I ricordi di Barbara D'Urso:
«Io, la severità di papà
e le bugie per ballare»

di Maria Chiara Aulisio

Quei pomeriggi danzanti al Papillon o alla Jungla, tra via Manzoni e Marechiaro, perché un po' si portava uno e un po' l'altro, Carmelita non li dimenticherà mai. Quindici anni, graziosa, simpatica, sempre sorridente e intraprendente. Un mare di amici, una quantità di ragazzini pronti a farle il filo e una gran voglia di divertirsi. Peccato però che tanta sana esuberanza dovesse inevitabilmente fare i conti con un papà severissimo e con le regole di casa: prima tra tutte, quella che di andare a ballare, anche solo di domenica, non se ne parlava nemmeno. A papà Rodolfo, i quindici anni della figlia, di cui era geloso pazzo, sembravano troppo pochi per cominciare a frequentare le discoteche che - come tanti genitori - considerava veri e propri luoghi di perdizione. E allora niente: Non me lo chiedere nemmeno, tanto ti dico di no. Ma si sa: fatta la legge, trovato l'inganno. E Carmelita d'Urso - la Barbara più famosa della tv, regina indiscussa degli ascolti, che raggiungono picchi di oltre il 22 per cento di share e più di tre milioni di spettatori - il sistema per andare a ballare lo aveva trovato lo stesso.
 
 

Come faceva a eludere la sorveglianza di suo padre?
«Dicevo che andavo al cinema, perché lì ero autorizzata. E allora sceglievo il film, compravo il biglietto, mi informavo pure sulla trama, e risolvevo il problema così».

È mai stata scoperta?
«Mai. Ero bravissima; e anche preparata: gli raccontavo la storia nei dettagli, difficilmente avrebbe potuto dubitare di me. Senza contare la prova del biglietto. Inequivocabile».

E invece era andata a ballare.
«Ma sì. Come tutti i ragazzini della mia età. Quei pomeriggi erano fatti apposta per noi, ci divertivamo da matti. Ballare mi è sempre piaciuto tanto. Erano anni belli».

Ricordi napoletani nel cuore, insomma.
«Tanti. Sempre. È vero che a diciotto anni sono andata via da Napoli, ma è altrettanto vero che in questa città ho tutti i miei ricordi più intensi, sia belli sia brutti. Se penso a mia madre, che ho perso quando avevo appena undici anni, e lì che mi torna in mente, nella nostra casa di via Crispi. Lo stesso quando ripenso ai pomeriggi con gli amici, trascorsi a piazza Amedeo: eravamo centinaia, la occupavamo in ogni suo spazio, fino a quando non arrivavano i vigili urbani a mandarci via. La domenica mattina invece ci spostavamo al bar Serpentone, in via Petrarca. Divertimento puro». 

Sente ancora qualcuno dei suoi amici napoletani?
«Certo. Fatima, ad esempio, era la mia amica del cuore. Dicevamo di essere cugine, tanto ci volevamo bene». 

Compagne di classe?
«No. Lei andava al Mercalli, io al Genovesi. Però, scuola a parte, stavamo sempre insieme; e continuiamo a sentirci. Lo stesso con Angelica».

Sente ancora anche lei?
«È la persona che le ha appena risposto al telefono. Un'amica straordinaria. Per un periodo ho anche vissuto a casa sua».

A Napoli?
«Avevo diciotto anni, i rapporti con mio padre erano diventati insostenibili, e allora decisi di andare via - senza un soldo e soprattutto senza sapere dove. Così Angelica mi portò a casa sua, abitava in via Tasso. La famiglia era numerosa: sei fratelli, e i genitori. Ricordo che suo padre, che io chiamavo Humphrey perché somigliava tanto a Humphrey Bogart, con grande serenità mi disse: Dove mangiano otto, mangiano nove: resta pure quanto vuoi».

Così si trasferì a casa di Angelica.
«Rimasi sei mesi, però poi andai via».

Come mai?
«Eravamo abbastanza esuberanti, Angelica e io. E allora Humphrey decise che sarebbe stato meglio se ci fossimo separate, perché insieme ne combinavamo troppe». 

Cosa facevate di tanto terribile?
«Niente di grave, naturalmente. È che eravamo giovani e avevamo voglia di divertirci, come tutte le ragazze della nostra età. Ad esempio, quando i suoi genitori non volevano farci uscire, facevamo finta di andare a letto per poi alzarci, vestirci e sgattaiolare fuori mentre tutti dormivano».

Ragazzate, insomma.
«Ma sì. La verità è che era arrivato di nuovo il momento di cambiare, e così andai a vivere per conto mio in una piccola pensione, che pagavo con quel che guadagnavo facendo la modella. Ricordo che Vogue aveva un inserto Campania; e poi c'erano i campionari, le sfilate, le foto... avevo il mio bel da fare».

Si conquistò la sua autonomia.
«Non c'erano troppe alternative, per circa quattro anni mio padre è come se non fosse esistito. Dunque, dovevo arrangiarmi da sola. Ho imparato sin da piccola a fare i conti con me stessa, quando ho perso mia madre dopo una malattia devastante durata più di tre anni. Un dolore enorme, che però mi ha resa più forte. E soprattutto mi ha insegnato a tenere sempre viva la speranza che, qualunque cosa accada, alla fine esce sempre il sole».

Il titolo della sua autobiografia.
«Sì, Tanto poi esce il sole. Un libro che ha lasciato tutti un po' spiazzati, almeno all'inizio».

Come mai?
«In quelle pagine non c'è la Barbara d'Urso che il pubblico è abituato a vedere in televisione, a conoscere attraverso i giornali. A venire fuori è invece Carmelita, la bambina che ero, l'adolescente che sono stata, e poi la giovane donna che ha imparato a mordere la vita, a cadere, rialzarsi, a fallire e vincere».

Può dirlo forte. 
«Sarà pure che non ho mai temuto i cambiamenti. Anzi, per me rappresentano l'origine di nuove opportunità, così li ho sempre affrontati senza paura. Anche per questo lasciai Napoli senza pensarci troppo: sapevo che altrove le occasioni di lavoro sarebbero state migliori. Allora, con un'amica decidemmo di provarci: facemmo le valige e partimmo per Milano».

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Sabato 23 Giugno 2018, 10:16 - Ultimo aggiornamento: 8 Settembre, 10:59
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COMMENTA LA NOTIZIA
2 di 2 commenti presenti
2018-06-23 23:00:28
Via Crispi?Via Petrarca??Infanzia strafelice..chissa' che chiattilla!
2018-06-23 19:50:50
Si ricorderà di Sergio Bruni? Chissà...

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