Hai scelto di rifiutare i cookie

La pubblicità personalizzata è un modo per supportare il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirti ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, ci aiuterai a fornire una informazione aggiornata ed autorevole.

In ogni momento puoi modificare le tue scelte tramite il link "preferenze cookie" in fondo alla pagina.
ACCETTA COOKIE oppure ABBONATI a partire da 1€

«Io parlo come un fiume»: dal SuperPremio Andersen Gualtiero Schiaffino ai progetti della Compagnia della Tartaruga

Lunedì 6 Giugno 2022 di Donatella Trotta
«Io parlo come un fiume»: dal SuperPremio Andersen Gualtiero Schiaffino ai progetti della Compagnia della Tartaruga

«Inclusività» e «inclusione sociale» sono parole talmente (ab)usate da perdere spesso, di fatto, il loro significato originario: moltissimi le ostentano, ma pochi le praticano davvero. In campo educativo, poi, la scommessa della concretezza — in prassi pedagogiche che devono tener conto anche dei bisogni e dei percorsi di crescita di soggetti più fragili o svantaggiati, a vario titolo appartenenti al chiaroscurale mondo delle disabilità, o delle diverse abilità in cui la “differenza” non equivale necessariamente a una “sottrazione” ― si complica, per chi non ha strumenti adeguati. Con le debite, luminose eccezioni, s’intende. Un doppio esempio (replicabile) viene da Genova: dove, in occasione del conferimento (finalmente in presenza) del 41° Premio Andersen (una sorta di Oscar per la letteratura dei ragazzi e la civiltà dell’infanzia), tra i tanti magnifici libri premiati nelle varie sezioni uno solo (Io parlo come un fiume, del poeta canadese Jordan Scott, illustrato da Sydney Smith e pubblicato da Orecchio Acerbo), ha incassato non a caso ben due riconoscimenti: come “Miglior albo illustrato” (selezionato dalla giuria tecnica con una motivazione che esemplifica la visione sottesa al libro: «Per l’intensa misura lirica di una storia che affronta in modi non consueti il tema della diversità. Per una prosa poetica che si amplia e si precisa nella forza narrativa delle immagini. Per la bellezza di tavole morbide e al tempo stesso potenti»); e pure come “SuperPremio Andersen”, intitolato alla memoria del suo fondatore, Gualtiero Schiaffino (a cui si deve anche l’omonima rivista mensile), scelto quale libro dell’anno da una giuria allargata di oltre 150 esperti di tutta Italia.

Io parlo come un fiume deve la sua forza non soltanto alla cifra stilistica asciutta ed evocativa del testo di Jordan Scott, in dialogo magistrale con la bellezza delle immagini acquarellate di Sydney Smith — che ne fanno un libro di notevole impatto visivo/emotivo e di rara eleganza grafica, nello stile di Orecchio Acerbo — ma anche e soprattutto all’originalità di sguardo sulla toccante verità dell’esperienza  autobiografica narrata nella storia: quella di un ragazzino balbuziente che affronta la sua personale battaglia con le parole,  che gli restano aggrovigliate in gola con la difficoltà di parlare in modo fluido, rendendolo così solitario, timido e infelice perché oggetto di scherno dei compagni. Ma il ragazzo riuscirà infine a scoprire il potere travolgente dei suoni, delle metafore (e soprattutto l’unicità della propria voce) semplicemente cambiando prospettiva: grazie all’intelligenza emotiva e all’amorevole comprensione del padre, in riva a quel fiume scelto come loro rifugio di tranquillità ma anche simbolo — determinante ― per un cambiamento consapevole. «Anche io, come il bambino di questo libro che ho particolarmente amato, avevo i suoi problemi, per questo sono doppiamente felice di questo inatteso riconoscimento», ha detto visibilmente emozionata Fausta Orecchio, direttrice editoriale di Orecchio Acerbo, ritirando i premi in una cerimonia molto partecipata e densa di suggestioni.

E la sua testimonianza ha poi trovato un’altra sponda (quasi un’eco) involontaria e inaspettata, a Genova, in una esperienza paradigmatica di ospitalità “inclusiva” che vale la pena di raccontare, come stimolo a moltiplicare una sperimentazione nata, proprio come nel libro Io parlo come un fiume, dall’amore genitoriale (ma non solo) e dal suo potere di superare davvero, senza retorica, ogni ostacolo. Trasformandosi in energia contagiosa per la disseminazione di buone prassi coerenti e concrete. Stiamo parlando della sfida giocata dalla Compagnia della Tartaruga, cooperativa sociale di tipo B nata nel 2021 da una coppia di genitori illuminati (e lungimiranti) di una ragazza 23enne con la sindrome di Down (Enrico Pedemonte, il presidente, e la moglie Silvia Stagno, con Francesca Bottaro) con un preciso obiettivo: creare opportunità di lavoro concrete e sostenibili per giovani con disabilità intellettive, in contesti lavorativi favorevoli a valorizzare le caratteristiche positive di questi ragazzi e ragazze, adeguatamente formati, e messi alla prova ma nel rispetto delle loro potenzialità e delle loro problematicità, spesso legate a ritmi più lenti ma non necessariamente meno efficienti. Anzi. Non a caso la filosofia slow (dal food al travel al living: «slow we can» il loro motto) permea ogni progetto e investimento della cooperativa, il cui nomen omen è ispirato fra il resto dal celebre paradosso di Zenone su Achille e la testuggine, simbolo di lentezza, riverberato dalla celebre fiaba di Esopo sulla gara di velocità tra la lepre e il placido carapace, in cui la tracotanza della prima viene vinta dall’umile perseveranza del secondo, pur svantaggiato in partenza. Primo progetto appena realizzato con lusinghiero successo (di pubblico, che ne ha assaporato in anteprima tutte le positività), dopo una lunga sperimentazione sul campo, l’apertura ufficiale nei giorni scorsi di una struttura ricettiva nel cuore di Genova, La Sosta della Tartaruga: Bed & Breakfast di quattro stanze di semplice e raffinata eleganza, al quarto piano di uno storico edificio di pregio di via Caffaro, con tanto di rilassante giardino pensile collegato al Belvedere di Spianata Castelletto (sede della redazione della rivista Andersen) da suggestive scale che attraversano il verde genovese spesso nascosto. Un B&B speciale, perché offre un’accoglienza “speciale”. In tutti i sensi. A cominciare dalle coccole riservate con attenzione personalizzata a tutti gli ospiti, in un luogo bello e strategicamente centrale dove sembra magicamente realizzarsi, in controtendenza rispetto all’era della simultaneità, della fretta e dell’”essere senza tempo”, un antico motto latino: festina lente, affrettati lentamente. Per dirla in altre parole, con un anglicismo: take it easy, relax (calmati, rilassati) ovvero, con slang giovanile: scialla, stai sereno.

A gestire La Sosta della Tartaruga (ma anche il Laboratorio di pasticceria naturalmente gluten free e la Tana della Targaruga, casa vacanze al piano terra accessibile a persone con disabilità motoria), sono alcuni ragazzi e ragazze intorno ai vent’anni, con disabilità intellettiva, accuratamente selezionati (in collaborazione con la Fondazione Cepim) e, dopo una serrata formazione di sei mesi con un corso finanziato dalla Regione Liguria attraverso il Fondo Sociale Europeo e un successivo tirocinio di sei mesi, assunti a tempo indeterminato. Dei sette partecipanti al corso sono passati in quattro: Chiara Brambilla Bas, Gabriele Secchi, Giulia Pedemonte e Luca Arella, 22 anni. Che commenta felice: «Ogni cosa che facciamo qui si fa solo con amore e rispetto dei ruoli. E siamo tutti un tassello importantissimo della struttura. Se uno non funziona, condiziona il funzionamento di tutto. Per questo il corso che abbiamo seguito ci è servito molto, ed è stata una occasione enorme per tutti noi. Tutti hanno diritto alla dignità del lavoro, ma non è facile avere uguali opportunità. Sono perciò molto grato all’equipe fantastica che  non soltanto ha creduto in noi, ma ci ha fatto diventare una comunità, con l’obiettivo di far sentire ogni nostro ospite a casa. E noi ce la mettiamo tutta per realizzarlo». Già. Forse anche per questo Domenica Papagno, detta Mimma, una delle due empatiche coordinatrici o “caposquadra” coinvolte dai fondatori nell’avventura ― anch’esse dopo un’attenta selezione per il ruolo ― ha deciso di lasciare la sua vita professionale precedente tuffandosi senza alcuna esitazione nel ritmo lento della Tartaruga: «Ero project manager nel sociale — spiega ― e scrivevo progetti per importanti realtà che si occupano di povertà educativa, infanzia, rigenerazione urbana. Durante la pandemia, ho capito che non mi bastava più scrivere sogni per altri, dietro a una scrivania. Volevo vivere in concreto il sogno di qualcuno, a contatto con le persone. Ho letto su FB l’annuncio di ricerca del personale, ed eccomi qui: in questo progetto i concetti di persona al centro, crescita, pluralità, attenzione al singolo e diversità come valore non sono astrazioni, ma vita vissuta. E condivisa. Che fa la differenza».

Le fa eco la collega Elisabetta Ursino, detta Betta: «Collaborare con la Compania della Tartaruga è per me un onore: amo lavorare a progetti fatti da persone per le persone e ritengo che questa sfida di accoglienza a misura umana risponda alla soluzione ideale del vivere in comunità, grande o piccola che sia, dando significato al lavoro con obiettivi concreti che soddisfino bisogni reali. Credo nelle persone, nello sviluppo sostenibile e nel sognare in grande, come i protagonisti di questa esperienza dimostrano, sposando in pieno gli obiettivi di Coorddown, il Coordinamento nazionale delle associazioni con Sindrome di Down». Già. Un progetto che siamo sicuri piacerebbe molto a Luca Trapanese, assessore al Welfare nella Giunta napoletana del sindaco Gaetano Manfredi, a sua volta protagonista di una storia d’amore (l’adozione della sua bellissima bimba Down) che ancora si scontra, talvolta, con la cecità dei pregiudizi e dell’ignoranza. La Compagnia della Tartaruga va controcorrente: dimostra che un altro sguardo, anche nell’imprenditoria e nella valorizzazione professionale basata sulla relazione umana, è possibile. E lo motiva, in conclusione, così: «Siamo convinti che la scarsa accessibilità al mondo del lavoro per giovani con disabilità intellettiva sia dovuta in gran parte alla vorticosa accelerazione del sistema di produzione e in generale ai ritmi di vita ai quali siamo costretti. Molti sono i movimenti che cercano di sottrarsi a questa logica, per riportarci a ritmi dove è più facile apprezzare aspetti del vivere quali l’incontro, la diversità, dove è possibile una logica del riuso, dove l’attesa si riempie di valore attraverso modelli di lavoro “lenti ed inclusivi” capaci di restituire, tanto a chi lavora quanto a chi fruisce dei servizi prodotti, una dimensione più umana e profonda del vivere». Inclusiva, appunto.

Ultimo aggiornamento: 22:33 © RIPRODUZIONE RISERVATA