Libia, il figlio di Gheddafi escluso dalle elezioni. Ma la corsa al voto rischia di essere un flop e di incrinare il paese

Giovedì 25 Novembre 2021 di Cristiana Mangani
Libia, il figlio di Gheddafi escluso dalle elezioni. Ma la corsa al voto rischia di essere un flop

La prima clamorosa esclusione, per quanto attesa, è stata quella di Saif al Islam Gheddafi, secondogenito dell'ex rais Muammar. L'Alta commissione elettorale della Libia ha respinto la sua candidatura alla elezione presidenziale che dovrebbe svolgersi il 24 dicembre prossimo. Secondo un documento della Hnec, l'esclusione è avvenuta perché Saif è ancora ricercato dalla Corte Penale Internazionale dell'Aja per crimini di guerra. Mentre non sembra aver pesato una vecchia sentenza emessa nei suoi confronti, per la quale è stato condannato ma poi amnistiato. La stessa Commissione ha escluso anche Bashir Salih, l’ex segretario di Gheddafi, che è stato condannato a una pena detentiva e, Mohamed al Sharif, noto come un funzionario di spicco durante il regno di Gheddafi e condannato al carcere. Più altre due candidature minori. 

L'Hnec ha invece accolto - secondo Al Jazeera e Al Arabiya - la richiesta di partecipare alle presidenziali da parte del generale Khalifa Haftar, del premier Abdel Hamid Dbeibah, del presidente del parlamento libico Aqila Saleh, dell'ex ministro dell'Interno Fathi Bashagha e dell'ex vicepremier Ahmed Maitig.

Ma la corsa è a ostacoli e lo dice già il numero di candidati: 98, comprese due donne. Una cifra talmente elevata da far capire il livello di confusione che regna nel paese, dove le elezioni rischiano non soltanto di essere un flop, ma anche una ulteriore occasione di destabilizzazione. Una nuova spaccatura che potrebbe far crollare la fragile tregua “concordata” da Turchia e Russia. 

L'esclusione di Saif al Islam Gheddafi lascerebbe campo libero agli altri due candidati di punta: Haftar e Dbeibah, contro i quali certamente non saranno pochi i ricorsi che verranno presentati Haftar, cittadino americano, ha un processo negli Usa. E poi c'è uno strano patto dai contorni non chiari. Lo ha rivelato il sito Africa Intelligence che ha notato che è stato proprio il figlio del generale Haftar -  Saddam - a organizzare l'apparizione a Sebha, nel sud, di Saif. Un'operazione che è sembrata evocare «un patto elettorale» con il militare che ha abbandonato temporaneamente la divisa per potersi candidare. Sarebbe una saldatura fra due figure controverse: l'esponente dell'est considerato all'ovest come un novello dittatore e il delfino mancato di Gheddafi, sul quale pende il mandato di cattura spiccato nel 2011 dalla Corte penale internazionale che ieri ha fatto decidere all'Alta Commissione di escludere la sua candidatura. Una esclusione sulla quale non è detta l'ultima parola, perché se la Turchia non vede di buon grado queste elezioni, la Russia sembra puntare proprio sul figlio di Gheddafi, che è già pronto a presentare ricoerso contro la decisione. È pur vero, però, che difficilmente le città che hanno combattuto la rivoluzione accetterebbero un Gheddafi come presidente. Come è altrettanto vero che una potenziale vittoria di Haftar non vorrebbe dire per lui la possibilità di mettere piede a Tripoli in veste di capo del governo. 

E allora resta Dbeibah, l'attuale presidente, che, però, in base alla legge elettorale non avrebbe potuto candidarsi, se non dopo tre mesi di quiescenza.  Anche se l’Alto Consiglio di Stato con sede a Tripoli ha respinto la legge. Nel tentativo di superare lo stallo, il presidente del Consiglio presidenziale libico, Khaled al Mishri ha prima proposto di mantenere al 24 dicembre solo le elezioni legislative, rinviando quelle presidenziali a una data successiva al referendum costituzionale, e poi ha invitato gli elettori a boicottare i seggi.

Insomma, la questione è tutt'altro che risolta. A questo si aggiunge che il calendario elettorale deve essere approvato dal Parlamento intorno al 10 dicembre rendendo così la data del 24 estrememante ambiziosa, anche perché i candidati avrebbero solo un paio di settimane per poter fare campagna elettorale.

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Nella corsa al governo restano in pole position anche Ahmed Maitig: l'ex vice del passato premier Fayez al-Sarraj, lui stesso primo ministro per pochi giorni nel 2014, quando ha annunciato la ripresa della produzione di petrolio nel settembre dell'anno scorso dopo il blocco dei terminal imposto dal generale. E ancora, Fathi Bashagha, avversario di Haftar.  Il feldmaresciallo sembra, dunque, accerchiato e neanche troppo potente nell'est del paese che controlla militarmente: secondo alcune indiscrezioni, non sarebbe riuscito a dissuadere dal candidarsi Aqila Saleh, il presidente del parlamento così spaccato fra Tobruk e Tripoli che ha dovuto varare la legge elettorale delle presidenziali senza votarla. Si tratta di un appiglio formale già pronto per chi volesse contestare l'esito del voto, come già sta facendo quella sorta di senato libico che è l'Alto consiglio di Stato. Questa mancata ratifica, assieme ad altre lacune istituzionali, è anche una motivazione per chi prevede uno slittamento della tornata almeno di qualche settimana. In assenza di sondaggi d'opinione, è difficile stabilire pesi e speranze di questi e altri candidati come l'ex ambasciatore libico negli Emirati, Aref Nayed, e soprattutto - almeno per notorietà in Europa - Ali Zeidan: l'ex premier che nel 2014 accusò Haftar di aver tentato un colpo di Stato. 

In assenza di basi politiche solide in vista del voto, sono molti gli osservatori preoccupati che il processo elettorale o eventuali interferenze sul voto possano irrigidire le profonde divisioni che ancora covano nel paese. Uno scenario in cui basta poco per innescare un nuovo ciclo di violenze e favorire interventi stranieri laddove, paradossalmente, una delle principali problematiche è legata alla presenza di milizie e mercenari stranieri ancora schierati un po' ovunque sul territorio. Sarebbe uno scenario da incubo per i libici e rischierebbe - se troppo prematuro e non adeguatamente “protetto” a livello internazionale - di far saltare l’unico traguardo raggiunto finora: una parziale e fragile stabilità. 

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