Covid, l'impatto sul cervello. Gli esperti: «Gravi complicazioni di tipo neurologico e psichiatrico»

Sabato 20 Novembre 2021
Medici impegnati nella lotta al covid.

Il vero bersaglio di SARS-CoV-2 potrebbe essere il cervello. Se nella prima fase della malattia e durante un eventuale ricovero i sintomi di COVID-19 sono soprattutto respiratori e metabolici, una volta risolta la fase acuta gli ‘strascichi’ sono soprattutto neurologici, come dimostrano i dati dello studio COVID Next dell’Università di Brescia e dell’Istituto Neurologico Besta di Milano, da poco pubblicati su Neurological Sciences e discussi durante il primo webinar del ciclo di sei incontri del web forum internazionale "Pills of Psychiatry and Neurology 2021" organizzato dall’Università degli Studi di Brescia e dalla Fondazione Internazionale Menarini.

Questi dati vanno ad aggiungersi alle numerose ricerche che hanno osservato come la sindrome neurologica post-COVID possa riguardare fino al 70% dei pazienti che hanno avuto sintomi medio-gravi, lasciando disturbi di memoria, concentrazione, del sonno e dell’umore. Le difficoltà neurologiche e psichiatriche dopo il COVID-19 potrebbero dipendere in parte anche da alterazioni della morfologia cerebrale, come effetto diretto del virus sui pazienti contagiati che, spesso, sono andati incontro a una riduzione volumetrica in aree chiave del cervello. Tuttavia anche la mancanza di interazioni sociali ha comportato una riduzione della materia grigia in particolare su giovani e anziani, con un aumento per gli uni della possibilità di sviluppare dipendenze e per gli altri di accelerare il deterioramento cognitivo.

Video

«I dati dello studio COVID Next, ottenuti su 165 pazienti ricoverati nel nostro ospedale per un COVID-19 di gravità medio-alta, mostrano che mentre i sintomi respiratori e metabolici hanno un picco durante la degenza e tendono a ridursi fino a stabilizzarsi una volta usciti dall’ospedale, i disturbi neurologici e psichiatrici hanno un andamento opposto e iniziano ad aumentare una volta risolta la fase acuta dell’infezione – spiega Alessandro Padovani, ordinario di neurologia dell’Università di Brescia, presidente eletto Società Italiana di neurologia e responsabile dello studio COVID Next e co-coordinatore scientifico del web forum – Esiste una correlazione almeno parziale con la gravità del COVID-19: fino al 70% dei pazienti con malattia di livello medio grave riferisce sintomi neurologici a 6 mesi di distanza, fra cui stanchezza cronica (34%), disturbi di memoria e concentrazione (32%), disturbi del sonno (31%), dolori muscolari (30%) e depressione e ansia (27%).

Tuttavia questi problemi si stanno manifestando spesso anche in chi ha avuto una malattia di grado lieve». «Non è ancora chiaro perché SARS-CoV-2 possa avere il cervello fra i suoi bersagli, soprattutto nel lungo periodo, con frequenti complicazioni, anche gravi, di tipo neurologico e psichiatrico – afferma Emilio Sacchetti, promotore e coordinatore scientifico del web forum e professore emerito di psichiatria dell’Università di Brescia - sembrano avere un ruolo i meccanismi neuroinfiammatori indotti dall’infezione e le condizioni pregresse dell’individuo pesantemente aggravate da una condizione intensa e prolungata di stress.

Inoltre il Covid-19 può indurre difetti di ossigenazione cerebrale tali da interferire con le abituali capacità cognitive, emotive e comportamentali – spiega Sacchetti – Anche l’esposizione ad alcune terapie, come ad esempio tra gli altri, i cortisonici, può indurre veri e propri disturbi neuropsichiatrici». Anche alterazioni morfologiche del cervello possono avere un ruolo nell’impennata di disturbi neurologici e psichiatrici del post-COVID. «Alterazioni cerebrali si stanno osservando nei pazienti che a seguito del Covid hanno sviluppato ansia e depressione» – dichiara Giovanni Biggio, tra i relatori del web forum e professore emerito di neuropsicofarmacologia dell’Università di Cagliari – «Gli studi con scansioni cerebrali stanno riferendo nei pazienti contagiati una riduzione della materia grigia in aree come l’ippocampo, che è connesso alla memoria, o le aree associate alle emozioni.

Un numero sempre maggiore di dati mostra che anche la pandemia sta avendo un effetto negativo sulla morfologia cerebrale – precisa Biggio - Il nostro cervello si sviluppa grazie alle interazioni sociali e lo stress, conseguenza dell’astinenza da contatti imposta durante i vari lockdown, è stato molto deleterio per il tessuto cerebrale, soprattutto per quello più vulnerabile dei bambini, degli adolescenti e degli anziani. In particolare, questa condizione può avere indotto alterazioni nella funzione e morfologia della corteccia prefrontale. Un’area connessa alle funzioni esecutive, alla pianificazione e al controllo di emozioni e impulsi, che risente moltissimo della mancanza di interazioni sociali – osserva l’esperto - In un adolescente ciò si può tradurre in un aumento della suscettibilità a sviluppare dipendenze, in un anziano in un’accelerazione del deterioramento cognitivo».

«È perciò opportuno monitorare la salute neurologica e psichiatrica di tutte le persone che hanno avuto l’infezione, indipendentemente dalla gravità dei sintomi. Andrebbero monitorati anche i bambini e gli adolescenti che hanno subito un intenso stress, così da poter intervenire tempestivamente con terapie di supporto in caso di sintomi che compromettono la qualità di vita o se compaiono patologie come la depressione» concludono gli esperti.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Potrebbe interessarti anche
caricamento