Mercuri: «Di Maio anacronistico in Libia,
le sorti del Paese in mano a Russia e Turchia»

Sabato 21 Dicembre 2019 di Erminia Voccia
Il premier libico al Serraj e il presidente turco Erdogan

L'Italia e l'Europa avranno davvero poca voce in capitolo quando sarà il momento di decidere il futuro politico della Libia, chi lo farà saranno Mosca e Ankara. Ma la posizione dell'Eni in Libia è solida. Conversazione con Michela Mercuri, docente di Geopolitica del Medio Oriente presso l’Università Niccolò Cusano di Roma e autrice del saggio “Incognita Libia”.

Professoressa Mercuri, qual è la situazione sul terreno in questo momento in Libia e dopo l'annuncio di Haftar dell'«ora zero per l'offensiva finale su Tripoli»?

«Al momento, la situazione sul terreno è quella di un'escalation di violenze che non si vedeva dall'inizio dell'offensiva, dunque dal 4 aprile. Le forze di Haftar non sono riuscite ad entrare a Tripoli ma stanno avanzando in città sempre più vicine, grazie agli armamenti che continuano ad arrivare dagli attori esterni, ovvero dagli Emirati, dall'Egitto, dai sauditi ma soprattutto dalla Russia. I russi hanno inviato sul terreno alcuni mercenari. Dall'altra parte, al Sarraj intende difendere la capitale in tutti i modi. Inoltre, starebbero arrivando quasi 5mila soldati turchi, anche alla luce dell'accordo che Sarraj ha stretto con la Turchia lo scorso 27 novembre e che è diventato operativo. Ma al Sarraj sta chiedendo armi anche ad altri Paesi oltre alla Turchia, tra cui Regno Unito e Algeria. È evidente che nessuno dei due attori intende deporre le armi. Per i prossimi giorni si prevede un'ulteriore escalation di violenze che potrebbe continuare a colpire non solo le milizie di entrambe le parti, ma purtroppo anche i civili. Siamo arrivati ormai a più di mille vittime».

Come giudica l'iniziativa diplomatica del Ministro degli Esteri Luigi Di Maio in Libia?

«La missione lampo di Di Maio in Libia è stata sicuramente necessaria ma non sufficiente per far recuperare all'Italia qualche ruolo nel Paese. Un'iniziativa tardiva che si inserisce in un contesto ormai degenerato in cui chi conta davvero sono Turchia e Russia. Contano davvero perché hanno le forze sul terreno. La Russia ha i contractor della Wagner che combattono accanto alle milizie di Haftar e che lo hanno probabilmente supportato nelle azioni che in questi giorni si stanno susseguendo nel Paese. Probabilmente, la Russia ha fornito ad Haftar anche la contraerea necessaria all'abbattimento del drone italiano e del drone americano. Dall'altra parte, c'è la Turchia e forse ci sono già delle forze turche che stanno operando accanto ad al Serraj da tempo. Nonostante la sicura buona fede del nostro governo, giudico l'iniziativa del Ministro Di Maio un po' anacronistica rispetto a quello che sta accadendo»

Esiste una soluzione politica per la Libia e quali chance ha la diplomazia?

«La soluzione politico-diplomatica in questo momento non è davvero possibile, visto il contesto di una guerra che non riguarda soltanto gli attori interni ma che coinvolge anche “boots on the ground” gli attori internazionali. Sarebbe più auspicabile che la comunità internazionale riuscisse a creare una forza internazionale di interposizione per poter in qualche modo dividere le parti in conflitto e convincerle ad addivenire ad un accordo politico. La soluzione alla crisi libica in questo momento non dipende dall'Italia, non dipende dall'Europa, ma dipende appunto da Russia e Turchia, in primis».

Il conflitto in Libia è diventato un conflitto regionale?

«Il conflitto in Libia è un conflitto regionale perchè ci sono degli attori esterni che non stanno finanziando attori locali ma che stanno combattendo fisicamente sul terreno. La Turchia si sta sostituendo a Sarraj nella gestione del conflitto perchè al Sarraj è considerato troppo debole per gestire una guerra di tale portata. Questa forza che si trova ad ovest è composta prevalentemente dai Fratelli Musulmani e dunque da tutti quegli Stati che sono considerati vicini alla Fratellanza Musulmana, ovvero Turchia e Qatar. Dall'altra parte, c'è un blocco un po' più composito, che sostiene Haftar e che è costituito da Russia, ma anche da Egitto, Emirati e sauditi».

Perché la Libia è in mano a Turchia e Russia e quali sono gli interessi di queste potenze nel Mediterraneo?

«In politica estera gli spazi vuoti non esistono perché vengono riempiti. Lo spazio vuoto lasciato dall'Italia ad ovest, quindi nel sostegno ad al Sarraj, è stato prontamente riempito da Ankara che ha firmato un accordo di ferro con il governo di Tripoli sia per una maggiore collaborazione militare sia per la creazione di zone economiche esclusive tra Turchia e Libia. L'accordo potrebbe inoltre favorire le esplorazioni turche in termini di gas e risorse, sottraendole a molte imprese internazionali. La Russia ha sfruttato invece lo spazio vuoto lasciati dagli Stati Uniti, che non hanno mai avuto molto a cuore la questione libica, per mettere più di un piede all'interno del Paese. Indubbiamente, la Turchia ha l'interesse di favorire la Fratellanza Musulmana di Tripoli e dintorni, che era messa a rischio dall'avanzata di Haftar. Sono pertanto interessi che riguardano soprattutto una sfera di influenza religiosa. Gli interessi, invece, della Russia sono più che altro egemonici. Mosca vorrebbe poter installare delle basi in Libia. Tuttavia, ci sono anche interessi convergenti tra Mosca e Ankara che più avanti potrebbero spingere queste due potenze, dopo aver alzato la posta in gioco, a mettersi intono a un tavolo e a spartirsi la Libia in zone di influenza turco russe. Sappiamo bene che Mosca vende ad Ankara armi, i sistemi missilistici S-400, e questo è certamente un buon motivo per dialogare. Sappiamo anche che Russia e Turchia hanno degli affari energetici in comune, primo tra tutti Turkish Stream, il gasdotto che dovrebbe portare il gas russo in Turchia».

Quanto sono sicuri gli interessi dell'Eni in Libia?

«L'Eni è un'azienda che lavora nel Paese ancora prima di Gheddafi. Ha stretto accordi con gli attori locali, ha una propria diplomazia in Libia che gli permette di continuare ad essere una delle imprese che riesce ad estrarre petrolio con più stabilità, in un contesto estremamente instabile e nonostante gli stop dovuti alle varie scaramucce tra milizie. La posizione dell'Eni quindi è estremamente solida all'interno del Paese. L'azienda rischia, però, di continuare a veder interrotta la propria produzione, come sta accadendo negli ultimi tempi, per poi vederla riprendere. Credo che gli interessi energetrici dell'Eni non siano a rischio. Difficilmente tali interessi potranno essere intaccati dalla Russia e dalla Turchia».

 

 

Ultimo aggiornamento: 19:21 © RIPRODUZIONE RISERVATA