Coronavirus, primo caso in Africa e nuove speranze per la terapia

Sabato 15 Febbraio 2020 di Mauro Evangelisti

Coronavirus, c’è il primo caso in Africa. Ieri sera una nota del Ministero della Salute dell’Egitto ha spiegato che è stato individuato un paziente infettato. Immediatamente è stata informata l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), «sono state prese tutte le misure necessarie per prevenire la diffusione del virus».

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Si tratta di un cittadino straniero, ma la nazionalità non è stata precisata. I media locali parlano di un cinese, individuato in un aeroporto. L’arrivo del coronavirus in Africa complica la situazione per due motivi: i sistemi sanitari dei vari Paesi di quel continente in molti casi hanno delle falle (ma questo non vale per l’Egitto, precisano gli esperti); i collegamenti tra Italia e Africa sono numerosi. Su scala mondiale, il numero dei contagiati ieri era a quota 64.452, con 1.383 morti.
 

 

La stragrande maggioranza è in Cina e nella provincia di Hubei, l’aumento di questi dati è stato molto alto negli ultimi due giorni perché sono cambiati i metodi di classificazione. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità «non c’è un cambiamento significativo della diffusione dell’epidemia». Michael Ryan, direttore esecutivo del programma emergenze sanitarie dell’Oms, difende la Cina dalle accuse di poca trasparenza: «Il governo cinese ha collaborato e sta continuando a collaborare, ha messo a disposizione il sequenziamento del virus, e gli scienziati hanno pubblicato più e più studi su riviste scientifiche prestigiose». Una squadra di esperti dell’Oms è in missione in questi giorni in Cina per collaborare con i colleghi locali sulle possibili cura.

TENTATIVO
A Pechino stanno sperimentando l’utilizzo del plasma di pazienti guariti per la terapia sui malati infetti dal nuovo coronavirus. Altre patologie, in passato, sono state curate in questo modo e si tratta di un tentativo che solo il colosso asiatico può fare: qui ci sono migliaia di persone contagiate dal SARS-CoV-2 (il nome del virus) poi guarite dal Covid-19 (il nome scelto dall’Oms per la malattia). Le autorità cinesi hanno chiesto a chi è guarito di donare il sangue e si sta procedendo a questa forma di sperimentazione. Alcune precisazioni: da quando è iniziata l’emergenza, gli annunci, spesso senza verifiche, s’inseguono, è consigliabile essere prudenti; inoltre, la notizia è stata diffusa da un’azienda privata cinese (China National Biotec Group), che parte dalla constatazione che il sangue delle persone guarite dal Sars-Cov-2 è ricco di anticorpi che uccidono il virus: questo trattamento su dieci pazienti avrebbe portato a miglioramenti in 24 ore. «In assenza di un vaccino e di terapie specifiche questo plasma è il modo migliore per trattare l’infezione».

Marcello Tavio, presidente della Società italiana malattie infettive, invita a essere molto cauti, però osserva: «Se le cose stanno nel modo in cui sono state riferite, gli anticorpi risulterebbero protettivi e questo aumenterebbe di molto la probabilità di avere in tempi ragionevolmente brevi».

E l’Italia come sta curando i tre pazienti infettati e ricoverati allo Spallanzani? Sono due turisti cinesi in terapia intensiva e il ricercatore emiliano tornato da Wuhan (le sue condizioni sono buone, non ha più la febbre). Si punta sulla terapia sperimentale «più promettente» avallata dall’Oms, ricorda il direttore scientifico dello Spallanzani, Giuseppe Ippolito: il lopinavir/ ritonavir, «antivirale comunemente utilizzato per la infezione da Hiv che mostra attività antivirale anche sui coronavirus», e il remdesivir, antivirale già utilizzato per l’Ebola. Allo Spallanzani sono prudenti: nei bollettini per la coppia di turisti cinesi parlano di «condizioni stabili», ma va detto che avere fermato il peggioramento repentino, registrato la settimana scorsa, rappresenta un elemento positivo da non sottovalutare.

Ultimo aggiornamento: 07:57 © RIPRODUZIONE RISERVATA