Quando le donne dicono «basta, non una di meno» l'unico "pacchero" ammesso è di grano duro

Mercoledì 23 Novembre 2016 di Donatella Trotta
Bernini, Ratto di Proserpina
Che cosa hanno in comune Carla Caiazzo di Pozzuoli, arsa viva dall’ex compagno mentre era incinta, e Lucia Annibali di Pesaro, sfregiata con l’acido da due sicari albanesi assoldati dall’ex fidanzato? Non soltanto la loro giovane bellezza oltraggiata, o l’essere sopravvissute a un efferato tentativo di cancellazione della loro identità con la violenza di due uomini incapaci di amare, e di amarle. Carla e Lucia (alla quale ha prestato il volto Cristiana Capotondi nella fiction tv diretta da Luciano Manuzzi e andata in onda su RaiUno, «Io ci sono», ispirata dall’omonimo libro scritto dall’avvocatessa pesarese con la giornalista del «Corriere della Sera» Giusi Fasano per Rizzoli) sono, entrambe, un simbolo. Di tenace attaccamento alla vita. Di riappropriazione di sé. E di denuncia, incarnata in una testimonianza coraggiosa rivolta a tutte le persone di sesso femminile, a rischio di diventare vittime di un gorgo che «chiamarlo amore non si può», come cantava Bennato ripreso da un libro collettaneo per ragazzi edito da Donatella Caione di Mammeonline.

Carla e Lucia, ciascuna a suo modo, hanno invece saputo dire «basta»: liberandosi infine, con determinazione, dalla stretta rapace di chi avrebbe voluto dominarle sino a eliminarle. E ora, ostentando in pubblico i loro visi ricostruiti da decine di dolorosi interventi chirurgici, possono così smascherare i loro aguzzini mettendo in guardia tante altre. Ovvero quelle donne (un terzo della popolazione femminile italiana, straniera e migrante) che subiscono violenza: fisica. Psicologica. Morale. Sessuale. Visibile o invisibile. Spesso tra le mura domestiche e davanti ai propri figli. O negli ambienti di lavoro, dove alligna tra l’altro quella malattia sociale della contemporaneità che è il mobbing. Non solo. Dall’inizio dell’anno, in Italia sono state uccise, con movente di genere, più di 120 donne. Ed è proprio per andare oltre la mera “contabilità” delle violenze di genere, e di inconcludenti reazioni meramente emotive, che è nata la Rete «Non una di meno»: che stamane a Roma (dalle ore 11.30 alle 13, presso la sede della Fnsi, in Corso Vittorio Emanuele II, 349), in contemporanea con diverse città italiane, lancerà ufficialmente la grande Manifestazione in programma sabato nella capitale, preludio di un percorso che ha come fine concreto la scrittura di un Piano antiviolenza nazionale femminista, a cui si inizierà a lavorare a partire dal 27 novembre, con tavoli in un’assemblea plenaria che si terrà sempre a Roma.

Perché, spiegano le promotrici Titti Carrano di D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza, che riunisce 77 centri antiviolenza), Vittoria Tola dell’Udi (Unione nazionale Donne italiane), Simona Ammerata e Tatiana Montella di Io decido (network di gruppi del femminismo romano), «la violenza maschile sulle donne non è un fatto privato né un’emergenza, bensì un fenomeno strutturale e trasversale della società, che affonda le sue radici nella disparità di potere fra i sessi». La mobilitazione, un fiume in piena, è partita da un incontro di oltre 500 donne che, l’8 ottobre - sull’onda dell’indignazione collettiva per l’escalation di crimini contro il genere femminile - si sono riunite a Roma per discutere proprio di questo, oltre che dell’inefficacia dell’azione istituzionale nel contrasto al femminicidio.

Di qui, la decisione condivisa di unire le forze e intraprendere un percorso nazionale organizzato dal basso, aderendo alla Rete «Non Una di Meno»: una realtà (www.nonunadimeno.wordpress.com, anche con pagina Facebook) che ormai raccoglie in progress migliaia di adesioni di associazioni, centri antiviolenza, gruppi, organizzazioni e singole persone di tutte le età che riconoscono «nella fine della violenza maschile una priorità nel processo di trasformazione dell’esistente», in una realtà ancora segnata «da un fenomeno sociale, più che privato, continuamente riprodotto anche da politiche educative, sociali, economiche e da narrazioni sessiste prodotte dai media», sottolineano le organizzatrici, e che pertanto «non potrà più essere trattato in termini emergenziali e securitari ma come un problema complesso, stratificato e strutturale: come una violenza che incide ancora fortemente sulla vita delle donne a partire dalla discriminazione quotidiana».
 
Già. La questione, in altri termini, è soprattutto culturale: per combattere radicalmente la violenza in ogni suo aspetto, occorre innanzitutto conoscere e capire la realtà (trasversale e transculturale) che la genera. Analizzare in modo consapevole e critico i modi in cui la si racconta e la si recepisce, rischiando un’indifferente e rassegnata assuefazione. E indagare, così, le spesso insospettabili (cor)responsabilità coinvolte per dire, definitivamente, «basta». Si intitola non a caso «Se una donna dice basta!» il nuovo numero (120, novembre 2016) del prezioso mensile di libri, letture e linguaggi  «Leggendaria», diretto dalla napoletana Anna Maria Crispino, che proprio in vista della manifestazione nazionale delle donne contro la violenza maschile «Non Una Di Meno» offre un corposo approfondimento sul tema con uno Speciale di 40 pagine (fitte di dati, analisi, interviste) a cura della stessa Crispino e di Silvia Neonato, che aiuta a mettere a fuoco il fenomeno della violenza in Italia e nel mondo attraverso un utile sguardo comparativo, insieme diacronico e sincronico. «Femminicidio, abusi, violenza fisica e psicologica – spiega Crispino nel suo editoriale – non sono “pensabili” se non si tiene conto anche dei diversi contesti e di come e quanto incidono i modi in cui vengono narrati: dalla stampa, dalla letteratura, dal cinema, dalla tv, dai social». Di qui i contributi di Luciana Di Mauro, Maria Rosaria La Morgia, Rita Falaschi, Gisella Modica, Cinzia Romano, Franca Fossati, Monica Luongo, Lorenzo Gasparrini, Nadia Muscialini, Maria Clelia Cardona, Giovanna Pezzuoli, Maria Vittoria Vittori, Bia Sarasini per evidenziare non solo gli elementi di continuità con il passato, più o meno remoto, ma anche le novità indotte dalle lotte delle donne negli ultimi trent’anni.
 
In copertina, un particolare del «Ratto di Proserpina», capolavoro di Bernini, simboleggia - con eleganza sublimata dall’arte - l’odiosa realtà di uno stupro, seguito, in apertura del fascicolo, da un grande collage composto da Chiara Corio per ricordare tutte le vittime di femminicidio nel 2015: due icone nitide e di forte impatto visivo, aliene da ogni morboso compiacimento. «Non abbiamo voluto mettere alcuna immagine di donne percosse – spiega Crispino – perché siamo contrarie alla rappresentazione delle vittime che molte campagne contro la violenza tuttora utilizzano». Ma l’affondo, nella rivista che si configura così come strumento necessario di aggiornamento tanto critico quanto sintetico sul tema (già disponibile dal 19 novembre in formato Pdf sul sito www.leggendaria.it, mentre la versione cartacea sarà pronta il 25 novembre, Giornata mondiale contro la violenza sulle donne), non tralascia nessuno. In una prospettiva pluridisciplinare che intreccia opportunamente mito e arte, letteratura e attualità. Ci sono le attività dei Centri antiviolenza e gli interventi delle forze dell’ordine. Le luci e le ombre dell’intervento istituzionale, in particolare della neo-titolare delle Pari Opportunità Maria Elena Boschi, analizzate con rigore da Franca Fossati. E anche un aspetto meno indagato: il fenomeno nascosto della violenza degli uomini sugli uomini, passato in rassegna dall’intervento di Lorenzo Gasparrini sugli «Uomini che odiano gli uomini». Infine, l’analisi a più voci sulla realtà culturale in cui la violenza è stata (ed è, spesso) ancora tollerata, giustificata, minimizzata, raccontata in molti modi che vanno a intaccare l’immaginario collettivo attraverso serial tv, film, libri, pubblicità, giornali, web.
 
Sistema mediatico che ha le sue precise responsabilità non soltanto etiche, come ha dimostrato anche il precedente bel numero di «Leggendaria» dal titolo «Oggetto bambine», dedicato all’attuale ipersessualizzazione dell’infanzia e dell’adolescenza, presentato il 10 novembre a Napoli e per certi versi collegato al tema della violenza contro le donne. Non a caso, il Sindacato unitario giornalisti della Campania (Sugc), in collaborazione con la Commissione regionale Pari opportunità, ha organizzato per venerdì 25 novembre alle ore 9.30, nella sede dell’Assostampa di Napoli (via Cappella vecchia 8/B, primo piano), l’incontro/dibattito «#SVERGOGNATI - Femminicidio e violenza sulle donne: tra comunicazione e informazione la responsabilità delle parole», nell’ambito della campagna del Comune di Napoli «#Svergognati -Un atto d’amore». Durante l’incontro, al quale parteciperà anche Carla Caiazzo, si parlerà proprio del ruolo della comunicazione e dell’informazione sul femminicidio e sulla violenza contro le donne, con una riflessione sul linguaggio utilizzato da giornalisti e soggetti istituzionali, e sulla responsabilità delle parole. Saranno inoltre presenti Giuseppe Giulietti, presidente della Fnsi; Claudio Silvestri, segretario del Sugc; Ottavio Lucarelli, presidente dell’Ordine dei giornalisti della Campania; Lidia Galeazzo, giornalista del Tg2; Elena Coccia, consigliera della Città Metropolitana di Napoli; Diana Russo, sostituta procuratrice della Repubblica presso la Procura Napoli Nord – sezione Tutela fasce deboli; Carmela Maietta, giornalista de «Il Mattino». Il coordinamento dei lavori è affidato a Laura Viggiano, componente del direttivo Sugc con delega alle Pari opportunità, e a Cristina Liguori, presidente della Commissione regionale Pari opportunità.
 
Intanto, oggi in Consiglio regionale della Campania – tra le prime regioni in Italia per casi di femminicidio – anche il lancio di una singolare iniziativa che intreccia con ironia solidarietà e informazione. Si tratta della campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica dal titolo «L’unico pacchero»: gioco di parole che allude sia al nome dei uno dei più noti formati di pasta napoletana, sia alla parola dialettale partenopea con cui si indica lo schiaffo, primo gesto di violenza. Un progetto in difesa delle donne promosso dall’Ordine degli Psicologi campani con il pastificio beneventano di tradizione Rummo (insediamento produttivo tra i più colpiti dall’alluvione del Sannio nell’ottobre 2015) e la Regione Campania. In occasione del 25 novembre, nei supermercati della regione (ma l’obiettivo è di ampliare la campagna anche al resto d’Italia, nelle prossime settimane), si potranno acquistare contezioni speciali di paccheri Rummo “Lenta lavorazione” con lo slogan, appunto, «L’unico pacchero»: ossia, il solo tollerabile nelle case delle famiglie italiane, grandi consumatrici di pasta. Che devono imparare a saper dire «basta» ad ogni forma di violenza.  © RIPRODUZIONE RISERVATA