juventus grigi contro rosa», anche a Napoli in tanti mai si sarebbero immaginati di vedere lui, proprio lui, sulla panchina dei bianconeri.

Ultimo aggiornamento: 16:26 © RIPRODUZIONE RISERVATA