La ricerca di Ada nel romanzo «Specchio a tre ante», inventario della memoria di Annella Prisco

Martedì 27 Ottobre 2020 di Donatella Trotta

Una vecchia casa di famiglia. Una cinquantenne di origini cilentane, sposata con un romano e madre di un figlio, in viaggio dentro e fuori di sé: tra la Capitale, Firenze, il Cilento. E un gioco di specchi tra passato e presente che intreccia vicende personali, flusso di coscienza, meccanismi di memorie involontarie e risvolti sociali di attualità. Fino a una conclusione inattesa, cui il lettore giunge con l’espediente narratologico che André Gide definiva mise en abyme, “collocazione nell’abisso”: ossia la duplicazione di una sequenza di eventi, o la centralità di una sequenza esemplare che condensa, in sé, il significato ultimo della vicenda in cui è collocata e a cui assomiglia: in un mondo di affetti qui costantemente percorso sul filo del doppio, dualismo riverberato anche dal nome palindromo della protagonista, Ada. Si intitola non a caso Specchio a tre ante (Guida editori, pp. 176, euro 14, in libreria da giovedì 29 ottobre) la nuova prova narrativa di Annella Prisco, “figlia d’arte” che nella scelta suggestiva dei titoli e delle copertine (affidate, anche in questo caso, all’evocativo acquarellista sorrentino Vincenzo Stinga, amico di famiglia che restituisce l’atmosfera del libro con le sue pennellate realistico-oniriche) percorre, con il suo personale timbro e la sua peculiare sensibilità, la via della scrittura.

Dopo l’esordio con il libro Ricordi senza memoria (1998), a quattro mani con Monica Avanzini, e la successiva pubblicazione di altri racconti e romanzi brevi sempre giocati sul filo di personali rimembranze, spunti autobiografici e osservazioni di costume, cifra del suo stile fluido – da Chiaroscuri d’inverno (2005), Trenincorsa (2008) e Appuntamento in rosso (2012) fino a Girasoli al vento. Riflessioni e ricordi su mio padre (2018) – l’autrice si cimenta ora con la sfida ambiziosa di un romanzo che esce proprio in questo 2020, anno bisesto del Covid ma anche centenario della nascita di Michele Prisco, il padre: grande scrittore di origini torresi e timbro universale, classico della letteratura del Novecento e, per la figlia Annella, anche «maestro di umanità e di pensiero» con cui fare necessariamente i conti. E non soltanto per (soggettiva) devozione filiale bensì, sul piano oggettivo e collettivo tout court, per la sua lezione di etica della memoria, ragioni narrative di una letteratura civile, primato degli affetti e fedeltà a valori solo in apparenza inattuali (tra i quali l’amicizia, la lealtà, la coerenza e il rigore intellettuale).

E alla vigilia di un importante convegno dedicato, dal Comitato nazionale delle celebrazioni per il centenario presieduto dall’italianista Carlo Vecce, a «Michele Prisco tra radici e memoria», si saluta allora con particolare gioia il nuovo romanzo della primogenita dello scrittore, Annella, manager della cultura, esperta di pubbliche relazioni e vicepresidente del Centro Studi Michele Prisco presieduto nella casa-tempio paterno dalla sorella minore Caterina. «Certamente – confida Annella Prisco – questo nuovo romanzo è per me una grande scommessa, forse in qualche momento oscurata dal dubbio di pubblicarlo in una stagione così complicata per tutti. Ma scegliere di pubblicarlo comunque è un messaggio di fiducia, di speranza, che invita ad andare avanti nonostante tutto. Perché la scrittura, come la lettura, può essere anche catartica soprattutto nei momenti più bui. Per questo – conclude – mi sono immersa nelle pagine di un intreccio che fa respirare atmosfere intense e coinvolgenti, intime ma nello stesso tempo descrittive e costellate di colpi di scena». 

L’itinerario della protagonista, come ogni viaggio, è infatti un percorso di quest, di ricerca che oscilla, come un pendolo in tensione tra destino e scelte, tra due diversi tempi verbali che segnano l’andamento del racconto e fanno affiorare lentamente sensazioni, emozioni e vicende personali in un dualismo speculare scandito costantemente da presente e passato. Un libro, come si legge nella Postfazione di Isabella Bossi Fedrigotti, che «mette al centro della sua narrazione, non solo come sfondo ma anche come attiva partecipe dell’azione, una vecchia casa di famiglia. [...] Ada approda qui come chi è in fuga da una quotidiana infelicità: per mettere ordine nei suoi pensieri, per trovare riparo e quiete dell’anima». Un bisogno che, in tempi di pandemia, ci accomuna in fondo tutti, tra restrizioni sanitarie, coprifuoco e lockdown vecchi e nuovi. Che condizionano, ora, anche il calendario previsto di presentazioni del libro, a partire da fine novembre nel Teatro Diana (date e modalità da confermare).

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