CORONAVIRUS

Stipendi, stop pignoramenti sulle buste paga: arriva lo spalma debiti fiscali

Domenica 26 Aprile 2020 di Luca Cifoni

ROMA L'emergenza non è ancora finita, ma anche il fisco deve iniziare a progettare un graduale percorso di ritorno alla normalità. Che però naturalmente non può voler dire riprendere tutto da dove si era interrotto. Quattro giorni fa era stato il direttore dell'Agenzia delle Entrate Ernesto Maria Ruffini a lanciare l'allarme in Parlamento: da giugno l'amministrazione finanziaria potrebbe dover ricominciare a notificare qualcosa come 8 milioni di atti, relativi ad accertamenti e controlli tributari.

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Ma in realtà la valanga di carte in arrivo entro fine anno è ben più consistente, perché ci sono anche le cartelle e le altre comunicazioni di Agenzia delle Entrate-Riscossione, sia quelle congelate per legge con il decreto cura-Italia sia quelle che ordinariamente dovrebbero partire nei mesi successivi. In tutto qualcosa come una trentina di milioni di atti: una massa rilevantissima anche in tempi normali, che oggi però rischia di rovesciarsi su un Paese impegnato faticosamente a ripartire - con tutte le cautele e le difficoltà - dopo il pesantissimo lockdown. Ruffini, al termine dell'audizione, si era detto non favorevole ad una ripresa massiva delle notifiche. Ma ora tocca alla politica correre ai ripari. Con nuove misure che dovrebbero entrare nel prossimo provvedimento legislativo atteso intorno a fine mese, oppure come emendamento al decreto liquidità già all'esame delle Camere.

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Attualmente gli invii di atti sono fermi fino al 31 maggio, e fino alla stessa data è operativa anche la sospensione dei termini di versamento delle cartelle. Da giugno in poi l'attività ripartirebbe e l'amministrazione fiscale non ha margini per fermare in via discrezionale le procedure; nel corso dell'esame parlamentare del decreto Cura Italia è stato cancellata l'estensione di due anni dei termini di prescrizione, norma che secondo l'Agenzia delle Entrate avrebbe permesso di impostare le varie procedure su un arco di tempo più lungo.
Un'ipotesi allo studio è quella di prorogare le varie sospensioni fino al 30 settembre.

Ma il problema sarebbe destinato a riproporsi senza un intervento più complessivo e quindi si stanno esaminando anche altre soluzioni che permetterebbero di scaglionare nel tempo le notifiche, diluendone così anche l'impatto sociale: una sorta di spalma-debiti. La decisione finale toccherà al governo ma non c'è moltissimo tempo perché alla fine di maggio manca poco più di un mese.
Nella stessa logica di evitare ricadute sociali rientrano altre norme allo studio, come il blocco del pignoramento dello stipendio, ovvero di uno degli strumenti a disposizione della riscossione per recuperare le somme dovute agli enti creditori. Finora è stata fermata l'emissione di nuovi provvedimenti di questo tipo, ma serve una norma per evitare che quelli già avviati siano portati a termine e dunque che i debitori si vedano prelevare direttamente dal datore di lavoro o dall'istituto previdenziale un quinto della retribuzione o della pensione.
 

LA PRESSIONE
In tutto ciò il ministero dell'Economia dovrà fare i conti anche con gli effetti delle misure sul bilancio pubblico. Finora le sospensioni dei versamenti mensili sono state applicate a costo zero per lo Stato, nell'ipotesi che il gettito non pervenuto in questi mesi sia poi comunque versato dagli interessati. Ma ora una parte dei 55 miliardi di maggior deficit richiesto al Parlamento (ben 155 in termini di saldo netto da finanziare) potrebbe essere destinato anche agli interventi a favore dei contribuenti.
Paradossalmente, prima dell'esplosione del coronavirus il 2020 sia avviava ad essere un anno d'oro per il fisco, sulla spinta dei circa 10 miliardi di entrate aggiuntive, rispetto alle previsioni, registrate alla fine dell'anno scorso. Un quadro completamente diverso da quello che ora si sta materializzando: il Documento di economia e finanza appena approvato dall'esecutivo prevede per quest'anno un crollo delle entrate tributarie di ben 40 miliardi rispetto al 2019. Ma a causa del crollo del Pil nominale, la pressione fiscale (ovvero il rapporto tra gettito di imposte e contributi e prodotto) crescerà invece leggermente, dal 42,4 al 42,5 per cento.

 

Ultimo aggiornamento: 19:42 © RIPRODUZIONE RISERVATA