CORONAVIRUS

Anna Dello Russo: «Basta consumi estremi, è giunta l'ora del reset»

Venerdì 15 Maggio 2020 di Anna Franco

È difficile starle dietro. Corre da una sfilata all'altra, su gambe magre e scattanti, issata su tacchi iperbolici, senza che i fotografi riescano mai realmente a raggiungerla. Ma Anna Dello Russo, classe 1962, da 12 anni direttore creativo di Vogue Japan, dopo un lungo periodo a Vogue Italia e, poi, come direttore de L'uomo Vogue, è sempre oltre, soprattutto nell'animo. Mai nostalgica, è un manifesto vivente della moda. È spontanea e diva, veracemente frivola e decisamente secchiona. Originaria di Bari, abita in un trullo e nel resto del mondo. È stata influencer ante litteram, con i suoi quasi due milioni di follower e ha capito la potenza di Internet quando le attuali star di Instagram erano sui banchi di scuola. Ha dato voce ai suoi abiti, così tanti da occupare un appartamento a Milano. Un archivio di capi comprati e indossati una volta sola in abbinamenti fantasmagorici. Ha sovvertito canoni sacri, come paillettes e trasparenze alla luce del sole. Si è avvolta di piume, di oro, di stampe o con cerchietti fieri di due enormi ciliegie rosse. Con tenacia ha realizzato il suo sogno di innamorata della moda e della vita, perché «se dici che non hai nulla da metterti sei depressa».

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Dove si trova?
«In Puglia, nella mia casa a Cisternino. Sono arrivata qui dopo le sfilate di Parigi».
Le pesa lavorare da casa?
«Con tutto il rispetto per questa terribile situazione, la mia vita non è cambiata tanto. Da 2 anni ho allentato i ritmi e ho diviso la mia vita in una parte più focalizzata su eventi e sfilate che si svolge a Milano, e un'altra metà che ha il ritmo più lento e autentico della Puglia. Qui ho creato un mio bunker con connessione sia wi-fi sia con la natura. Sono in smart working da parecchio e mi dedico a meditazione e yoga».
Com'è nato il bisogno di staccare?
«È iniziato quando ho lasciato la Condé Nast Italia per la direzione creativa di Vogue Japan. In molti mi hanno manifestato le loro perplessità cominciando dal fatto che non parlavo giapponese. Ma io ho sempre creduto nel linguaggio globale della moda e nella contaminazione delle culture, oltre che nei grandi vantaggi che ci può offrire la tecnologia, tant'è che abbiamo un centro di produzione a Milano, ma non ho mai voluto un ufficio per me o per i ragazzi del mio team».
E come divide gli impegni?
«Gli eventi della moda sono sempre di più, tanto che per una persona sola è ormai impossibile stare dietro a tutto. Bisogna avere un fisico d'acciaio. Così ho razionalizzato a favore del recupero delle forze».
Ovvero?
«Ho diviso i compiti. Dal Giappone coprono le cruise e gli eventi più vicini a loro, io mi occupo di quelli più dalle mie parti. E, poi, per evitare più spostamenti per i servizi fotografici - un costo economico e ambientale - alla fine delle sfilate scatto subito in loco le collezioni. Per esempio, dopo Parigi ho fotografato la fall/winter, coprendo con un'unica trasferta passerelle, eventi e shooting».
Anche lei è per un rallentamento?
«Sono a favore di un minor numero di eventi e affinché le case di moda li organizzino in base alla propria creatività».
Come cambierà la moda?
«Non mi piace guardare al passato e nemmeno al futuro. Mi interessa l'adesso, che è il tempo del reset. Ci saranno altri linguaggi creativi, perché questo è un settore che cambia in ogni momento e dietro i mutamenti ci sono sempre opportunità. Sono certa che i giovani sapranno coglierle».
Lei stessa ha abbandonato alcuni eccessi di look.
«Nel 2006 è scoppiato lo street style, fuori delle sfilate c'era altrettanta moda che sulle passerelle e veniva immortalata e veicolata attraverso la rete. Mi è piaciuto poter dare il giusto palcoscenico ai miei abiti. Poi, nel 2018 ho sentito il bisogno fisico di liberarmi di tutto ciò che inondava i miei armadi: era il momento del passaggio di staffetta e della condivisione. Il mio archivio era diventato ingombrante. Volevo dare spazio al vuoto, al re nudo. E la parola magica è diventata editare».
Cioè?
«Ridurre, riutilizzare e reinventare, evitando il consumo estremo».
Com'è arrivata fin qui?
«Ho avuto una formazione da vera secchiona. Liceo classico, laurea in Storia dell'arte a Bari e master a Milano alla Domus Academy. Poi, ho iniziato a lavorare a Vogue con Franca Sozzani e ci sono rimasta per 18 anni, diventando giornalista professionista».
In Giappone cosa ha trovato?
«Viaggiare apre la mente e incontrare l'ignoto è formativo. Il linguaggio globale della moda scavalla i confini e dà vita a un nuovo esperanto. Mi ha molto colpito il profondo senso civico dei giapponesi. Da noi il lockdown si ottiene con la legge. Da loro è solo un suggerimento, ma non escono di casa».

 

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