Coronavirus, Niccolò: «Bloccato da febbre? Rabbia sì, panico mai»

Lunedì 17 Febbraio 2020
Coronavirus, Niccolò: «Bloccato da febbre? Rabbia sì, panico mai»

Parla Niccolò, il ragazzo di 17 anni rimpatriato sabato scoso da Wuhan in Italia con un volo speciale dell'Aeronautica. «La prima notte non ho capito subito quello che stava succedendo, ho telefonato ai miei genitori e pensavo che erano lontani e mi aspettavano. Subito dopo all'ambasciata e... sì, un pò di paura, ma panico mai. Mi sono detto: se vai in panico non risolvi nulla. Ho pensato di doverla prendere come una lezione della vita e sapevo di non essere solo, che un sacco di persone mi stavano aiutando. La seconda volta mi sono arrabbiato, non era possibile, ancora la febbre che io non mi sentivo di avere. Ma fuori ad aspettarmi questa volta era rimasto Mr. Tian... e beh, è stato diverso dal 3 febbraio». Così Niccolò racconta in un'intervista al Corriere della Sera cosa ha provato quando, per ben due volte, gli è stato impedito di imbarcarsi per rientrare a causa della febbre. «La febbre, be', mi faceva arrabbiare perché non avevo nessun sintomo, non sentivo nemmeno i brividi, sapevo di averla solo perché me la misuravano», spiega. A Wuhan, aggiunge il 17enne, era finito «per caso. Ero in Cina da agosto, con un gruppo di cento studenti italiani del programma Intercultura. Io stavo in una famiglia cinese al Nord, nella provincia di Heilongjiang. Il 19 gennaio siamo andati nello Hubei, a visitare i nonni della coppia che mi ospitava. Un villaggio di campagna, 50 case. E quel giorno sono arrivate le notizie dell'epidemia. Sono rimasto chiuso lì, fino al 3 febbraio».

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Riguardo al volo speciale, organizzato per rimpatriarlo, in bio-contenimento Niccolò sottolinea: «Non è stato scomodo, ero lì disteso sulla barella, chiuso e ho dormito per dieci ore, quasi tutto il viaggio, mi sono svegliato poco prima di atterrare a Pratica di Mare. Diciamo che è stato un po' surreale, mica ti capita tutti i giorni di essere trasportato in bio-contenimento». Il 17enne spera «di tornare a studiare in Cina, dopo l'epidemia. E soprattutto voglio andare a ritrovare tutti quelli che mi sono stati vicini, mister Tian, il dottor Zhou e la dottoressa Sara e il personale dell'ambasciata, il console Poti». Nel frattempo «aspetto che i miei genitori mi portino il computer, qualche libro e tra dodici giorni esco e torno a studiare. Liceo artistico, mi piace l'architettura greca e romana», conclude.
 

Ultimo aggiornamento: 12:46 © RIPRODUZIONE RISERVATA