Omicidio Sacchi, Anastasiya in aula: «Tradita da Princi. Mi mise un pacco nello zaino, non sapevo cosa fosse»

Giovedì 22 Aprile 2021
Omicidio Sacchi, Anastasiya in aula: «Tradita da Princi. È stata una rapina».

Verità o menzogne? Saranno i giudici a valutare le dichiarazioni che Anastasiya Kylemnyk ha rilasciato nel corso dell'esame in aula nel processo davanti alla prima Corte d'Assise di Roma per l'omicidio del fidanzato di Luca Sacchi, ucciso nella notte tra il 23 e il 24 ottobre 2019 con un colpo di pistola alla testa davanti a un pub nella zona di Colli Albani. «Mi sono sentita tradita da Giovanni Princi, pugnalata alle spalle da chi pensavamo fosse nostro amico, Luca lo vedevo felice con Princi, credevo fosse il suo migliore amico».

L'ex fidanzata di Sacchi, che nel processo è imputata per il tentativo di acquisto di droga, ha ricordato in aula i momenti precedenti all'agguato mortale. «Quando Princi (già condannato in abbreviato a 4 anni per violazione della legge sugli stupefacenti, ndr.) mi ha messo una busta nello zaino mi ha detto che dentro c'erano un po' di soldi per un'impiccetto con una moto. Di Princi sapevo che comprava stupefacente per uso personale e qualche volta, così mi diceva Luca, la rivendeva agli amici per arrotondare».

La Kylemnyk ha proseguito affermando che per lei «quella fu una rapina» e che «non sapevo cosa raccontare ai genitori». E ancora: «Mi chiesero se io c'entrassi con la droga e dissi di no - ha spiegato la ragazza - a loro non dissi della busta nel mio zaino». La pm Giulia Guccione ha chiesto ad Anastasiya a cosa si riferissero i messaggi che Luca gli inviò poco prima di essere ucciso in cui le diceva 'non fare cazzate, attieniti ai pianì. «Si riferiva agli appartamenti che andavo a visitare perché stavamo cercando casa e già avevo rischiato di perdere una caparra perché poi avevo cambiato idea sull'appartamento» ha risposto Anastasiya.

Perché si è comportata in quel modo? «Volevo solo proteggere Luca e me per paura che Princi ci coinvolgesse in questa storia, temevo che avesse messo qualcosa nella mia macchina», così Anastasiya Kylemnyk ricostruisce uno dei passaggi chiave della sera sfociata nell’omicidio di Luca Sacchi, quando il pm Giulia Guccione — che la esamina come imputata di spaccio (ma la 26 enne ucraina ha la doppia veste di parte lesa per le ferite riportate) — le chiede perché ha detto più volte che arrivò a piedi.

Sul rapporto con Princi dice: «Ci disse che doveva fare un impiccetto con la moto, forse una moto rubata. Non ci diede altri dettagli ma non gli diedi peso perché non parlavano d’altro con Luca. Mi chiese di tenergli una busta, ma forse solo perché avevo lo zainetto capiente. Se ci fosse stata Clementina, la sua fidanzata, avrebbe forse chiesto a lei di tenerla. Era come una busta di pane arrotolata, circa 25 centimetri in lunghezza e 15 in larghezza. Più o meno come una mano. Mi mise questo pacco nello zaino ma io e Luca neanche lo toccammo. Non gli diedi importanza, gli dissi “non c’è problema”».

Anastasiya ripercorre poi le diverse fasi di quella sera. «Andai a prendere acqua nel pub, lasciando lo zaino a terra vicino alla macchina. Ci venne incontro Princi, che aveva in mano la mia cagnolina Jenna - il cane-citofono lo chiamavamo - . Era assieme ad altre due persone, che oggi so indicare come Piromalli e Rispoli. Princi mi fece un cenno e gli portai lo zaino». «Perché non gli portò solo la busta e come mai non chiese spiegazioni?» le chiede il pm. «Mi fidavo di Princi per come ci conoscevamo. Tenga presente che ho vuoti di memoria e riguardandomi nei filmati dei tg ci sono cose che non ricordo». «Perché non disse subito ai carabineiri dello zaino nella denuncia?» chiede ancora il pubblico ministero. «Ero spaventata per Luca, pensavo solo a lui. Lo dissi al giudice appena ne ho avuto la possibilità (nell’interrogatorio di garanzia, ndr). Princi mi chiese anche le chiavi della macchina, gli chiesi “che devi farne?” e lui mi disse “caso mai non va bene la moto, metto la busta nella macchina”. Non vidi quello che fece Princi con lo zaino perché intanto tornavo verso Luca. Quando me lo ridiede era già vuoto, me ne accorsi prendendo l’acqua. Poi ci disinteressammo in attesa di Clementina e Federico (fratello di Luca, ndr) per passare la serata al pub. Princi restò con gli amici».

E poi prosegue: « Restammo in zona, io avevo il telefono in una mano e il guinzaglio nell’altra. A un certo punto sentii come una forte compressione alla testa, non proprio dolore, lì per lì non capii, mi chinai in avanti toccandomi la nuca, poi sentii “dammi sto zaino”. Allargai le braccia per farglielo sfilare più facilmente, ero a terra, mi rialzai girandomi verso sinistra e non vidi più nessuno. Poi scorsi le gambe di Luca - la voce si incrina in modo impercettibile guardando le foto, il padre di Luca si allontana dall’aula in lacrime -. Pensai a uno scherzo, a un petardo, andai di corsa da lui, non so se a piedi o in ginocchio sul marciapiede...». Anche Anastasiya comincia a piangere quando deve spiegare l’esatta posizione del corpo, rifiuta la pausa offerta dal giudice «tanto poi è uguale», ma le lacrime non si fermano e l’udienza viene interrotta per qualche minuto.

L'esame si conclude con il racconto dell'omicidio di Luca Sacchi. «Pensavo fosse svenuto - continua Anastasiya- , mi chinai su di lui, “oh Lu’, dai amo’”. Provai a rimetterlo dritto, pensavo fosse caduto per i suoi problemi alla schiena, gli misi la mano sotto la testa e sentii un liquido molto caldo. Vidi la mia mano rossa. Urlavo forte, ma non c’era più nessuno vicino a me. Mi dimenticai anche del cane. Cercai di tamponare la ferita con il suo cappuccio, mi portarono fazzolettini, gli dissi “Luca respira!”: perché era ancora vivo. Ripetevo “ambulanza, ambulanza” ma il soccorso non arrivava mai. Pensai anche che il rumore che avevo sentito fosse quello del colpo sulla mia testa, o di un petardo finito tra i piedi. Ancora non capisco come fecero ad arrivare direttamente a me con Luca e Munoz lì vicino. Si avvicinò Princi, che si spaventò. Qualcuno disse “non ce la fa”. Gli risposi in modo aggressivo, non facevo avvicinare nessuno. Risposi male anche a carabinieri. Non mi mossi finché non arrivò l’ambulanza. A un certo punto arrivò Federico: gli urlai “chiama Luciano”, un medico amico loro. Volevo sapere da lui come comportarmi. Urlai anche contro il barelliere».

Ultimo aggiornamento: 23 Aprile, 09:31 © RIPRODUZIONE RISERVATA