Napoli. «Ecco l'esercito di Masaniello». I segreti del sacrario sconosciuto | Video

di Paolo Barbuto

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«Buongiorno», don Salvatore scosta la tenda rossa che nasconde le scale antiche e saluta. Scusi, ma chi sta salutando? «Saluto loro - fa un gesto con la mano per mostrare le ossa e i teschi della terra santa - saluto l'esercito di Masaniello che venne trucidato qui dentro e che qui ancora riposa». 

Brividi d'emozione e anche un po' di paura in mezzo a tutti quei morti. Poi, però, la ragione prende il sopravvento: possibile che questo sia davvero il sacrario dell'esercito di Masaniello? E perché nessuno viene mai a visitarlo? Passo indietro, torniamo al sole che scalda Napoli in questa scudisciata d'inverno in primavera: siamo nel cuore del centro storico, all'incrocio fra via Benedetto Croce e via San Sebastiano, proprio di fronte al campanile di Santa Chiara. Il portoncino della chiesa di Santa Marta non è aperto molto spesso, sicché vederlo spalancato diventa un invito alla visita. E all'improvviso ti ritrovi nel mezzo della storia della città. Qui, dentro Santa Marta, nel 1647 venne a rifugiarsi una parte del popolo di Masaniello, i napoletani che lottavano contro le gabelle degli spagnoli. Diventò la loro roccaforte, così gli oppressori furono costretti a salire proprio sul campanile di Santa Chiara per averli a tiro di spingarde e scoppette per sterminarli. Ne morirono a decine e qui vennero seppelliti. Poi gli spagnoli forzarono il portone e completarono lo sterminio, durante il conflitto la chiesa venne data alla fiamme e andò in fiamme per poi essere ricostruita.Il racconto, non ce ne vogliano gli storici e gli esperti, è più o meno quello che avete letto. Ma come si fa a dire che queste ossa, e gli abiti con i fori delle «scoppettate» che vengono mostrati in questo luogo appartengono realmente all'esercito di Masaniello? «Il racconto storico è chiaro - spiega Laura Miriello, ricercatrice ed esperta di storia napoletana - però non esiste una documentazione ufficiale che offra conferme certe. Insomma, nessuno potrà mai dire che quelli sono realmente i resti dell'esercito di Masaniello anche se appare ovvio che è così». Delle vicende di Santa Marta collegate alla rivolta dei napoletani parlò e scrisse Benedetto Croce, che amava questa chiesetta, raccontarono anche altri antichi narratori delle vicende partenopee, da Celano in poi. 
«Ecco, vedete questi abiti? - Adesso siamo tornati nell'ipogeo di Santa Marta ad ascoltare Salvatore D'Alessio - li abbiamo recuperati qui sotto. Erano addosso ai napoletani mentre venivano uccisi dagli spagnoli».

Il percorso all'interno della terra santa è breve. Un po' di teschi sono stati messi sotto teche di vetro maltenute e pronte a schiantarsi. Quelle ossa portano i segni di una inaudita violenza. Crani spaccati da colpi di bastone, tempie forate da armi posizionate vicine alla testa. La pietà prende il sopravvento. Anche perché basta sollevare lo sguardo lungo le pareti umide per scoprire che sono costellate da fori provocati da proiettili. Il cicerone don Salvatore, che appartiene all'arciconfraternita di San Vitale, l'ultima ad avere avuto in dotazione la chiesa, giura che quei segni sul muro sono stati procurati dalle spingarde spagnole puntate sugli uomini di Masaniello messi al muro e ammazzati qui dentro. È particolarmente emozionante vivere un brandello di quella storia di Napoli, ritrovarsi di fronte agli abiti antichi (che, però, non sembrano quelli dei popolani in rivolta. «Prendevano le giubbe dei nobili e degli spagnoli che venivano uccisi», spiega Don Salvatore). Però l'emozione si trasforma in sconforto di fronte all'inadeguatezza del luogo: umido, abbandonato, maltenuto, aggredito dai piccioni che in mezzo alle ossa costruiscono i loro nidi. E viene spontaneo indignarsi: «Il problema, qui, è la costante mancanza di fondi», sospira il cicerone di giornata. La gestione, di recente, è stata commissariata, anche se i responsabili dell'arciconfraternita di San Vitale continuano a battersi per quel luogo che vorrebbero tenere aperto quotidianamente e rendere agibile alle visite turistiche.«Per portare napoletani e visitatori ad omaggiare l'esercito di Masaniello occorre un progetto, ci vogliono finanziamenti. Noi non abbiamo soldi e facciamo il possibile per limitare il degrado ma lo sviluppo è ben altra cosa», Don Salvatore prova a sorridere. Dice che non è il caso di sollevare un polverone su questa vicenda perché tanto nessuno se ne occuperà, promette che «finché io avrò fiato e forza per presidiare questo luogo, l'esercito di Masaniello sarà protetto e difeso da qualunque altro assalto». Ma l'assalto del degrado è già iniziato e non c'è modo di arrestarlo: non basta l'entusiasmo di un solo uomo che da cinquant'anni quasi ogni giorno sposta la tenda rossa, scende le scale e va a portare il suo saluto agli eroi della grande rivoluzione napoletana finita nel sangue e nella tragedia.
Giovedì 28 Aprile 2016, 11:02
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